Fisco

Quel «buco» normativo sul nuovo redditometro

Quel «buco» normativo sul nuovo redditometro
L’abbassamento delle soglie di punibilità previsto dalla manovra di Ferragosto del 2011 rischia di produrre conseguenze anche sul nuovo redditometro

L’abbassamento delle soglie di punibilità previsto dalla manovra di Ferragosto del 2011 rischia di produrre conseguenze anche sul nuovo redditometro, che ha ricevuto da pochi giorni i chiarimenti operativi con la circolare n. 24/E delle Entrate. Il superamento dei limiti (50mila euro di imposta evasa e 10% di componenti positivi occultati) per il reato di dichiarazione infedele potrebbe, infatti, dar luogo automaticamente alla denuncia in sede penale. Naturalmente, per quanto riguarda un’eventuale e successiva sentenza di condanna occorrerà che la presunzione di evasione derivante dallo strumento che fa leva sulla ricostruzione delle spese dei contribuenti sia confortata da altri e più convergenti elementi probatori. Ma il problema effettivamente esiste sotto il profilo della denuncia alla Procura da parte degli uffici del fisco.

Esiste soprattutto perché in una situazione simile come quella degli studi di settore la legge prevede espressamente che «i maggiori ricavi, compensi e corrispettivi, conseguenti all’applicazione degli accertamenti… ovvero dichiarati per effetto dell’adeguamento del regolamento recante disposizioni concernenti i tempi e le modalità di applicazione degli studi di settore… non rilevano ai fini dell’obbligo della trasmissione della notizia di reato ai sensi dell’articolo 331 del Codice di procedura penale» (articolo 10, comma 6, della legge N. 146/1998). Si potrebbe, infatti, correttamente sostenere che la mancata previsione per il redditometro di un’analoga disposizione «esentativa» rende applicabile la regola generale sull’obbligo della denuncia stessa per i pubblici ufficiali. Salvo poi che il giudice penale ritenga esistente o meno la prova del reato fiscale. Peraltro, con le prevedibili complicazioni derivanti da una valutazione in sede penale di parametri matematici fondati essenzialmente sulle spese, e quindi un elemento che non è di per sé indicativo della mancata dichiarazione di redditi, come appunto occorre fare in sede penale.

Si tratta di una differenza di trattamento macroscopica, in quanto sia gli studi di settore sia il redditometro sono riconducibili alla categoria degli accertamenti standardizzati. Per questo riesce difficile capire perché un’analoga clausola di salvaguardia non sia stata prevista nella nuova versione dello strumento di accertamento.

Il Parlamento e il Governo, comunque, sono sempre in tempo per farlo, ponendo così fine a tale disparità di trattamento fra situazioni simili. In ogni caso servirebbe una legge perché non sarebbe sufficiente una norma secondaria (decreto) o una semplice interpretazione (come una circolare).
Se non venisse colmata questa mancanza, nei primi casi di denunce penali basate esclusivamente sul redditometro la difesa potrebbe eccepire l’incostituzionalità per violazione del principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione). Sarebbe, però, auspicabile che non si arrivi a tanto.

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