Fisco

Possibile lo stop immediato delle azioni di Equitalia

Se l'atto ricevuto è illegittimo o comunque non dovuto il contribuente può richiedere l'immediata sospensione di ogni azione da parte di Equitalia
Se l’atto ricevuto è illegittimo o comunque non dovuto il contribuente può richiedere l’immediata sospensione di ogni azione da parte di Equitalia

La legge di Stabilità 2013 ha introdotto una nuova procedura nel contenzioso tributario, al fine di permettere al contribuente di richiedere l’immediata sospensione di ogni azione da parte di Equitalia.
In particolare è possibile quando l’atto ricevuto è illegittimo o comunque non dovuto. Purtroppo, però, non è stata prevista una sospensione dei termini per l’impugnazione, costringendo di fatto all’instaurazione in parallelo del contenzioso. Ciò che è emerso in occasione di Telefisco 2013 è che questa nuova procedura è applicabile anche agli accertamenti esecutivi e non solo alle iscrizioni a ruolo.
Un altro interessante chiarimento che l’Agenzia ha fornito è relativo ai termini per impugnare. È stato precisato che, nel caso di mancato perfezionamento dell’adesione dopo la sottoscrizione del relativo atto, rimangono validi i termini decorrenti dalla notifica dell’accertamento, vale a dire di 150 giorni.
Nel caso, invece, di annullamento parziale emesso su un avviso di accertamento, l’Agenzia ha precisato che i termini dell’impugnazione rimangono legati all’atto originario. Ciò in quanto l’autotutela parziale emessa dall’ufficio non è un nuovo atto sostitutivo del precedente.
In tema di contributo unificato, invece, l’Agenzia ha precisato che sulla delega rilasciata ad altro difensore per la partecipazione all’udienza non è dovuta l’imposta di bollo.

Il potere di annullare o revocare d’ufficio gli atti illegittimi di natura tributaria deriva dal generale potere di autotutela richiamato dall’articolo 2 quater del decreto legge 564/94 e poi disciplinato dal decreto ministeriale 37/97. Salvo che sia intervenuto giudicato favorevole all’amministrazione finanziaria, la stessa, ai sensi dell’articolo 2 di quest’ultimo decreto, può procedere all’annullamento totale o parziale dell’atto impositivo, senza necessità di istanza di parte, qualora l’atto o la pretesa impositiva risultino illegittimi o infondati per i motivi citati a titolo esemplificativo nell’ambito dell’articolo stesso.
Nell’ipotesi in cui i vizi siano tali da incidere sulla validità dell’atto impositivo, in quanto lo stesso sia carente di uno degli elementi essenziali, l’ufficio ha la facoltà di annullarlo totalmente ed emetterne uno nuovo, compatibilmente con gli ordinari termini di decadenza dell’attività accertativa, con tutti i requisiti previsti per la sua validità. Se invece i vizi non incidono sulla validità dell’atto, ad esempio si risolvono in un errore di calcolo, l’ufficio può procedere a rettificare la pretesa impositiva attraverso un’autotutela parziale, da comunicare al contribuente secondo quanto previsto dall’articolo 4 del decreto ministeriale 37/97.

L’Agenzia delle Entrate, nella circolare 1/2013, ha precisato che l’atto di autotutela parziale non si configura come un nuovo atto, sostitutivo del precedente annullato, bensì come una rettifica dell’originaria pretesa impositiva. Ne consegue che i termini per la presentazione del ricorso decorrono dalla data di notifica dell’atto originario.
Si pensi a un accertamento notificato il 10 gennaio 2013 per il quale viene presentata un’istanza di accertamento con adesione. Durante questa fase l’ufficio riconosce degli errori che comportano una riduzione della pretesa e pertanto il 14 febbraio 2013 emette un annullamento parziale. Il contribuente non vuole comunque pagare la parte residuale dell’atto e decide di impugnarlo. Il calcolo del termine per la proposizione del ricorso va effettuato considerando come data di partenza il 10 gennaio 2013. Quindi, considerando anche che è stata presentata l’istanza di accertamento con adesione, il ricorso dovrà essere presentato entro il 10 giugno 2013, in quanto l’emissione dell’annullamento non incide sulla decorrenza dell’atto originario.

Va poi precisato che la presentazione dell’istanza di accertamento con adesione, di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 218/97, produce in via preliminare la sospensione del termine di impugnazione per un periodo di 90 giorni. L’adesione si perfeziona solo con il pagamento entro il termine di 20 giorni dalla firma dell’atto di adesione delle somme concordate. L’eventuale mancato perfezionamento della definizione non incide sul decorso del termine di sospensione dei 90 giorni, in quanto non sono previste cause di decadenza legate all’esito negativo.
Quindi, qualora il contribuente, nei 20 giorni dalla sottoscrizione dell’atto di adesione, non esegua il versamento delle somme dovute o della prima rata, rimane comunque in facoltà dello stesso di presentare ricorso, purché entro il termine di 150 giorni calcolati dalla data di notifica dell’avviso di accertamento. Ne consegue che il mancato perfezionamento dell’adesione non preclude la ripresa del procedimento, nell’ambito dei residui termini di impugnazione ancora pendenti.

Così come chiarito dall’Agenzia delle Entrate nella circolare 1/2013, l’introduzione del contributo unificato ha sostituito anche nel processo tributario l’imposta di bollo. La norma dispone che l’imposta di bollo non si applica altresì agli atti e provvedimenti del processo civile, compresa la procedura concorsuale e di volontaria giurisdizione, del processo amministrativo e nel processo tributario, soggetti al contributo unificato.
L’imposta di bollo non si applica, inoltre, alle copie autentiche, comprese quelle esecutive, degli atti e dei provvedimenti, purché richieste dalle parti processuali. Atti e provvedimenti del processo sono tutti gli atti processuali, inclusi quelli antecedenti, necessari o funzionali.
Con riferimento a quest’ultimo periodo, con circolare 14 agosto 2002, n. 70 è stato chiarito che per atti “funzionali” devono intendersi quelli posti in essere in dipendenza o al fine di ottenere un atto o provvedimento del procedimento giurisdizionale, ovvero, più genericamente, in vista degli stessi, anche se la loro esistenza non è condizione necessaria di procedibilità (criterio teleologico). A parere dell’Agenzia, anche l’atto di delega alla partecipazione alla pubblica udienza rilasciato al difensore rientra tra gli atti funzionali al processo tributario e, in quanto tale, non deve essere assoggettato all’imposta di bollo.

Un problema tutto da chiarire riguarda invece il calcolo del contributo unificato riferito all’appello proposto per le sole spese di giudizio. Nella circolare 2/2012 del ministero dell’Economia e delle finanze è affrontato il caso di impugnazione con la quale si richiede anche la condanna della controparte alla rifusione delle spese compensate in primo grado. In prima battuta, la circolare precisa che nel processo tributario non si rinviene alcuna disposizione che permetta il calcolo del valore della lite dei ricorsi concernenti esclusivamente le spese di giudizio, che pertanto non possono configurarsi quali tributi. Tuttavia, è precisato che in forza del rinvio al Codice di procedura civile e al Tugs, in analogia con le altre giurisdizioni e in assenza di una disciplina specifica per il processo tributario, il valore della controversia concernente il recupero delle spese di giudizio è pari all’importo richiesto a tale titolo al netto degli interessi.

Il ministero dell’Economia, con la circolare 2 del 2012, ha avuto modo di chiarire come calcolare il valore della lite per il calcolo del contributo unificato. Quando si tratta di ricorso cumulativo di più atti di accertamento, il contributo unificato va calcolato sul valore dei singoli atti e non sulla somma di questi valori. Medesima considerazione nel caso di ricorso con litisconsorzio obbligatorio.
Diverso invece, il caso di unico atto impositivo rivolto a una pluralità di contribuenti. Si tratta, ad esempio, dell’avviso di liquidazione dell’imposta di registro, notificato a tutti i coobbligati. Nell’ipotesi di impugnazione cumulativa, trattandosi di un unico atto, il contributo va calcolato una sola volta.
In caso, invece, di presentazione di più ricorsi, il contributo va calcolato per ciascun ricorso iscritto a ruolo. Al riguardo si evidenzia che è obbligatorio indicare in calce al ricorso il valore della causa. L’eventuale omissione è sanabile entro 30 giorni dal deposito del primo atto. Il termine di 30 giorni è coerente con l’articolo 248 del Dpr 115/2002.

La legge di Stabilità per il 2013 (articolo 1, commi da 331 duodecies a 331 noviesdecies) disciplina una nuova procedura che consente di presentare la nuova istanza a Equitalia per richiedere l’annullamento di un accertamento esecutivo. Tale procedura ha il dichiarato scopo di semplificare gli scambi di informazioni tra fisco e contribuente. Si tratta quindi di una nuova possibilità di richiesta da parte del contribuente di sospensione immediata di cartelle di pagamento o di eventuali provvedimenti di fermi amministrativi, di iscrizioni di ipoteche o pignoramenti laddove per evidenti ragioni risultassero illegittimi. Così come chiarito dall’Agenzia delle Entrate, le nuove disposizioni si estendono anche agli accertamenti esecutivi senza limitare il loro effetto alle sole iscrizioni a ruolo – e quindi alle sole cartelle di pagamento – o alle misure cautelari.
La norma, infatti, fa espresso riferimento alle somme anche “affidate”, con ciò potendosi ricomprendere anche gli accertamenti esecutivi. Tuttavia, la descritta procedura non “blocca” l’impugnazione della cartella o del ruolo: pertanto il contribuente, prudenzialmente, salvo risposte tempestive, dovrà comunque avviare il contenzioso. Gli ordinari, termini, infatti restano immutati e non subiscono alcun differimento.

La posizione del professionista delegato agli adempimenti fiscali si presenta estremamente delicata in relazione agli eventuali reati che possono scaturire dai consigli, dai pareri e dagli stessi comportamenti materiali del consulente. Il concorso del professionista può essere di carattere materiale, consistendo, cioè, in una condotta concreta, ovvero morale. Quest’ultimo può concretizzarsi nelle differenti forme della determinazione, istigazione o rafforzamento del proposito criminoso altrui. I reati tributari sono punibili solo a titolo di dolo e non di colpa. È quindi necessario che la condotta del consulente, affinché sia chiamato a rispondere a titolo di concorso, sia sorretta dalla coscienza e volontà della commissione dell’illecito tributario. In sostanza, il professionista potrà essere chiamato a rispondere quando, con un proprio comportamento cosciente e volontario, abbia intenzionalmente dato un contributo causale, materiale o morale alla realizzazione del reato commesso dal cliente; rimangono, quindi, escluse eventuali condotte di natura colposa, quali errori materiali o concettuali dovuti a negligenza o imperizia.

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