Diritto

Quando si configura il trasferimento di ramo di azienda?

Quando si configura il trasferimento di ramo di azienda?
La Corte di Cassazione esclude la configurabilità di un ramo di azienda in relazione al trasferimento di settori di attività non autonomi funzionalmente

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9361 del 28 aprile 2014, applica principi affermati anche in sede comunitaria, nell’interpretazione della normativa europea data dalla Corte di Giustizia, in tema di trasferimento di azienda, ed esclude la configurabilità di un ramo di azienda in relazione al trasferimento di settori di attività non autonomi funzionalmente.

IL FATTO
Il caso riguardava la configurabilità di un trasferimento di un ramo di azienda nel passaggio da Telecom Italia a Telepost del settore Document management, relativo al trasferimento di attività ausiliarie di protocollazione, archiviazione e fotoriproduzione, e di passaggio dei rapporti di lavoro di alcuni dipendenti e di limitate risorse strumentali di ufficio prive di particolare rilevanza.

Nel caso, la prova testimoniale aveva dimostrato innanzi ai giudici di merito che l’attività aveva continuato in parte a svolgersi presso Telecom e che questa era comunque proprietaria del programma informatico di gestione delle attività trasferite.

La corte territoriale aveva accertato che il settore trasferito era segmento privo di autonomia organizzativa e anzi rappresentava unità costituita ad hoc in occasione del trasferimento con dotazione di beni minima e con personale non specializzato che aveva continuato a svolgere attività presso il cedente.

Contro la decisione ha proposto ricorso Telecom.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
L’art. 2112 del codice civile, comma 5, nel testo introdotto dal D.Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, art. 1 (di attuazione della direttiva n. 98/50/Ce relativa al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti) prevedeva – prima della novella del 2003 dettata dalla legge c.d. Biagi – il trasferimento di parte dell’azienda, precisando che per quest’ultimo doveva intendersi un’articolazione funzionalmente autonoma di quell’attività economica organizzata definita nella prima parte del medesimo quinto comma e con le medesime connotazioni. Inoltre la citata disposizione prescriveva anche che tale frazione dell’impresa, oggetto del trasferimento parziale, doveva essere preesistente al trasferimento e, pur a seguito di questo, doveva conservare la propria identità: pertanto rientrava nella nozione di trasferimento di parte dell’azienda l’enucleazione di attività che avessero avuto una loro originaria identità tale da rispecchiare già le connotazioni tipiche dell’attività d’impresa, mentre non vi rientrava l’assemblaggio di frammenti del processo produttivo, che, quale parte del tutto, avrebbero potuto semmai dar vita ad una nuova impresa, ma questa non sarebbe stata preesistente, bensì sarebbe sorta proprio con l’atto di trasferimento (o, meglio, di conferimento) in favore del cessionario.

Il criterio selettivo dell’autonomia funzionale del ramo d’azienda ceduto consente del resto di affrontare e scongiurare ipotesi in cui le operazioni di trasferimento si traducano in forme incontrollate di espulsione di personale.
Si è infatti affermato (così Cass. Sez. L, sentenza 03/10/2013, n. 22627; Sez. L, sentenza n. 22613 del 03/10/2013; Sez. L, sentenza n. 21711 del 04/12/2012; Sez. L, sentenza n. 2489 del 01/02/2008; Sez. L, sentenza n. 6452 del 17/03/2009) che per “ramo d’azienda”, ai sensi dell’art. 2112 del codice civile (così come modificato dalla legge 2 febbraio 2001, n. 18, in applicazione della direttiva CE n. 98/50), come tale suscettibile di autonomo trasferimento riconducibile alla disciplina dettata per la cessione di azienda, deve intendersi ogni entità economica organizzata in maniera stabile la quale, in occasione del trasferimento, conservi la sua identità, il che presuppone una preesistente realtà produttiva autonoma e funzionalmente esistente e non anche una struttura produttiva creata “ad hoc” in occasione del trasferimento o come tale identificata dalle parti del negozio traslativo, essendo preclusa l’esternalizzazione come forma incontrollata di espulsione di frazioni non coordinate fra loro, di semplici reparti o uffici, di articolazioni non autonome, unificate soltanto dalla volontà dell’imprenditore e non dall’inerenza del rapporto ad un ramo di azienda già costituito.
Con riferimento al testo anteriore alle modifiche di cui al D.Lgs. n. 18 del 2001, attuativo della direttiva comunitaria n. 50 del 1998, si è pure affermato (Cass. Sez. L, Sentenza n. 206 del 10/01/2004) che l’art. 2112 del codice civile consente, letto in linea con la giurisprudenza comunitaria formatasi in merito alla interpretazione della direttiva n. 187 del 1977 e con le esplicite indicazioni fornite dalla direttiva n. 50 del 1998, di ricondurre, ai fini da esso considerati, alla cessione di azienda anche il trasferimento di un ramo della stessa, purché si tratti di un insieme di elementi produttivi organizzati dall’imprenditore per l’esercizio di un’attività, che si presentino prima del trasferimento come una entità dotata di autonoma ed unitaria organizzazione, idonea al perseguimento dei fini dell’impresa e che conservi nel trasferimento la propria identità. In presenza di tali condizioni, può configurarsi un trasferimento aziendale che abbia ad oggetto anche solo un gruppo di dipendenti stabilmente coordinati ed organizzati tra loro, la cui capacità operativa sia assicurata dal fatto di essere dotati di un particolare “know how” (o, comunque, dall’utilizzo di “copyright”, brevetti, marchi etc.), realizzandosi in tale ipotesi una successione legale di contratto non bisognevole del consenso del contraente ceduto, ex art. 1406 e seguenti del codice civile. Requisito indefettibile della fattispecie legale tipica delineata dal diritto comunitario e dall’art. 2112 del codice civile resta comunque, anche in siffatte ipotesi, l’elemento della organizzazione, intesa come legame funzionale che rende le attività dei dipendenti appartenenti al gruppo interagenti tra di esse e capaci di tradursi in beni o servizi ben individuabili, configurandosi altrimenti la vicenda traslativa come cessione del contratto di lavoro, richiedente per il suo perfezionamento il consenso del contraente ceduto.

Detta nozione di trasferimento di ramo d’azienda è coerente con la disciplina in materia dell’Unione Europea (direttiva 12 marzo 2001, 2001/23/CE, che ha proceduto alla codificazione della direttiva del 14 febbraio 1977, 77/187/CEE, come modificata dalla direttiva del 29 giugno 1998, 98/50/CE) secondo cui “è considerato come trasferimento ai sensi della presente direttiva quello di una entità economica che conserva la propria identità, intesa come un insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria” (art. 1, n. 1, direttiva 2001/23).

La Corte di Giustizia ha ripetutamente individuato la nozione di entità economica come complesso organizzato di persone e di elementi che consenta l’esercizio di un’attività economica finalizzata al perseguimento di un determinato obiettivo (cfr. Corte di Giustizia, 11 marzo 1997, C-13/95, Suzen, punto 13; Corte di Giustizia, 20 novembre 2003, C-340/2001, Abler, punto 30; Corte di Giustizia, 15 dicembre 2005, C-232/04 e C-233/04, Guney-Gorres e Demir, punto 32) e sia sufficientemente strutturata ed autonoma (cfr. Corte di Giustizia, 10 dicembre 1998, Hernandez Vidal, C-127/96, C-229/96, C-74/97, punti 26 e 27; Corte di Giustizia, 13 settembre 2007, Jouini, C-458/05, punto 31; Corte di Giustizia, 6 settembre 2011, C-108/10, Scattolon, punto 60; più di recente, Corte di Giustizia 6 marzo 2014, C-458/12, Amatori ed a., punti 32-34).

Corte di Cassazione – Sentenza N. 9361/2014
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