Lavoro

Prelievo sulle pensioni d’oro

Prelievo sulle pensioni d’oro
I commi 486 e 487 dell’articolo 1 della Legge di Stabilità (L. n. 147/13) reintroducono – inasprendolo – il prelievo forzoso sulle cosiddette pensioni d’oro, a suo tempo dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale: resta ora da vedere se la diversa allocazione delle risorse tratte dal prelievo (rispetto a quella contenuta nella norma illegittima) sarà sufficiente ad assicurare alla norma una sorte diversa

Una delle misure mediaticamente più “sensibili”, tra quelle inserite nella Legge di Stabilità 2014, è quella relativa al contributo a carico delle cosiddette “pensioni d’oro”.

Infatti l’8/10/13, nell’audizione avanti alla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, il Ministro del Lavoro, aveva – se non escluso – quantomeno indicato come improbabile un intervento “ripetitivo” di quello censurato dalla Corte Costituzionale. Tuttavia, non più tardi di una settimana, dopo le esigenze di finanza pubblica (e quelle politico-mediatiche), hanno fatto premio sui dubbi di legittimità, dal momento che il “contributo di solidarietà” in questione è stato inserito nel DDL. Nel corso dell’esame parlamentare, questa misura è stata più volte “rimaneggiata”, ma mai espunta dal testo.

La configurazione del prelievo secondo i commi 486 e 487 dell’art. 1 della L. n. 147/2013. Il contributo – da applicarsi a cura di tutti i gestori di forme di previdenza obbligatoria – sarà pari al:

  • 6% sull’importo di pensione eccedente € 90.168,26 lordi annui e sino ad € 128.811,80;
  • 12% per la quota parte di pensione eccedente l’importo da ultimo indicato e sino ad € 193.217,70;
  • 18% per la quota parte eccedente la soglia massima di cui al punto precedente.

Ai fini del prelievo, è considerato il trattamento pensionistico lordo complessivamente percepito dai pensionati e, quindi, la norma prevede altresì che – sotto la “regia” dell’INPS – nel caso di contributo dovuto da percettori di più trattamenti, ogni gestione decurterà la pensione di propria competenza in misura “proporzionale” al trattamento erogato.

Le somme trattenute saranno incamerate dai singoli enti previdenziali “anche” al fine di concorrere agli interventi tesi all’ampliamento della platea degli esodati in attesa di salvaguardia.

Tale norma – ai sensi del comma 487 (ancorché con una formulazione molto involuta) – rappresenta un principio dell’Ordinamento che – in quanto tale – comporta (comporterebbe) l’obbligo di suo recepimento anche da parte degli Organi costituzionali, delle Regioni e delle province autonome, con riferimento ai vitalizi erogati da questi soggetti in relazione al pregresso svolgimento di incarichi elettivi.

Tuttavia, a differenza delle trattenute degli enti previdenziali “ordinari” i risparmi conseguiti attraverso il prelievo sui vitalizi saranno incamerati al bilancio dello Stato e destinati al finanziamento del neoistituito “Sistema nazionale di garanzia” di cui all’art. 1, comma 48, della Legge di Stabilità, il quale comprende:

  • il Fondo di garanzia per le PMI;
  • il Fondo di garanzia per la prima casa.

Si stima che il numero di pensionati su cui l’intervento andrà ad incidere, al netto dei vitalizi per cariche elettive, dovrebbe essere di 37.703 trattamenti (sul totale delle oltre 23 milioni). Secondo alcune stime, poi, l’impatto economico della misura sarà altrettanto marginale, posto che dovrebbe portare risparmi per circa 40 milioni di euro: sempre non considerando i vitalizi che – seppur di importo generalmente non esiguo (almeno per quanto attiene agli Organi costituzionali) – sono comunque un numero molto basso.

Che questo prelievo fosse una questione “delicata” è chiaro a tutti gli addetti ai lavori e, peraltro, era espressamente attestato anche all’interno della documentazione istruttoria del DDL governativo, nella quale gli stessi Uffici ministeriali, segnalavano la necessità di prestare la “massima attenzione” ai profili di costituzionalità della norma.

Rammentiamo, infatti, che meno di un anno fa la Corte Costituzionale – con la sentenza n. 116/2013 – ha dichiarato l’illegittimità delle disposizioni contenute nell’articolo 18.22-bis del D. L. 98/11 e successive modificazioni ed integrazioni: norme, queste, che disponevano un contributo – lì definito “di perequazione” – sulle pensioni di maggior importo.

Secondo il Governo, il motivo principale di tale declaratoria di illegittimità sarebbe stato collegato alla natura tributaria di tale contributo: natura che il Governo ha ritenuto correlata all’acquisizione al bilancio dello Stato dei risparmi derivanti da tale contributo.

Di conseguenza, sempre secondo il Governo, l’odierno “contributo di solidarietà” sarebbe costituzionalmente “compatibile”, in ragione del fatto che le risorse “risparmiate” sono lasciate “nella disponibilità” delle gestioni previdenziali erogatrici per essere destinate a finalità latu sensu previdenziali.

Rammentiamo che – se è vero che la norma del D.L. n. 98/11 è stata rilevata dalla Corte Costituzionale come “sostanzialmente tributaria” – è altresì vero che non era tale sua natura a renderla incostituzionale, bensì la sua “parzialità”: ossia il fatto che – nella piena legittimità della scelta del Legislatore di imporre un prelievo straordinario per far fronte ad una situazione di crisi economica – questo non colpiva tutti i percettori di reddito da lavoro in egual misura. Infatti, molti fanno mostra di non rammentare che il reddito da pensione è a tutti gli effetti equiparato al reddito da lavoro, trattandosi di una forma di retribuzione differita.

Da quanto appena ricordato, deriva che i motivi di illegittimità rinvenuti dalla Corte Costituzionale nella conformazione del “contributo di perequazione” del 2011 restano tutti ed interamente presenti nell’odierno “contributo di solidarietà”.

Per giunta, l’odierna formulazione è, se possibile, “più debole” di quella del 2011, perchè:

  • il contributo deve essere trattenuto da tutti gli enti gestori di forme di previdenza obbligatoria. Con la conseguenza che tutte le gestioni previdenziali diverse dall’INPS (ad esempio le Casse di previdenza professionali) dovranno privare i propri pensionati di parte dei trattamenti loro spettanti ed agli stessi erogati senza alcun contributo a carico del bilancio dello Stato per “salvaguardare” i pensionandi di altre gestioni previdenziali (dato che il fenomeno degli esodati di fatto non riguarda le gestioni dei professionisti) sottraendole al circuito solidaristico proprio delle casse professionali (configurato dagli iscritti che versano alla propria cassa i propri contributi per ottenere la futura erogazione di pensioni autonome e “private”);
  • per giunta, la trattenuta – secondo il comma 486 – sarà destinata “anche” alla salvaguardia degli esodati. E, tuttavia, non viene indicato in quale misura né, soprattutto, a quale altro fine oltre a questo. Con la evidente conseguenza che, alternativamente: a) o il prelievo verrà interamente destinato agli esodati, con piena sussistenza dei dubbi sin qui esposti; b) ovvero una parte dello stesso rimarrà incamerato al bilancio dello Stato, con conseguente riproposizione dei medesimi motivi di illegittimità che hanno portato la Corte Costituzionale alla emanazione della citata sentenza n. 116/13;
  • quanto, infine, alla trattenuta sui vitalizi, per essa valgono integralmente le ragioni di illegittimità esposte dalla più volte citata giurisprudenza costituzionale, poiché le risorse così recuperate andranno “espressamente” a finanziare fondi istituiti all’interno del bilancio dello Stato. Con ciò riproponendo lo stesso vizio che – contraddittoriamente – il Governo ha affermato di aver superato con la nuova articolazione del prelievo.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, non possiamo che ribadire quanto meglio (e legittimo) sarebbe stato – come peraltro espressamente “suggerito” dalla Corte Costituzionale – sostituire queste illegittime ed inique trattenute con un prelievo più progressivo da applicarsi a tutti i titolari di redditi complessivi (o, quantomeno, da lavoro ed equiparati) ai fini del TUIR superiori alle stesse o ad altre soglie che si fosse ritenuto di individuare ai fini della stabilizzazione dei conti pubblici nel triennio di riferimento.

Anche perché non può tacersi come questa enorme forzatura costituzionale sia finalizzata a risparmi risibili (nell’ordine di circa 40 milioni di euro) destinati conseguentemente ad avere un impatto a mala pena simbolico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *