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Precario in Italia diventa il più giovane preside di facoltà del mondo

Il più giovane preside di Facoltà del mondo? E' un italiano di 33 anni. Che per realizzare i suoi sogni si è trasferito in un Paese Arabo. Pasquale Borea insegna diritto internazionale alla Royal University for Women del Bahrein, l'unica università femminile del Paese. Da qualche mese è stato eletto Preside della Facoltà di legge. Battendo ogni record
Il più giovane preside di Facoltà del mondo? E’ un italiano di 33 anni. Che per realizzare i suoi sogni si è trasferito in un Paese Arabo. Pasquale Borea insegna diritto internazionale alla Royal University for Women del Bahrein, l’unica università femminile del Paese. Da qualche mese è stato eletto Preside della Facoltà di legge. Battendo ogni record

A 33 anni in Italia si è precari. Lo era anche Pasquale Borea, prima di diventare il più giovane preside di facoltà del mondo alla Royal University for Woman, nello stato arabo del Bahrein, dove insegna diritto internazionale e dove con questa promozione ha battuto ogni record.

Di Salerno, laureatosi in legge alla Sapienza di Roma, in Italia faceva il professore a contratto con uno stipendio ridicolo. Dopo l’abilitazione da avvocato, nel 2005 Borea inizia a lavorare come assistente: seminari, lezioni, sedute di esame, revisione di tesi di laurea. Intanto vince un dottorato di ricerca all’Università di Salerno, che gli permette di fare esperienze in Colombia e in Argentina, poi una borsa di perfezionamento ad Heidelberg, in Germania. Ritorna in Italia con una preparazione straordinaria nel suo settore. In più parla benissimo 3 lingue.

In Italia, però, non ce l’ha fatta. Tutto è inutile per una carriera degna delle sue competenze. E come molti ha deciso di lasciare il suo Paese.

“A quel punto avevo davanti a me due strade. La prima: seguire i miei maestri e, quasi per inerzia, cercare di arrivare all’assunzione in un’università pubblica. Oppure la seconda: fare tutto da solo e guardare fuori. Avevo già intuito che l’Italia era un Paese ingessato, con un sistema universitario che mi avrebbe tenuto in uno stato di immobilità per anni” racconta Borea. “Ho scelto cosi di muovermi. Grazie al Web ho consultato il ranking delle università mondiali e inviato curriculum a 20 facoltà in America Latina, Europa e Paesi Arabi”. Arrivano colloqui, interviste, qualche porta in faccia (“le aspettative di chi valuta un italiano sono basse, almeno nel mio settore”). Poi l’interesse concreto della Royal University del Bahrein, istituzione d’elite nel mondo arabo. “Bahrein? Paesi Arabi? Ho pensato che non facesse per me. Poi mi sono detto, è un posto come un altro e se proprio non va, almeno ci ho provato. Dopo un colloquio a distanza, l’Università mi ha convocato per la selezione. Dovevo simulare una lezione in lingua inglese, su un tema estratto a sorte e avevo un’ora per prepararla”.
Fatta la prova, Pasquale rientra nella sua Salerno. In testa un mare di dubbi. In programma ha un matrimonio. Ma poco tempo dopo, arriva la proposta dal Bahrein: contratto con rango di Professore Associato nel settore Diritto Internazionale per 2 anni, soggetto a rinnovo dopo la valutazione della performance. Ha 31 anni. “Sono partito a dicembre, da solo. Sono tornato a luglio, esattamente 7 giorni prima del mio matrimonio e rientrato in Bahrein ad agosto con mia moglie per un trasferimento di lungo periodo. Nove mesi dopo è nato in Bahrein nostro figlio Leo. Non è stato facile. I Paesi Arabi sono una realtà complessa. Molto diversa dalla nostra. L’impatto è stato duro, a partire dal clima che da maggio a ottobre tocca i 45 gradi. Gli arabi hanno una mentalità diffidente, che ti mette alla prova, devi essere tu a dare prima di chiedere, vogliono garanzie in termini di risultato e di affidabilità. Ma – sorpresa- ho trovato un ambiente accademico più avanzato di quello italiano”.

Pasquale Borea adesso ha un contratto rinnovato per 3 anni. Ad alcune condizioni però: se non rispetta il 70% degli obiettivi del suo strategic plan può essere licenziato, a differenza dei ruoli della pubblica istruzione italiana difficilmente sottoponibili a valutazioni. Inoltre, il Dean, il preside di facoltà, oltre a essere professore full-time, è anche un manager, responsabile del bilancio della facoltà; può assumere docenti, si occupa della ricerca fondi ed è presente in facoltà 10 ore al giorno per 5 giorni la settimana. Il preside non ha contratti a tempo indeterminato, cosa che non succede in Italia, per esempio.

Borea spiega anche che le lingue sono continuamente implementate e valorizzate, soprattutto l’inglese. Anche perché quella in cui Borea insegna è una scuola per sole donne e le sue studentesse studiano l’inglese per scenari di lavoro internazionali, data la difficoltà di emergere in quei Paesi.

Università, i docenti più bravi fanno guadagnare i propri studenti mille euro più degli altri
Sulla carta è ovvio: maestri migliori, allievi migliori. Ma se si parla di lavoro, quanto pesa la qualità dei docenti universitari su reddito e futuro degli ex allievi? Se lo è chiesto uno studio pubblicato da Banca d’Italia, «The academic and labor market returns of university professor»: l’impatto dei docenti universitari su risultati accademici e salari. La ricerca, firmata da Michela Braga (Bocconi), Marco Paccagnella (Ocse) e Michele Pellizzari (Università di Ginevra) ha provato a quantificare l’influenza di un gruppo di professori sui propri allievi secondo due indicatori: performance accademica (i voti registrati negli esami successivi) e successo nel mercato del lavoro (gli stipendi percepiti dopo la discussione). Risultato? A una maggiore qualità didattica corrisponde un aumento dello 0,6% nella media dei voti futuri e di oltre il 5% nel reddito d’ingresso per la prima occupazione: l’equivalente di un “premio” da 1.000 euro lordi.

Il campione dell’indagine è scremato fino a 230 docenti e poco più di 1.200 studenti, iscritti alla Bocconi come matricole nell’anno accademico 1998/1999. I risultati sono ricavati dall’incrocio tra le dichiarazioni dei redditi degli stessi studenti nel 2004 e dati amministrativi forniti dall’ateneo milanese di Via Sarfatti su curriculum e media. Nel ’98-’99 prescelto come anno di riferimento gli iscritti erano dislocati in maniera “casuale” nei vari corsi, criterio che ha permesso un’analisi più tangibile delle variazioni emerse a seconda del docente. La conclusione è lineare: se la “qualità di insegnamento” aumenta, possono aumentare sia le prestazioni sui banchi dell’università sia l’asticella del primo stipendio percepito dopo la laurea. Da un lato, scrivono gli autori, «assegnare studenti a insegnanti la cui efficacia accademica è di una deviazione standard superiore» potrebbe alzare i voti dell’equivalente dello 0,6%. Dall’altro, i docenti più efficaci si ricollegano – statisticamente – ad ex allievi entrati nel mondo del lavoro con uno stipendio del 5,5% superiore alla media. Quasi 1.000 euro (lordi) in più dei colleghi che hanno frequentato corsi diversi negli stessi anni di università.

Indicatori diversi, stesso risultato? Non proprio. La ricerca evidenzia solo una “contenuta” correlazione tra i progressi registrati in ambito accademico e retributivo: la variazione garantita da un certo docente nei “ritorni accademici” corrisponde solo nel 15% dei casi alla variazione emersa negli stipendi percepiti dopo la laurea. E del resto non è neppure chiaro se la qualità didattica incida alla stessa maniera su studenti più o meno brillanti. La ricerca suggerisce di no: se si controllano i dati dei test attitudinali sostenuti dagli allievi prima dell’ammissione all’ateneo, i ricercatori osservano che «i docenti più efficaci a insegnare agli studenti più abili non sono necessariamente altrettanto efficaci quando hanno a che fare con studenti meno abili, soprattutto quando si utilizza come misura di efficacia l’effetto sulla performance accademica».

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