Lavoro

Pronti i tagli alle pensioni: si inizia sopra i 3.500 euro, poi gli altri

Pronti i tagli alle pensioni: si inizia sopra i 3.500 euro, poi gli altri
Il colpo di spugna alle penalizzazioni per le pensioni anticipate (che si consegue con 41-42 anni di contributi ) verrà limitata a coloro che maturano assegni inferiori a circa 3500 euro lordi mensili (circa 2400 netti) . E sempre per chi percepisce una pensione sopra questa soglia, pari a sette volte il minimo, torna il divieto di cumulo con altri redditi da lavoro

Gira che ti rigira qualsiasi governo, qualsiasi maggioranza, alla fine sempre alle pensioni mette mano. Il governo – indaffarato con la chiusura della legge di Stabilità 2015 – preferisce chiudere la partita 2014 con modesti interventi previdenziali, rinviando al prossimo anno il piatto forte.

E le portate saranno sicuramente: pensioni, local tax e canone Rai. Il relatore al ddl Stabilità, Giorgio Santini (Pd), ha ammesso che si tratta di «argomenti su cui sta riflettendo il governo. Ci aspettiamo che sciolga questi nodi ma è più probabile che siano collocati in altri provvedimenti che saranno fatti molto rapidamente ma non in legge di Stabilità».

Insomma, a dar retta a Santini, questi provvedimenti dovrebbero arrivare nei primi mesi del prossimo anno. Sul capitolo pensioni, Santini ha spiegato che la questione non è tanto delle penalizzazioni quanto della «governance dell’Inps» e la «flessibilità in uscita».

Nella sostanza il governo da gennaio vorrebbe ridisegnare l’Inps come un’azienda. Un cda leggero (forse di sole 3 persone), e un direttore generale con poteri da amministratore delegato. Magari facendo fuori il Consiglio di vigilanza (Civ), dove pascolano da decenni sindacalisti e altri boiardi. L’idea sarebbe anche buona se non fosse che stando agli ultimi dati Ocse diffusi giusto lunedì scorso, l’Inps è la più grande azienda d’Italia, retribuisce oltre 16 milioni di persone e gestisce un giro d’affari da oltre 250 miliardi (nel 2013 è stata pari al 16,3% del Pii). E quindi metterci mano comporta una buona dose di attenzione.

Se è vero che a parametro Ocse l’Italia spende troppo per le pensioni, è altrettanto vero che con micro interventi si sta cercando di grattare via qualcosa. Santini rinvia e sdrammatizza, però nella legge di Stabilità c’è qualcosa proprio sulle pensioni che potrebbe riguardare proprio tutti e non solo i fortunati titolare delle cosiddette «pensioni d’oro».

La norma non introduce un tetto solo per i ricconi, ma avrà impatto sul calcolo di tutte le pensioni e «genera persino interrogativi di costituzionalità, come evidenziato dalle relazioni tecniche degli Uffici della Camera e del Senato», avverte Vera Lamonica, segretaria confederale della Cgil. Che spiega: «Si prevede che i contributi versati dopo il raggiungimento del diritto alla pensione non abbiano più alcun valore ai fini del calcolo della prestazione, senza neanche determinare soglie o quantità, per cui si colpiscono anche le pensioni basse». E poi applicando il nuovo criterio di calcolo anche alle pensioni in essere, «si introduce un precedente preoccupante».

Circola poi la voce secondo cui il governo starebbe valutando l’ipotesi di introdurre delle penalizzazioni per chi intende anticipare l’uscita pensionistica. Penalizzazione che dovrebbe riguardare, però, solo chi dovesse incassare oltre 3.500 euro lordi al mese di pensione (circa 2.400 netti). E sempre per chi percepisce una pensione sopra questa soglia, pari a sette volte il minimo, tornerebbe il divieto di cumulo con altri redditi da lavoro.
La prima correzione vuole rendere più equo l’intervento approvato alla Camera, su proposta di Marialuisa Gnecchi, per disincentivare il ritiro anticipato a carico della finanza pubblica di alti livelli di reddito pensionistico. In pratica per questi “precoci” che intendono lasciare il lavoro prima di avere maturato il requisito anagrafico di 62 anni, resta la penalizzazione dell’1% per il primo anno di anticipo e del 2% per i successivi. Con il secondo intervento, invece, si punta a disincentivare proprio le uscite anticipate limitando il cumulo reddito-pensione. Il divieto scatterebbe abolendo la possibilità di cumulare pensione e qualsiasi reddito (ora completa) ad attuali e futuri pensionati per coloro per i quali concorrano tutte e tre le condizioni seguenti:
a) avere pensioni liquidate con il sistema retributivo o misto;
b) pensioni di importo superiori a circa 3.500 euro (sette volte il trattamento minimo dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps);
c) avere un’età inferiore a quella del pensionamento di vecchiaia (66 anni nel 2015). Naturalmente una deroga sarebbe ammessa ma con il pagamento di una sorta di ticket: il cumulo sarebbe infatti ammesso per chi, prima di incassare un reddito da lavoro autonomo, dipendente, o libero professionale, versi un contributo di solidarietà annuo pari all’importo del 20% della pensione, per ciascun anno nel quale si verifica il cumulo. La proposta è accompagnata da una stima di maggior gettito annuo: 300 milioni che verrebbero utilizzati per incrementare la dote per gli ammortizzatori sociali.

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