Italia

Nella Pa riparte la (lenta) e lunga marcia dell’anticorruzione

Sono circa 2mila le amministrazioni che hanno già nominato il proprio responsabile anticorruzione tra i dirigenti apicali. Poche rispetto alle oltre 21mila censite dall'Istat
Sono circa 2mila le amministrazioni che hanno già nominato il proprio responsabile anticorruzione tra i dirigenti apicali. Poche rispetto alle oltre 21mila censite dall’Istat

Sono circa 2mila le amministrazioni che hanno già nominato il proprio responsabile anticorruzione tra i dirigenti apicali. Poche rispetto alle oltre 21mila censite dall’Istat ma tra queste non mancano casi già classificati come best-practice. È il caso, per esempio, della sede Inps di Bari, che ha appena ottenuto un riconoscimento dall’Onu per la lotta alla corruzione grazie al sistema di interscambio delle informazioni che ha permesso di stanare falsi invalidi, lavoratori in nero e pensionati già defunti. Ma accanto a un caso positivo non mancano i più clamorosi ritardi. Per esempio: il Ministro dell’Economia e quello dello Sviluppo economico non hanno ancora pubblicato il loro piano di valutazione delle performance (stando alle tabelle aggiornate Civit), nessuno dei 12 Ministeri ha fatto il piano triennale della trasparenza e solo due (Esteri e Interno) hanno inviato il loro standard sulla qualità dei servizi prestati. Il nuovo piano triennale di prevenzione della corruzione dovrà essere presentato da tutte le amministrazioni entro la fine del prossimo gennaio. I precedenti non fanno ben sperare e nel frattempo è in corso anche la nomina dei nuovi responsabili degli organismi indipendenti di valutazione (Oiv), previsti dalla riforma Brunetta del 2009 e che sono in scadenza nel 2013. Un passaggio ulteriore che riguarda la valutazione delle performance del personale che ora verrà vigilato dall’Aran. L’unica speranza per un’accelerazione del percorso di attuazione della norma anticorruzione (legge n. 190/2012) sta nei nuovi poteri conferiti alla Civit, riconosciuta come agenzia nazionale anticorruzione, che potrà incalzare ancor di più le amministrazioni al rispetto dei loro nuovi obblighi.

I piani triennali di prevenzione della corruzione. Tra i cosiddetti «contenuti minimi» che devono essere garantiti nei piani triennali di prevenzione da adottare spiccano, tra gli altri, l’individuazione delle attività più esposte al rischio di corruzione, come quelle citate nella legge n. 190/2012: le autorizzazioni o concessioni; la scelta del contraente nell’affidamento di lavori, forniture e servizi; la concessione ed erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari; i concorsi per l’assunzione del personale. Devono essere poi adottati specifici sistemi di rotazione del personale addetto alle aree a rischio, misure per assicurare l’adeguata tutela dei cosiddetti whistleblowers, ovvero i dipendenti che effettuano segnalazioni di illeciti, obblighi di astensione in caso di conflitto di interesse dei dirigenti e discipline specifiche in materia di conferimento di incarichi dirigenziali in caso di particolari attività o incarichi precedentemente ricoperti, per evitare fenomeni di pantouflage-revolving doors, come aveva chiesto l’Ocse nel documento dello scorso aprile in cui elogiava il vecchio Governo per l’adozione della legge n. 190/2012 e lo incoraggiava a una sua efficace implementazione.
I piani triennali, su cui è previsto il monitoraggio centrale da parte della Civit, dovranno prevedere anche concreti e verificabili programmi di formazione in materia di etica, integrità e altre tematiche attinenti alla prevenzione della corruzione.

Due candidati per la presidenza Civit. Mentre la grande macchina dell’attuazione si mette in moto, a livello centrale resta da compiere il passaggio finale della nomina del nuovo presidente e dei commissari della Civit. Rispetto alla vecchia formazione di 5 componenti si è scesi a tre, di cui uno sarà presidente. Il decreto 101 di agosto (articolo 5) affida al Ministro della Pa e le Semplificazioni l’individuazione del nome del presidente, da scegliere «tra esperti di elevata professionalità anche estranei all’amministrazione, di notoria indipendenza e comprovata esperienza in materia di contrasto alla corruzione». Gli altri due membri andranno invece scelti insieme dal Ministro della Pa e quello dell’Interno, e tutte e tre le nomine, prima del via libera del Consiglio dei Ministri, dovranno incassare il parere favorevole delle Commissioni parlamentari competenti «espresso a maggioranza dei due terzi dei componenti». Le proposte di nomina devono essere formulate entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, il cui esame è appena iniziato in Senato. I nomi in circolazione per la presidenza sono due: quello di Luigi Giampaolino, ex presidente della Corte dei Conti e quello del prefetto Giuseppe Procaccini, ex capo di gabinetto del Ministro Alfano, che ha lasciato l’incarico a metà luglio dopo la vicenda dell’espulsione della moglie e della figlia del dissidente Ablyazov in Kazakistan.

Una superfinanziaria a costo zero. Ma quanto vale, davvero, prevenire e, se possibile, ridurre ai minimi la corruzione nella Pa? Il dato più citato, e fatto proprio anche dall’Ocse nel suo Rapporto sull’Italia di qualche mese fa, quantifica il costo della corruzione in 60 miliardi l’anno. Si tratta di una stima fatta dalla Corte dei Conti e che equivale all’incirca al valore del deficit 2012. L’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro (2012) colloca il nostro paese in fondo alla classifica della fiducia nella capacità del Governo di combattere la corruzione. Per il 75% dei cittadini l’esecutivo ha le armi spuntate, un livello che ci colloca in un gruppo di paesi della periferia Ue come la Grecia, Cipro e Malta. Poichè la fiducia è uno dei motori fondamentali della crescita economica, è interessante capire quanto vale questa sua componente. Secondo gli esperti citati dall’Ocse un recupero in positivo di sette punti percentuali su questi livelli di percezione diffusa della della corruzione nella Pa può far aumentare di un punto il rapporto tra investimenti netti e Pil. Luciano Hinna, ex commissario Civit che ha appena dato alle stampe con l’editore Donzelli un libro sul tema (“La corruzione – la tassa più iniqua“; prefazione a cura di Filippo Patroni Griffi), spiega che il costo di non combattere la corruzione equivale ad una super finanziaria. «Non si tratta solo di perseguire un recupero di immagine delle amministrazioni pubbliche – dice – ma di attivare una leva della crescita e dell’innovazione». Secondo le diverse stime ufficiali raccolte da Hinna una forte riduzione del fenomeno e una più diffusa cultura della legalità e della prevenzione della corruzione nel settore pubblico potrebbe far crescere del 16% gli investimenti diretti esteri, ridurre del 40% il costo degli appalti, recuperare almeno 30 miliardi di evasione fiscale l’anno. «Soprattutto in una congiuntura economica difficile come quella in cui ci troviamo – spiega ancora Hinna – l’esposizione delle imprese che lavorano con le amministrazioni al rischio di dover assumere o accettare comportamenti illeciti è elevato. Per questo occorre fare tutti gli sforzi possibili, partendo dall’attuazione del Piano nazionale anticorruzione».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *