Diritto

Prova dell’elusione fiscale: complessità dell’iter negoziale insufficiente

Prova dell’elusione fiscale: complessità dell'iter negoziale insufficiente
Per comprovare il disegno elusivo, non è sufficiente richiamare la complessità dell’iter negoziale, occorrendo invece un’adeguata disamina delle emblematiche peculiarità e delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici e verificarne la relativa incongruenza, rispetto agli strumenti utilizzabili in una normale logica di mercato, indicando i concreti elementi, desunti dai singoli negozi stipulati e dagli elementi acquisiti al processo, idonei a far ritenere l’assenza, in ciascun negozio, di un apprezzabile interesse e, quindi, l’esclusivo o preminente intento di pervenire al risultato finale di eludere il fisco

In tema di elusione fiscale, per comprovare il disegno elusivo, non è sufficiente richiamare la complessità dell’iter negoziale, occorrendo invece un’adeguata disamina delle emblematiche peculiarità e delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici e verificarne la relativa incongruenza, rispetto agli strumenti utilizzabili in una normale logica di mercato, indicando i concreti elementi, desunti dai singoli negozi stipulati e dagli elementi acquisiti al processo, idonei a far ritenere l’assenza, in ciascun negozio, di un apprezzabile interesse e, quindi, l’esclusivo o preminente intento di pervenire al risultato finale di eludere il fisco. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8760 del 30 aprile 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dall’impugnazione proposta da un contribuente avverso un avviso di liquidazione con cui l’Agenzia Entrate reclamava l’imposta complementare di registro, ipotecaria, catastale ed accessori, in relazione ad un atto registrato il 24 novembre 2003.
Tale atto prevedeva la costituzione di una società in accomandita semplice, il cui capitale sociale veniva determinato in euro 350.000,00 e sottoscritto dal socio A con conferimento di denaro per 50.000 euro, dal socio B con conferimento di quote di beni immobili per 150.000 euro e dal socio C con conferimento di quote immobiliari per 150.000 euro.
Il precedente 17 ottobre 2003, il socio B, giusto atto notarile, registrato pochi giorni dopo, aveva contratto un mutuo fondiario con la Cassa di Risparmio di R. spa dell’importo di 1.050.000 euro, garantito da ipoteca sugli immobili, successivamente conferiti nella precitata società, per l’importo di 1.575.000 euro, e, per l’effetto, veniva onerato della restituzione del mutuo garantito da ipoteca.
Successivamente, con due scritture private registrate il 28 novembre 2003 ed il 13 novembre 2003, rispettivamente, i tre soci cedevano le proprie quote di partecipazione nella S.a.s. ad una S.n.c.; all’esito dei citati rogiti quest’ultima società diveniva l’esclusiva proprietaria di tutti i beni originariamente conferiti dai soci A e C nella S.a.s..
L’Ufficio, ritenendo che l’insieme di atti stipulati dai soggetti indicati, realizzasse gli effetti economici e giuridici di una vendita, aveva riqualificato e tassato in base alla sua intrinseca natura ed ai concreti effetti, il negozio giuridico, emettendo l’avviso di liquidazione precitato.

L’Agenzia Entrate, costituendosi, resisteva, sostenendo la legittimità dell’operato dell’Ufficio, onerato per legge a tassare gli atti in base alla loro intrinseca natura ed agli effetti giuridici prodotti, ancor quando non corrispondenti al titolo o alla forma apparente.
Con atto notarile registrato il 31 ottobre 2003, veniva costituita una nuova S.a.s.. Il capitale sociale veniva determinato in 220.000 euro e sottoscritto dai due soci per la quota di 8.600 euro ciascuno, con conferimento in denaro, da un socio per la quota di 44.800 euro mediante conferimento di quota di un immobile ad uso albergo, nonché da un altro socio per la quota di 158.000 euro mediante il conferimento dell’intera proprietà di un’azienda alberghiera.
Con scrittura privata, registrata il 31 ottobre 2003, due soci hanno ceduto ciascuno la propria quota di partecipazione nella S.a.s. agli altri due soci.
L’Ufficio emetteva, quindi, avviso di liquidazione, notificato al legale rappresentante della S.a.s. e a uno dei soci per imposta complementare di registro, ipotecaria, catastale ed interessi, in relazione al precitato atto registrato il 31 ottobre 2003.
Con detto avviso, l’atto veniva riqualificato come “cessione d’azienda”, in relazione all’intrinseca natura, nonché agli effetti giuridici prodotti o che era idoneo a produrre, a prescindere dal titolo e dalla forma apparente, accertando che l’operazione realizzava gli effetti economici e giuridici di una vendita, al cui esito i soci erano divenuti proprietari unici della S.a.s..

L’avviso veniva impugnato in sede giurisdizionale sia dal legale rappresentante della S.a.s. sia pure dal socio, i quali chiedevano dichiararsi la nullità dell’avviso impugnato.

L’Agenzia Entrate, costituendosi, rivendicava la legittimità della riqualificazione dell’atto sulla base dell’intrinseca natura e degli effetti giuridici, a prescindere dalla forma apparente utilizzata e, quindi, chiedeva il rigetto del ricorso.

L’adita Commissione Tributaria Provinciale, previa riunione dei due ricorsi, separatamente proposti dalle parti, li accoglieva, opinando che, nel caso, non si era concretizzata alcuna “elusione fiscale” e che l’operato dell’Ufficio concretizzasse una violazione dell’autonomia contrattuale delle parti.

La Commissione Tributaria Regionale, adita in appello dall’Agenzia Entrate, accoglieva, invece, l’impugnazione, ritenendo e dichiarando legittima la pretesa impositiva dell’Ufficio, portata dai due avvisi impugnati.

I contribuenti proponevano quindi ricorso per cassazione, in particolare sostenendo l’illegittimità della riqualificazione dei negozi sottoposti ad imposizione, in quanto operata dall’amministrazione, non già sulla base del relativo contenuto, quale espresso nel rogito dai contraenti, bensì avendo riguardo al comportamento complessivo delle parti coinvolte e tenendo conto degli atti successivamente posti in essere.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dai contribuenti. A parere della Suprema Corte, le argomentazioni utilizzate dalla CTR per comprovare il disegno elusivo, richiamano, essenzialmente la complessità dell’iter negoziale, senza una adeguata disamina delle emblematiche peculiarità e delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici e sulla relativa incongruenza, rispetto agli strumenti utilizzabili in una normale logica di mercato e senza indicare i concreti elementi, desunti dai singoli negozi stipulati e dagli elementi acquisiti al processo, idonei a far ritenere l’assenza, in ciascun negozio, di un apprezzabile interesse e, quindi, l’esclusivo o preminente intento di pervenire al risultato finale di eludere il fisco.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 8760/2015

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