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Rapporto McKinsey: i giovani non possiedono le abilità per lavorare

Rapporto McKinsey: i giovani non possiedono le abilità per lavorare
I giovani non possiedono le abilità per lavorare. Il 47% dei datori di lavoro italiani dichiara di non riscontrare nei giovani aspiranti lavoratori le capacità adeguate

La disoccupazione giovanile è arrivata ai massimi storici toccando il picco del 41.6%. Tutti i ragazzi la stanno vivendo sulla loro pelle, laureati compresi, come riferisce l’ultimo rapporto AlmaLaurea. Colpa solo della crisi? Stando ai dati del rapporto McKinsey presentato a Bruxelles sembrebbe proprio di no: i nostri giovani non trovano lavoro perché non possiedono le skills giuste, ossia le capacità attualmente richieste dai datori di lavoro.

Laureati a spasso. Che la laurea non sia più sufficiente a trovare un impiego non è più una novità, ma i dati resi noti da AlmaLaurea ci proiettano un quadro sempre più allarmante: se 2 giovani su 5 restano a spasso di questi tempi, la disparità degli inoccupati cresce notevolmente tra Nord e Sud. È il 52,5% dei laureati dell’Italia settentrionale ad aver trovato collocazione nel panorama professionale, contro uno scarso 35% dei coetanei meridionali. Al Sud, inoltre, le grandi penalizzate restano le donne sia per quanto riguarda il tasso occupazionale, sia per la disparità di retribuzione.

Gli imprenditori vogliono skills. E se la mancanza di lavoro colpisce i laureati, possiamo immaginare quanto risultino penalizzati i diplomati. Ma come mai? Il 47% degli imprenditori italiani, in testa ai colleghi greci, spagnoli e tedeschi, lamenterebbe la mancanza di capacità adeguate nei giovani aspiranti lavoratori. Insomma, sarebbe l’assenza di skills nei laureati italiani ad inceppare il meccanismo delle assunzioni, finendo per danneggiare le aziende stesse che non possono reclutare leve in un esercito di impreparati.

Imprenditori Vs Educatori. Un’altra causa di questo difetto sistematico sembra risedere nella mancanza totale, o quasi, di comunicazione tra imprenditori, e quindi datori di lavoro, e dirigenti scolastici preposti alla formazione delle giovani generazioni. Si tratterebbe infatti di due categorie appartenenti a due mondi totalmente diversi e distanti, e questo a danno dei ragazzi. Da un lato gli insegnanti affermano di sfornare dalle scuole persone preparate e qualificate, dall’altro i manager reclamano maggiori competenze (è solo il 42% degli imprenditori a riscontrare nei giovani candidati quelle qualità di cui parlano gli educatori). “Incoraggiare gli educatori a insegnare quello che gli imprenditori richiedono”: di questa fondamentale esigenza parla il rapporto McKinsey, come potenziale soluzione al fenomeno della disoccupazione.

Ma quali sono queste skills?. Le skills maggiormente richieste dagli imprenditori meno soddisfatti dal potenziale dei giovani sono una buona conoscenza della lingua inglese (solo il 23% degli aspiranti lavoratori risponde a questo requisito) e competenza informatica (posseduta dal 18% dei ragazzi in cerca di un impiego). Ma tra le capacità maggiormente ricercate dai datori di lavoro spiccano quelle pratiche, grandi sconosciute all’universo dei laureati. Ma quest’ultimi incalzano i primi lamentando un’assenza di esperienze come tirocini o stage iniziali in cui sviluppare tali competenze.
Tuttavia, in Italia, anche con uno o più tirocini in curriculum, la probabilità di assunzione si “alza” di appena il 6%. Meno della metà rispetto alla Spagna (14%), un sesto esatto della percentuale registrata in Francia (36%). Il rapporto McKinsey “Education to Employment” 2013, redatto con più di 8 mila interviste tra giovani, istituzioni e datori di lavoro di paesi Ue, ribadisce il blocco italiano nell’inserimento professionale degli under 30. Con la conclusione che «internship, in Italia, non forniscono ai candidati le abilità (e il lavoro) richiesti».
Gli intralci sono quelli denunciati dal Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza: poche esperienze di lavoro, pochi stage e il cosiddetto mismatch, il gap tra cumulo teorico e competenze pratiche che fa perdere terreno alla formazione professionale in Italia. La media Ue non va oltre il 33%, con il 31% della Svezia, il 26% della Germania e addirittura il 18% del Regno Unito. La lacuna si scava anche altrove, se è vero che proprio in Germania (disoccupazione giovanile al 7%) un terzo delle Pmi lamenta il vuoto di qualifiche adatte tra i potenziali neoassunti.
Ma nel nostro paese il problema si allarga a scarsa trasparenza nei criteri di selezione (quasi sempre sciolti in formule generiche come «buona attitudine al lavoro in team» o «esperienze su campo») e retribuzioni sotto la media. Senza contare il gap di percezione tra il 72% di istituti e università che ritengono «preparati» i propri diplomati e il 58% dei datori di lavoro che sostiene il contrario. Risultato: tra contratti a costo zero e rapporti di comunicazione azienda/università mantenuti con regolarità solo dal 41% delle società, meno di un giovane su due (il 46%) riesce a formalizzare un tirocinio. Nel resto della Ue si viaggia oltre a una media del 61%.
E se lo stage va in porto, non è detto che spiani la strada a un contratto. Anzi. La formazione fuori dalle aule di liceo e università aumenta la probabilità di centrare un’assunzione o un rapporto di collaborazione continuativa del solo 6%. I cugini del sud Europa ci superano in blocco: lo stage fa crescere le chance professionali del 14% in Spagna, del 15% in Grecia, del 21% in Portogallo e addirittura del 35% in Francia.
In altre parole, un neolaureato che fa il salto in azienda a Roma o Milano ha un sesto delle possibilità di firmare un contratto rispetto ai suoi colleghi (e coetanei) di Parigi. È vero: il Regno Unito fa peggio, con un rapporto stage/probabilità di assunzioni pari al 3%. E la Germania non si spinge oltre al 6%, la stessa percentuale calcolata tra i tirocinanti di aziende italiane od operative in Italia.
Ma nei college britannici, le opportunità di lavoro sono segnalate con alert personalizzati sui siti delle facoltà. E nei 16 land tedeschi, il surplus modesto garantito dal solo tirocinio si bilancia a un rapporto di fiducia tra valore della laurea e opportunità professionali: più di un laureato su due (il 53%) vede nel suo corso di studi un valore aggiunto in funzione lavorativa.

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