Diritto

Presunzioni tributarie: sufficienti per il sequestro ma non per la condanna dell’imputato

Presunzioni tributarie: sufficienti per il sequestro ma non per la condanna dell'imputato
Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie – pur potendo avere valore indiziario – non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumendo così esclusivamente il valore di dati di fatto

Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur potendo avere valore indiziario, non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 30890 del 16 luglio 2015.

IL FATTO
Due contribuenti venivano giudicati dai Tribunale di Como in quanto imputati – in concorso con altri soggetti – di una serie di reati (associazione per delinquere, emissione di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione del redditi) in relazione alla creazione di società fittizie all’estero che figuravano come percettori dei compensi e delle sponsorizzazioni di un campione di motonautica, quando invece era una associazione italiana l’effettiva erogatrice delle prestazioni e la reale destinataria delle rilevanti somme cosi sottratte alla regolare imposizione fiscale.

La decisione veniva confermata anche dalla Corte d’Appello.

Entrambi gli imputati proponevano ricorso per cassazione, lamentando in estrema sintesi plurimi vizi di motivazione della sentenza di appello. Peraltro, secondo i ricorrenti, il giudice territoriale aveva confermato la responsabilità penale da una mera presunzione. Nella decisione, infatti, era affermato che ciò che dimostrava l’attribuzione di redditi, era una presunzione che appariva logica ed accettabile, alla quale per di più i contribuenti non avevano formulato alcuna contestazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dagli imputati. Sul punto, osservano gli Ermellini che le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur potendo avere valore indiziario, non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa (cfr. Cass., sent. n. 7078 del 23 gennaio 2013, fattispecie nella quale la Suprema Corte ha ritenuto inutilizzabile la presunzione contenuta nell’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, che configura come ricavi sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari).

In tema di reati tributari, al fini della prova del reato, il giudice può, dunque, fare legittimamente ricorso agli accertamenti condotti dalla Guardia di Finanza o dall’Ufficio finanziario, anche ai fini della determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, pur dovendo il proprio esame estendersi a valutare ogni altro eventuale indizio acquisito in quanto l’autonomia del procedimento penale rispetto a quello tributario non esclude che, ai fini della formazione del suo convincimento, il giudice penale possa avvalersi degli stessi elementi che determinano presunzioni secondo la disciplina tributaria, a condizione però che detti elementi siano assunti non con l’efficacia di certezza legale, ma come dati processuali oggetto di libera valutazione ai fini probatori e, siccome dette presunzioni hanno il valore di un indizio, esse, per assurgere a dignità di prova, devono trovare oggettivo riscontro o in distinti elementi di prova ovvero in altre presunzioni, purché siano gravi, precise e concordanti.

Orbene, nel caso di specie, legittimamente i giudici, per l’individuazione dei redditi 2005 e 2006, potevano prendere le mosse dal procedimento indicato in motivazione, ma avrebbero dovuto poi offrire degli ulteriori elementi di prova a riscontro di quelli che possono essere valutati solo come meri indizi.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Le presunzioni legali previste dalle norme tributarie, pur potendo avere valore indiziario, non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, assumendo esclusivamente il valore di dati di fatto, che devono essere valutati liberamente dal giudice penale unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 30890/2015

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