Diritto

Pubblico impiego e contratti a termine illegittimi: no alla conversione a tempo indeterminato

Pubblico impiego e contratti a termine illegittimi: no alla conversione a tempo indeterminato
In materia di pubblico impiego la reiterazione o la costituzione di contratti a termine in violazione delle norme imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego dei lavoratori non determina la costituzione o la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato, ma fonda il diritto del lavoratore al risarcimento del danno. Per la liquidazione è utilizzabile, in via tendenziale, il criterio indicato dalla legge n. 604 del 1966, e non il sistema indennitario onnicomprensivo dalla legge n. 183 del 2010, né il criterio previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori

In materia di pubblico impiego, la reiterazione o la costituzione di contratti a termine in violazione delle norme imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego dei lavoratori non determina la costituzione o la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato, ma fonda il diritto del lavoratore al risarcimento del danno. Per la liquidazione è utilizzabile, in via tendenziale, il criterio indicato dalla legge n. 604 del 1966, e non il sistema indennitario onnicomprensivo dalla legge n. 183 del 2010, né il criterio previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. A stabilire questo importante principio è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 27481 del 30 dicembre 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una lavoratrice pubblica precaria e l’Amministrazione regionale di appartenenza. La Corte d’Appello, accogliendo parzialmente l’appello principale della Regione Autonoma Valle d’Aosta avverso la sentenza del Tribunale e respingendo l’appello incidentale della lavoratrice assolveva la Regione dalla condanna al risarcimento del danno emessa dal Giudice di primo grado a seguito della dichiarazione di illegittimità dei contratti a termine stipulati fra le parti.

In particolare, la dipendente aveva lavorato per la Regione con 14 contratti a termine succedutisi senza soluzione di continuità dal 2005 al 2011, con le medesime mansioni rientranti nel profilo di assistente alle manifestazioni categoria B, posizione economica B1, del CCRL del Comparto Enti locali, di appartenenza.

Era indubbio che tali contratti fossero da considerare illegittimi perché sia la legge regionale n. 68/1989 (vigente al momento della stipulazione dei contratti medesimi) sia l’attualmente vigente art. 42 della legge regionale n. 22/2010, con norme di identico contenuto, stabiliscono che il ricorso ai contratti a termine da parte della Regione debba essere giustificato da esigenze straordinarie e temporanee, prevedendo un limite temporale di 9 mesi.

Quanto alle conseguenze di tale illegittimità, ad avviso della Corte territoriale, andava in primo luogo, respinta la domanda volta ad ottenere la stabilizzazione, in quanto tale soluzione è esclusa sia dall’art. 97 Cost. sia dagli artt. 35 e 36 del D.Lgs. n. 165/2001 e dalla normativa statale successiva in materia di contratti a termine nel lavoro pubblico sia dalla legislazione regionale nella stessa materia.
Tali disposizioni hanno carattere speciale e prevalgono sulla disciplina del contratto a termine dettata dal D.Lgs. n. 368/2001, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità.

Di conseguenza, la Corte d’Appello accoglieva il gravame principale proposto dalla Regione avverso il capo della sentenza che aveva condannato la medesima al risarcimento del danno in favore della lavoratrice, quantificandolo in 20 mensilità dell’ultima retribuzione.
Inoltre, la lavoratrice non aveva fornito alcuna deduzione o allegazione in merito al danno patito, sicché essendo da escludere che il danno sia in re ipsa, la Regione doveva essere assolta dalla condanna al risarcimento del danno emessa dal primo Giudice.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la ex dipendente, in particolare sostenendo che il divieto di conversione stabilito per il lavoro pubblico dovrebbe essere derogato in caso di illegittima successione di contratti a termine, per effetto della normativa interna di attuazione delle direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso dall’UNICE, dal CEEP e dal CES, e applicabile anche al lavoro pubblico, dato il silenzio legislativo sul punto; inoltre, ha sostenuto che rappresenterebbe una violazione del diritto UE come interpretato dalla CGUE qualificare la tutela avverso l’abuso di contratti a termine illegittimi esclusivamente in termini di risarcimento del danno in senso stretto, come aveva fatto la Corte d’Appello e come risulta dalla giurisprudenza di legittimità che pone a carico del lavoratore l’onere di provare il danno effettivamente patito per effetto della illegittima apposizione del termine, così richiedendo un elemento mai preso in esame dalla CGUE, che invece ha sempre configurato tale danno in modo specifico come danno-sanzione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla lavoratrice. Sul punto, anzitutto gli Ermellini rilevano la non confrontabilità del rapporto di lavoro alle dipendente delle pubbliche amministrazioni con quello alle dipendenze dei datori di lavoro privati, con tutte le conseguenze che ne derivano con riguardo all’ipotesi di reiterazione illegittima di contratti a termine. In particolare, poi, affrontando la questione, i giudici di Piazza Cavour hanno evidenziato che la CGUE ha ritenuto non conforme al principio di effettività l’unica forma di tutela esistente per i lavoratori del settore pubblico assunti con contratto a durata determinata in Italia rappresentata dal risarcimento del danno sofferto, in quanto, secondo l’interpretazione elaborata dalla Corte Suprema di Cassazione, per un lavoratore del settore pubblico sarebbe impossibile fornire le prove richieste dal diritto nazionale al fine di ottenere un siffatto risarcimento del danno, poiché gli si imporrebbe di fornire, segnatamente, la prova della perdita di opportunità di lavoro e quella del conseguente lucro cessante. Una simile prova — che esclude che un lavoratore del settore pubblico, il quale desideri ottenere il risarcimento del danno sofferto, nell’ipotesi di utilizzo abusivo, da parte del suo ex datore di lavoro pubblico, di una successione di contratti di lavoro a tempo determinato, possa giovarsi di presunzioni d’esistenza di un danno e, di conseguenza, lo obbliga a dimostrare concretamente il danno medesimo — infatti, non è imposta dalla giurisprudenza della CGUE, secondo cui il danno risarcibile a causa della violazione di una norma contenuta nella direttiva 1999/70 deve derivare immediatamente e direttamente dalla violazione delle norme finalizzate alla tutela dei lavoratori precari.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, in base al generale canone ermeneutico dell’obbligo degli Stati UE della interpretazione del diritto nazionale conforme al diritto comunitario, come interpretato dalla CGUE, per effetto dell’ordinanza della Corte di Giustizia UE in data 12 dicembre 2013, Papalia, C-50/13 — fermo restando che la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori, da parte delle pubbliche amministrazioni, non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni, salva l’applicazione di ogni responsabilità e sanzione — l’art. 36, comma 5, del D.Lgs. n. 165 del 2001, nella parte in cui prevede “il lavoratore interessato ha diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative”, deve essere interpretato — con riferimento a fattispecie diverse da quelle del precariato scolastico — nel senso che la nozione di danno applicabile nella specie deve essere quella di “danno comunitario”, il cui risarcimento, in conformità con i canoni di adeguatezza, effettività, proporzionalità e dissuasività rispetto al ricorso abusivo alla stipulazione da parte della P.A. di contratti a termine, è configurabile come una sorta di sanzione ex lege a carico del datore di lavoro. Per liquidazione del suddetto danno da perdita del lavoro è utilizzabile come criterio tendenziale, quello indicato dall’art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, apparendo, invece, improprio, il ricorso in via analogica sia al sistema indennitario onnicomprensivo previsto dalla L. n. 183 del 2010, art. 32 sia al criterio previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, trattandosi di criteri che, per motivi diversi, non hanno alcuna attinenza con l’indicata fattispecie.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 27481/2014

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