Diritto

Prima si paga poi si patteggia

Prima si paga poi si patteggia
La norma che subordina il patteggiamento della pena dei reati tributari all’estinzione dei debiti con il fisco non contrasta con la Costituzione

La norma che subordina il patteggiamento della pena dei reati tributari all’estinzione dei debiti con il fisco non contrasta con la Costituzione. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza n. 95 depositata il 28 maggio 2015, dichiarando infondata la questione sollevata dal Gip del Tribunale di La Spezia.

Il giudice rimettente, nella sua ordinanza, aveva espresso dubbi anche sulla legittimità della norma che esclude la concessione della sospensione condizionale della pena quando l’imposta evasa risulti superiore a determinate soglie, questione che la Consulta, alla luce della pronuncia sul patteggiamento, ha qualificato inammissibile per difetto di rilevanza.

Venendo alla declaratoria di infondatezza, il giudice del rinvio ipotizzava che l’art. 13, comma 2-bis, del D.Lgs. n. 74/2000, aggiunto dal D.L. n. 138/2011, il quale stabilisce che, per i reati tributari di cui allo stesso decreto n. 74, l’applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p. può essere chiesta dalle parti solo qualora ricorra la circostanza attenuante di cui ai commi 1 e 2 dello stesso art. 13, ossia solo in caso di estinzione, mediante pagamento, dei debiti tributari relativi ai fatti costitutivi dei reati, violasse sia l’art. 3 della Costituzione, sotto il profilo della irragionevole disparità di trattamento tra imputati dello stesso reato, a seconda delle loro condizioni economiche, sia l’art. 24, per la limitazione del diritto di difesa dell’imputato non abbiente, che non potrebbe accedere al rito speciale esclusivamente a motivo della propria condizione economica.

Al riguardo, nel rilevare preliminarmente che l’esclusione del patteggiamento introdotta dalla norma censurata con riguardo ai delitti tributari si affianca alle numerose esclusioni oggettive del cosiddetto «patteggiamento allargato» già previste dall’art. 444, comma 1-bis, c.p.p., la Corte ricorda di avere osservato come rientri nella discrezionalità del legislatore collegare al titolo del reato, e non (o non soltanto) al livello della pena edittale, un trattamento più rigoroso, quanto all’accesso al rito alternativo; l’esercizio di tale discrezionalità è sindacabile solo se manifestante irragionevole e arbitraria, come quando determini inaccettabili sperequazioni tra figure criminose omogenee.

Corte Costituzionale – Sentenza N. 95/2015

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