Diritto

Pubblico impiego: niente compenso ai lavoratori domenicali se coincide con le festività

Pubblico impiego: niente compenso ai lavoratori domenicali se coincide con le festività
È legittima la norma della finanziaria del 2006 che ha stabilito che, a seguito della stipulazione dei contratti collettivi del quadriennio 1994/1997, quando la domenica coincide con le festività ai lavoratori pubblici non spetta alcun compenso aggiuntivo, anche con riguardo ai giudizi all’epoca pendenti. Si tratta, in dettaglio, della norma autoqualificata di interpretazione autentica dell’inapplicabilità ai contratti collettivi dei dipendenti pubblici dell’art. 5, terzo comma, della legge n. 360/1949, che prevede la retribuzione delle festività civili e nazionali ricadenti di domenica. Secondo la Consulta, tale norma è sì retroattiva ma non lede i principi della preminenza del diritto e del processo equo di cui all’art. 6 della CEDU

È legittima la norma della finanziaria del 2006 che ha stabilito che, a seguito della stipulazione dei contratti collettivi del quadriennio 1994/1997, quando la domenica coincide con le festività ai lavoratori pubblici non spetta alcun compenso aggiuntivo, anche con riguardo ai giudizi all’epoca pendenti. Si tratta, in dettaglio, della norma autoqualificata di interpretazione autentica dell’inapplicabilità ai contratti collettivi dei dipendenti pubblici dell’art. 5, terzo comma, della legge n. 360/1949, che prevede la retribuzione delle festività civili e nazionali ricadenti di domenica. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza n. 150 del 26 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado emessa dal Tribunale, aveva accolto le opposizioni proposte dal Ministero della Giustizia avverso i decreti ingiuntivi emessi in favore di alcuni dipendenti dello stesso Ministero, ritenendone infondata la pretesa diretta ad ottenere il compenso previsto dall’art. 5, terzo comma, della legge 27 maggio 1949, n. 260 (Disposizioni in materia di ricorrenze festive), relativo alle festività coincidenti con la domenica.
In particolare, la Corte d’Appello aveva escluso il riconoscimento di tale compenso sul rilievo che l’art. 1, comma 224, della legge n. 266 del 2005, norma di natura interpretativa o comunque dotata di efficacia retroattiva, aveva elencato il suddetto art. 5 fra le disposizioni inapplicabili al lavoro pubblico ai sensi dell’art. 69, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), una volta stipulati i contratti collettivi nazionali di lavoro per il quadriennio 1998-2001.

Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso in cassazione i dipendenti del Ministero, chiedendo di sollevare questione di legittimità costituzionale del comma 224 dell’art. 1 in esame, ritenendo che la retroattività della citata norma, che si applica a fattispecie anteriori alla sua entrata in vigore, «salva l’esecuzione dei giudicati», formatisi fino alla data dell’entrata in vigore della medesima norma, violasse il divieto di ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia, influisse sulla definizione delle controversie giudiziarie in corso (art. 117, primo comma, Cost. e art. 6 della CEDU), ledesse l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (art. 104 Cost.) ed il principio di imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.).

Ciò premesso, la Corte di Cassazione solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 224, della legge n. 266 del 2005, nella parte in cui, applicandosi anche ai processi pendenti, sarebbe intervenuto a determinare la modifica dell’esito di un giudizio in corso – nel quale si era riconosciuto il diritto dei dipendenti pubblici ad un compenso aggiuntivo in caso di coincidenza delle festività con la domenica – a favore dell’amministrazione statale, parte in giudizio. E ciò senza che sussistessero gli “impellenti motivi di interesse generale” per giustificare la deroga al principio di irretroattività della legge. Non sarebbero, infatti, riconducibili ai predetti motivi né le finalità di “razionalizzare” ed “omogeneizzare” il trattamento dei pubblici impiegati indicate dal Ministero, né le generiche esigenze di compressione della spesa pubblica connesse all’equilibrio del bilancio dello Stato.

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La Corte Costituzionale ha dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale. La Consulta, in via preliminare, ha riconosciuto la fondatezza dell’assunto della Cassazione secondo cui non è possibile una interpretazione della norma censurata che ne escluda la portata retroattiva e dunque l’applicabilità ai giudizi in corso, ivi compreso il giudizio principale. Orbene, tale previsione è retroattiva e il tenore letterale dell’art. 1, comma 224, della legge n. 266/2005, nel delimitare la propria sfera di applicazione, espressamente fa salva solo “l’esecuzione dei giudicati formatisi alla data di entrata in vigore della presente legge” (secondo periodo), impedisce di assegnare a detta norma un significato diverso: essa ha effetti sia per il futuro, sia per il passato e ha inciso sul giudizio in corso.

Non vi è – secondo la Consulta – il contrasto prospettato dalla Cassazione con la norma convenzionale (CEDU) e, quindi, con l’art. 117, primo comma, Cost.
L’art. 1, comma 224, della “legge finanziaria 2006”, nella parte in cui dispone che l’art. 5, terzo comma, della legge n. 260/1949 (come successivamente modificato), è una fra le disposizioni divenute inapplicabili a seguito della stipulazione dei contratti collettivi del quadriennio 1994/1997, ai sensi dell’art. 69, comma 1, del D.Lgs. n. 165/2001, interviene sul contenuto di tale norma. Quest’ultima, nel dettare norme transitorie volte ad assicurare la graduale attuazione della riforma del lavoro pubblico (D.Lgs. n. 29/1993), era ispirata alle finalità di:

  • “accrescere l’efficienza delle amministrazioni in relazione a quella dei corrispondenti uffici e servizi dei paesi della Comunità europea”;
  • “razionalizzare il costo del lavoro pubblico, contenendo la spesa complessiva per il personale, diretta e indiretta, entro i vincoli della finanza pubblica”;
  • “integrare gradualmente la disciplina del lavoro pubblico con quella del lavoro privato” (Cost., sentenza n. 359/1993).

In tale contesto, proseguendo, la Consulta ha spiegato che l’art. 2 del D.Lgs. n. 165/2001, nell’individuare le fonti di disciplina del lavoro pubblico, ha assegnato alla legge il compito di regolare, quanto meno nei principi, l’organizzazione degli uffici, demandando viceversa alla contrattazione collettiva la regolamentazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti.

Già in passato la Corte ha avuto modo di desumere dalle indicate disposizioni che il legislatore “ha voluto riservare alla contrattazione collettiva l’intera definizione del trattamento economico, eliminando progressivamente tutte le voci extra ordinem” (sentenza n. 146/2008) al fine di realizzare, ad un tempo, l’obiettivo della contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico e della razionalizzazione del costo del lavoro pubblico, mediante il contenimento della spesa complessiva per il personale, diretta e indiretta, entro i vincoli della finanza pubblica.

Dunque, l’art. 1, comma 224, della “legge finanziaria 2006”, nell’annoverare tra le disposizioni riconosciute inapplicabili dall’art. 69, comma 1, secondo periodo, del D.Lgs. n. 165/2001 (a seguito della stipulazione dei contratti collettivi del quadriennio 1994/1997), l’art. 5, terzo comma, della legge n. 260/1949 – che riconosce il diritto a una ulteriore retribuzione nel caso in cui le festività ricorrano di domenica – si pone in armonia con l’obiettivo di riconoscere alla sola fonte contrattuale il compito di definire il trattamento retributivo, eliminando tutte le voci extra ordinem.

Risulta, pertanto, evidente che la norma censurata si limita ad assegnare alla disposizione interpretata un significato già in essa contenuto, riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario, cosicché la portata retroattiva della medesima non si rivela irragionevole, né si pone in contrasto con altri interessi costituzionalmente protetti (ex plurimis: sentenze n. 257 del 2011, n. 236 del 2009).

Nel caso di specie, l’art. 1, comma 224, della “legge finanziaria 2006”, nell’escludere l’applicabilità ai lavoratori pubblici della norma recante la previsione del diritto ad una retribuzione aggiuntiva nel caso in cui le festività ricorrano di domenica, all’indomani della stipulazione dei contratti collettivi del quadriennio 1994/1997, non ha fatto altro che dare attuazione ad uno dei principi ispiratori dell’intero D.Lgs. n. 165/2001.

In definitiva, la norma in questione ha chiarito – risolvendo una situazione di incertezza testimoniata dalla presenza di pronunce di segno contrastante che l’art. 5, terzo comma, della legge n. 260 del 1949 ha carattere imperativo: esso è, pertanto, applicabile a tutti i lavoratori dipendenti dallo Stato, dagli enti pubblici e dai privati (Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 22 febbraio 2008, n. 4667), rientrando fra le “norme generali […] del pubblico impiego”, di cui l’art. 69 del D.Lgs. n. 165 del 2001 stabilisce l’inapplicabilità a seguito della stipulazione dei contratti collettivi, in linea con il principio della onnicomprensività della retribuzione e del divieto di ulteriori corresponsioni, diverse da quelle contrattualmente stabilite (sentenza n. 146/2008).

Corte Costituzionale – Sentenza N. 150/2015

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