Diritto

Professionisti o imprenditori? Una riforma in mezzo al guado

Professionisti o imprenditori? Una riforma in mezzo al guado

La Corte di Cassazione, con la sentenza 26 giugno 2013 n. 16092, ha negato ad un professionista il diritto di beneficiare di uno sgravio contributivo, previsto dall’articolo 44 della legge n. 448 del 2001 a favore delle imprese che avessero assunto nuovi dipendenti, perché l’assenza, nella attività del prestatore d’opera intellettuale, della necessaria componente organizzativa di un apparato produttivo stabile e complesso, formato da beni strumentali e lavoratori, sarebbe incompatibile con lo status di imprenditore.
Quanto la definizione di attività professionale sia, almeno in parte, lontana dalla odierna realtà, è di assoluta evidenza: oggi nel nostro paese operano studi professionali strutturati in organizzazioni molto complesse con volumi di affari di decine di milioni.

La giurisprudenza comunitaria. Merita qui segnalare anche quanto questo orientamento sia in conflitto con la giurisprudenza comunitaria, la quale, invece, da tempo afferma che è economica qualsiasi attività consistente nell’offrire beni o servizi in un determinato mercato (CGUE 28 febbraio 2013 causa C-1/12 e, più diffusamente, CGUE  19 febbraio 2002 causa C-309/99) e, dunque, ogni attività professionale.
La decisione della Corte però rimette al centro della attenzione una questione che è stata volutamente ignorata da quando, a cominciare dalle famigerate “lenzuolate” del ministro Bersani, è iniziato il processo di “ammodernamento” delle professioni intellettuali e che si sostanzia nel seguente quesito: il professionista oggi è un imprenditore?

Norme simili a quelle delle imprese. Se ci si sofferma sulle disposizioni che hanno definitivamente abolito le tariffe, che hanno favorito il ricorso alla pubblicità, che hanno sanzionato tutte le norme deontologiche in conflitto con i principi della concorrenza e che hanno introdotto le società ed ammesso la presenza del socio di investimento, la risposta non può che essere affermativa.

Vincoli propri delle professioni. Se invece si punta l’attenzione su quelle norme che hanno introdotto l’obbligo della assicurazione contro la responsabilità civile ed il dovere di aggiornarsi continuamente, pena conseguenze disciplinari, ovvero che consentono di costituire società tra professionisti ma con stringenti limitazioni (secondo una recente circolare del Consiglio Nazionale dei Dottori ed Esperti Contabili addirittura l’attuale quadro normativo non ammetterebbe le società di capitali unipersonali) e, per di più, senza separare la responsabilità della società (ove sia di capitali) da quella del socio professionista, allora la risposta non è così categoricamente certa.
Fare impresa significa scegliere se offrire ai propri clienti un prodotto di qualità, che però costa parecchio e magari richiede ingenti investimenti, ovvero puntare sulla produzione di beni a basso costo ed accessibili ad una più ampia platea di consumatori.

Tra queste due opzioni ovviamente esistono numerose ipotesi intermedie ma dietro vi stanno precise strategie che ciascun imprenditore attua liberamente, essendo rimessa alla sua discrezionalità la fase della organizzazione della azienda.

Non sembra, invece, che il professionista goda della medesima libertà e ne sono eloquente testimonianza tutti i nuovi doveri ai quali egli dovrà attenersi, a cominciare da quello che lo obbliga ad assicurarsi per la responsabilità civile.

Una liberalizzazione contraddittoria. Ed è discutibile che lo Stato pretenda di liberalizzare le professioni intellettuali e, al contempo, imponga ai professionisti modalità di organizzazione della attività che invece, se essi altro non sono che imprenditori, dovrebbero essere rimesse alla discrezionalità dei singoli interessati.
Il legislatore, quindi, ha il grave demerito non di avere stravolto lo status originario dei professionisti (le scelte politiche, infatti, competono pur sempre al Parlamento che se ne assume le responsabilità) ma di averne avviata la trasformazione senza portarla fino in fondo.
E tutto ciò non è privo di conseguenze pratiche perché i professionisti, pur essendo esposti sempre più ai rischi della concorrenza, non potranno comunque beneficiare di quei sussidi e benefici previsti esclusivamente per le imprese, tanto più alla luce della giurisprudenza della Suprema Corte.

Cassazione – Sentenza N. 16092/2013

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