Lavoro

Pubblico impiego, soppressione del trattenimento in servizio: ecco la circolare

Pubblico impiego, soppressione del trattenimento in servizio: ecco la circolare
L’art. 1 del c.d. “decreto PA” (D.L. 90/2014) ha abrogato la norma (art. 16 del D.Lgs. 503/92) recante la disciplina generale dell’istituto del trattenimento in servizio dei dipendenti delle PA, riformulando – al contempo – la disciplina della risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro da parte delle medesime amministrazioni pubbliche

Al via il pensionamento obbligatorio nella Pubblica Amministrazione con la soppressione del trattenimento in servizio: questo, in sintesi, il contenuto della circolare n. 2 del 19 febbraio 2015 firmata dal Ministro Madia. Il Ministro per la funzione pubblica, nella circolare, chiarisce termini e modalità di applicazione delle norme del D.L. 90/2014 che hanno abrogato l’istituto del trattenimento in servizio e disciplinato le nuove modalità di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro con il duplice obiettivo di snellire gli organici ed abbassare l’età media del personale.

I limiti per la permanenza in servizio
La circolare rammenta innanzitutto le fonti normative che disciplinano i limiti di permanenza in servizio del personale pubblico:

  • l’art. 4 del D.P.R. 1092/73 per i dipendenti dello Stato;
  • l’art. 12 della L. 70/75 per i dipendenti degli enti pubblici.

La Funzione pubblica specifica, poi, che le norme appena indicata trovano applicazione analogica ad ogni altra categoria di personale pubblico.
Dato il quadro normativo, la circolare rammenta, quindi, che i limiti dettati dalle norme precedenti non sono stati modificati dall’elevazione dei requisiti anagrafici per il conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia prevista dall’art. 24, comma 6, del D.L. 201/11. O, meglio, tale (assenza di) effetto è il frutto delle norme interpretative contenute nell’art. 2, comma 5, del D.L. 101/13.
Per converso, restano fermi – come chiarito dalla circolare – i diversi limiti di età previsti da norme speciali per specifiche categorie di personale pubblico, come ad esempio quello del 70° anno di età per professori universitari, magistrati ed avvocati e procuratori dello Stato.
Detto della regola generale, la circolare rammenta, quindi, che il comma 2 dell’art. 1 del D.L. 90/14 ha “fatto salvi” i trattenimenti in servizio che fossero in corso alla data del 31/10/2014 (o a data antecedente). Tuttavia precisa espressamente che “essendo già scaduto questo termine, i trattenimenti non possono proseguire”.
Inoltre, ai fini in questione, la circolare precisa che si considerano “in essere” i trattenimenti “già disposti ed efficaci”, mentre quelli che non fossero ancora efficaci alla data del 25 giugno 2014 (data di entrata in vigore del D.L. 90/14) sono da intendersi come revocati ex lege.
Premesso quanto sopra, il documento in esame chiarisce che esistono comunque dei casi nei quali la PA datrice di lavoro è “tenuta a proseguire il rapporto di lavoro” col dipendente e che – di conseguenza – tale ipotesi non costituisce un caso di trattenimento in servizio illegittimo.
Il caso si concretizza ogniqualvolta il dipendente non maturi il diritto ad alcun trattamento pensionistico alla data di compimento dell’età limite ordinamentale per il collocamento a riposo ovvero al raggiungimento del requisito anagrafico minimo per il conseguimento della pensione di vecchiaia.
In proposito, la Corte Costituzionale (da ultimo con sent. 33/13) ha affermato che l’Amministrazione è tenuta a proseguire il rapporto di lavoro oltre il limite ordinamentale di permanenza in servizio, al fine di consentire al dipendente di maturare i requisiti minimi per il conseguimento di un trattamento pensionistico: limite che tuttavia si attesta a “non oltre” i 70 anni (ancorché con adeguamento di tale soglia agli incrementi della speranza di vita applicati con riguardo ai requisiti previsti per la generalità dei trattamenti pensionistici).
Al riguardo, con precisazione che appare peraltro pleonastica, la circolare afferma che, ai fini della valutazione circa la sussistenza del requisito pensionistico minimo per il diritto a pensione e, quindi, per la possibilità di procedere alla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro, l’Amministrazione datrice di lavoro deve prendere in considerazione tutti i periodi lavorativi ed assicurativi maturati dal dipendente nel corso della sua storia previdenziale presso ogni ente previdenziale al quale sia stato iscritto, in considerazione del fatto che egli – alla maturazione di complessivi 20 di iscrizione previdenziale presso più enti – potrà conseguire il diritto a pensione mediante la fruizione dell’istituto della totalizzazione di cui al D.Lgs. 42/06 ovvero mediante il cumulo contributivo di cui all’art. 1, commi 238-248 della L. 228/12.
Con specifico riferimento alla totalizzazione, la circolare chiarisce che – ai fini del collocamento a riposo – dovrà tenersi conto del regime delle decorrenze previsto dall’art. 5, comma 3, del citato decreto 42/06 e, quindi, il rapporto di lavoro dovrà proseguire sino alla maturazione della decorrenza della pensione onde evitare soluzioni di continuità tra percezione della retribuzione ed avvio della erogazione della pensione.
Dal che deriva che, per i dipendenti che possano vantare il primo accredito contributivo dal 1° gennaio 1996, il collocamento a riposo potrà essere disposto solo se l’importo della pensione non risulta inferiore ad 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale.
Se invece, considerando tutti i periodi assicurativi maturati dal dipendente, questi non raggiunga il requisito assicurativo minimo entro l’età anagrafica per il conseguimento della pensione di vecchiaia, la PA dovrà verificare se la prosecuzione del rapporto di lavoro fino a 70 anni (con adeguamento del limite alla speranza di vita) consentirebbe il raggiungimento del requisito contributivo minimo. In caso affermativo, la PA dovrà proseguire il rapporto di lavoro sino al raggiungimento del predetto requisito mentre, in caso contrario, dovrà procedere alla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro.

Il regime speciale dei dirigenti medici e del ruolo sanitario
La circolare chiarisce che – in capo a tale specifica categoria di personale – permane la possibilità, previa istanza, di rimanere in servizio oltre il compimento dei 65 anni di età e fino alla maturazione di 40 anni di servizio effettivo. Fermo restando che tale istanza potrà essere accolta solo nel caso in cui tale circostanza non comporti un aumento del numero dei dirigenti. E, peraltro, si chiarisce che – a fronte dell’interesse dell’istante alla prosecuzione dell’incarico – può prevalere l’esigenza dell’Amministrazione di risolvere unilateralmente il contratto.

La risoluzione unilaterale del contratto
La circolare segnala che – nella riformulazione dell’art. 72, comma 11, del D.L. 112/08 – non si pongono più i preesistenti limiti temporali e, quindi, l’istituto della risoluzione unilaterale diviene una possibilità “ordinaria e a regime” per le PA.
Quanto alla nuova disciplina di tale istituto:

  • l’ambito di applicazione è stato esteso e oggi comprende, oltre alle PA di cui all’art. 1, comma 2, del D.Lgs. 165/01, anche le autorità indipendenti;
  • quanto ai destinatari, in presenza dei relativi presupposti (V. infra) la risoluzione può essere esercitata nei confronti di tutte le categorie di dipendenti potenziali fruitori della pensione anticipata di cui all’art. 24, commi 10 e 12 del D.L. 201/11. Sono quindi escluse dall’applicazione tutte le categorie di personale soggette a regimi pensionistici “speciali” sottoposti ad “armonizzazione ai sensi del medesimo decreto legge (per tutti, i dipendenti del “comparto sicurezza”);
  • quanto ai presupposti, se in passato il riferimento era all’anzianità assicurativa massima di 40 anni di servizio, la novella richiama il “requisito contributivo aggiornato per il conseguimento della pensione anticipata”. Tuttavia il recesso non può comunque operare qualora esso dia luogo – a carico del dipendente – alle penalizzazioni pensionistiche previste dal citato art. 24, comma 10, del D.L. 201/11. Ne deriva che – a decorrere dal 2014 – la risoluzione unilaterale trova applicazione nei confronti dei lavoratori che maturino un’anzianità assicurativa di 42 anni e 6 mesi (se uomini, ovvero 41 anni e 6 mesi se donne) e compiano 62 anni di età, fermi restando i successivi adeguamenti alla speranza di vita;
  • sempre in tema di requisiti, i dipendenti che abbiano maturato i requisiti di accesso al pensionamento al 31/12/11 rimangono soggetti al regime di pensionamento previgente (p.es. i “quota 96”). Per essi, quindi, la PA può esercitare il recesso al raggiungimento del limite di età ordinamentale ovvero al raggiungimento dei previgenti 40 anni di servizio;
  • dal punto di vista procedimentale, la circolare rammenta che la decisione della PA deve essere motivata con riferimento alle esigenze organizzative poste a suo fondamento oltre che in relazione ai criteri di scelta applicati. Quanto sopra, fermo restando che l’esercizio della facoltà “non necessita di ulteriore motivazione qualora l’Amministrazione (…) abbia preventivamente determinato in via generale appositi criteri applicativi con atto generale di organizzazione interna, sottoposto al visto degli organi di controllo”;
  • viene infine precisato come resti fermo il termine di preavviso semestrale per il recesso.

Regimi speciali
La circolare si conclude rammentando i casi in cui la risoluzione non si applica ovvero si applica “con salvaguardia”. Sono esclusi, magistrati, professori universitari e dirigenti di struttura complessa del SSN. Invece, per i dirigenti medici e del ruolo sanitario non titolari della responsabilità di una struttura complessa, le Amministrazioni di appartenenza possono procedere alla risoluzione unilaterale una volta maturati i nuovi requisiti contributivi per l’accesso alla pensione anticipata, purchè dopo il compimento dei 65 anni di età. Questi soggetti, tuttavia, possono instare per la prosecuzione del rapporto fino al 40° anno di servizio, a patto che ciò non comporti un aumento del numero dei dirigenti: e, comunque, ferma restando, per la PA la facoltà di non accogliere l’istanza tenendo presenti le proprie esigenze organizzative e funzionali e rispettando la parità di trattamento, “anche per evitare l’indebita lesione dell’affidamento degli interessati”.

Ministero Semplificazione e PA – Circolare N. 2/2015

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