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Previdenza complementare: comunicazione contributi non dedotti al 31 dicembre

Previdenza complementare: comunicazione contributi non dedotti al 31 dicembre
Entro il 31 dicembre l’iscritto deve dichiarare al proprio fondo pensione o piano individuale di previdenza l’entità dei contributi non dedotti. Si consente così al risparmiatore previdenziale la possibilità di recuperare a scadenza il beneficio fiscale di cui non si sia goduto durante la contribuzione alla previdenza complementare in applicazione del principio della “unicità della tassazione” L’eventuale dimenticanza della dichiarazione al fondo pensione/pip dei contributi non dedotti comporta la perdita del beneficio cui si avrebbe diritto in sede di tassazione della prestazione finale

Tra i diversi adempimenti del fine anno occorre ricordarsi che entro il 31 dicembre vanno dichiarati al fondo pensione o al piano individuale di previdenza al quale si sia aderito eventuali contributi non dedotti.
Il riferimento normativo è costituito dall’art. 8, comma 4, del D.Lgs. n. 252/2005 che prevede che l’iscritto ad una forma di previdenza complementare debba comunicare entro il 31 dicembre dell’anno successivo al versamento “l’importo non dedotto o che non sarà dedotto nella dichiarazione dei redditi” (entro il prossimo 31 dicembre vanno allora comunicati eventuali contributi non dedotti versati nel 2013).
Sulla base di tale dichiarazione il fondo pensione/pip considererà come esente la parte corrispondente della prestazione finale (il cui diritto si acquisisce al momento della maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza, con almeno cinque anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari).

Il vantaggio
Si consente così al risparmiatore previdenziale la possibilità di “recuperare a scadenza” il beneficio fiscale di cui non si sia goduto durante la contribuzione al fondo pensione, in applicazione del principio della “unicità della tassazione” (ne bis in idem).

Potrebbe essere il caso per esempio di una contribuzione eccedente il limite annuo di deducibilità dei 5.164,57 euro che trova la propria motivazione economica nel meccanismo di funzionamento della previdenza complementare strutturata finanziariamente sulla capitalizzazione finanziaria dei versamenti, stabilendosi quindi un nesso eziologico tra il “quanto” si versa e il “quanto” si percepirà in termini di integrazione pensionistica.

Per completezza di esposizione va sottolineato come gli altri elementi “rilevanti” sulla entità della prestazione finale sono rappresentati dalla bontà della gestione finanziaria (quanto mi rende), dalla onerosità dello strumento previdenziale (quanto mi costa), dalla tipologia di rendita erogata con i relativi coefficienti di conversione applicati.

Va sottolineato come l’eventuale dimenticanza della dichiarazione al fondo pensione/pip dei contributi non dedotti comporta la perdita del beneficio cui si avrebbe diritto in sede di tassazione della prestazione finale.

Nel pratico come provvedere?
La via più semplice per adempiere all’onere di segnalare i contributi non dedotti è quella di utilizzare gli specifici moduli che le forme previdenziali dovrebbero avere già inviato in una con le Comunicazioni periodiche obbligatorie e il Progetto Esemplificativo Personalizzato entro il 31 marzo scorso.

Che succede poi in caso di adesione a più fondi di previdenza complementare?
La comunicazione va fatta soltanto ai fondi ai quali sono stati versati contributi che non hanno beneficiato della deduzione. In questo modo, con riferimento a tali contributi si sarà esenti da imposizione fiscale al pensionamento.
Laddove si tratti poi di familiari a carico tale comunicazione deve essere resa al fondo con riferimento al titolare della posizione previdenziale, precisando che l’ammontare complessivo delle somme non dedotte dall’iscritto non è stato dedotto neanche dal soggetto di cui questi è a carico.

Il regime fiscale “aggiornato” della previdenza complementare
L’occasione è utile per riepilogare i benefici fiscali “aggiornati” alle novità della legge di Stabilità 2015 della previdenza complementare.
Lo schema delineato dal legislatore previdenziale è quello ETT (Esenzione contribuzione – Tassazione rendimenti – Tassazione prestazioni); va opportunamente sottolineato come in ambito OCSE siamo l’unico Paese assieme a Svezia e Danimarca su questa “lunghezza d’onda” dal momento che la gran parte degli altri Stati, specie europei, adottano l’EET, esentando cioè i rendimenti dal prelievo fiscale.
I contributi sono allora in primo luogo deducibili con il limite annuo di 5.164,57 euro con un risparmio fiscale in termini di aliquota marginale Irpef. Sono deducibili poi, sempre entro il limite annuo di 5.164,57 euro, i contributi versati nell’interesse delle persone fiscalmente a carico. Andando ai rendimenti essi sono tassati con aliquota dell’11 per cento (per il 2014 sulla base del decreto Irpef l’aliquota è l’11,50 per cento).

Nel Disegno di Legge di Stabilità si prevede a partire dal periodo d’imposta 2015, l’innalzamento al 20 per cento dell’aliquota di tassazione del rendimento netto maturato su base annuale dalle gestioni dei fondi pensione.
La misura prevede inoltre che la base imponibile dell’imposta sostitutiva applicata sul risultato di gestione dei fondi pensione sia determinata, per i redditi dei titoli pubblici, in base al rapporto tra l’aliquota prevista dalle disposizioni vigenti e quella dell’imposta sostitutiva stessa, al fine di evitare una penalizzazione per l’investimento indiretto in tali titoli, così come avviene nei casi di investimento in fondi comuni di investimento e strumenti assicurativi, relativamente alla previsione della minore aliquota (12,50 per cento) sui proventi dei titoli medesimi.
L’aumento dell’aliquota al 20 per cento esplicherebbe poi i suoi effetti già a partire dalla liquidazione dell’imposta sostitutiva dovuta sul risultato maturato nel periodo d’imposta 2014. Il condizionale è d’obbligo in considerazione di una più che apertura da parte del Governo a rivedere l’aliquota del 20 portandola, è una delle ipotesi più accreditate, ad un 15-17 per cento.
Si vorrebbe così incentivare l’investimento dei fondi pensione nel sostegno alla economia reale anche alla luce della recente revisione della normativa sui limiti di investimento di cui al D.M. 166/2014 e al Piano Juncker.
In termini di convenienza comparata la nuova aliquota del 20 per cento o ancor più quella “ridotta” sarebbe comunque sempre più conveniente rispetto a quella del 26 per cento prevista per le altre rendite finanziarie.
Sulla parte imponibile delle prestazioni pensionistiche comunque erogate (o il 100 per cento sotto forma di rendita o massimo 50 per cento capitale e 50 per cento rendita) è operata una ritenuta a titolo d’imposta con l’aliquota del 15 per cento ridotta di una quota pari a 0,30 punti percentuali per ogni anno eccedente il quindicesimo anno di partecipazione a forme pensionistiche complementari con un limite massimo di riduzione di 6 punti percentuali.
Va ancora sottolineata la esenzione da imposta di bollo e dalla Tobin Tax oltre alla non rilevanza della posizione accumulata ai fini ISEE.

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