Lavoro

Poletti: “Bonus in busta paga? No, per ora lavoriamo sulle detrazioni”

Niente bonus in busta paga. L’aumento degli stipendi dei lavoratori dipendenti promesso da Matteo Renzi passerà per un incremento delle detrazioni Irpef
Niente bonus in busta paga. L’aumento degli stipendi dei lavoratori dipendenti promesso da Matteo Renzi passerà per un incremento delle detrazioni Irpef

L’aumento degli stipendi dei lavoratori dipendenti promesso da Matteo Renzi passerà per un incremento delle detrazioni Irpef. Seppur in via informale, la precisazione arriva dallo stesso Ministero dell’Economia, dove proseguono le simulazioni sugli effetti della revisione dell’imposta sul reddito, insieme al lavoro di messa a punto delle necessarie coperture. La scadenza è fissata all’incirca per la metà del prossimo mese: dopo che sarà stato presentato il documento di programmazione economica e finanziaria, con qualche giorno di anticipo rispetto alla scadenza del 10 aprile, il Governo dovrà approvare il provvedimento che contiene le nuove regole da applicare a partire dagli stipendi dei mesi successivi. I tempi sono stretti perché i sostituti d’imposta devono avere la possibilità di rideterminare le procedure e i software con i necessari giorni di anticipo.

Se l’obiettivo di fondo dell’operazione è chiaro, così come lo ha annunciato il presidente del Consiglio, ci sono alcuni aspetti non secondari da mettere a punto. Nelle buste paga dei lavoratori devono arrivare i circa 80 euro mensili di minore imposta; allo stesso tempo si vuole evitare che le aliquote marginali effettive dell’Irpef risultino troppo elevate proprio a causa del decrescere della detrazione d’imposta. Il rischio è che una volta definiti gli sgravi d’imposta l’eventuale reddito aggiuntivo sia tassato in modo troppo pesante.

Niente bonus in busta paga. Nessuna bonus in busta paga “per ora lavoriamo sulle detrazioni”. Lo afferma il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in un’intervista rilasciata a Radio Capital. “La scelta per l’aumento di 80 euro in busta paga resta quella annunciata da Renzi – dice il Ministro -, ovvero un intervento sull’Irpef e sulle detrazioni da lavoro dipendente. Le ipotesi che circolano sono ricostruzioni dei giornali sulla possibilità di dare risposta ai problemi di equità che esistono, nel senso che un intervento diretto nelle buste paga consentirebbe di dedicarsi esattamente a quello ‘stock’ di persone ipotizzato. Ma al momento nel governo non c’e’ una discussione diversa rispetto ai primi annunci di Renzi”.
I pensionati “restano esclusi dai benefici – precisa Poletti – perchè, data la quantità di risorse disponibili, se avessimo spalmato i benefici su una platea più larga avremmo finito per parlare di 10 euro, come in passato e questo avrebbe avuto effetti sull’economia”.
A proposito delle norme già in vigore con il Jobs Act, Poletti spiega che ora “le imprese non avranno più la scusa come negli ultimi anni di trovarsi di fronte a norme pesanti e lunghe nelle procedure dal punto di vista burocratico. E scompaiono le possibilità di ricorso al giudice del lavoro. Con le norme precedenti di fronte a questi rischi le imprese prendevano una via traversa, il contratto veniva interrotto sistematicamente dopo meno di un anno e si sostituiva una persona con un’altra. Io dico che ora il Jobs Act creerà occupazione perchè è meglio avere persone che hanno la proroga del contratto per tutti i 36 mesi. Alla fine l’impresa, se sarà contenta, stabilizzerà il lavoratore. Se invece sono sei persone diverse con un contratto di sei mesi è più difficile che un lavoratore resti in azienda”.

Ipotesi sfumata. Allo stesso tempo c’è il problema di delimitare esattamente le categorie reddituali beneficiarie della riforma. Gli aumenti della detrazione partiranno dagli 8.000 euro l’anno circa ma arriveranno alla cifra tonda di 1.000 euro solo intorno a 18.000 euro. Dunque per i redditi bassissimi non ci saranno vantaggi o comunque saranno parziali: i problemi di queste categorie dovranno essere affrontati con altri strumenti di sostegno al reddito. E sembra ormai sfumata l’ipotesi che pure era stata presa in considerazione di un intervento di fiscalizzazione dei contributi sociali, che per sua natura toccherebbe tutti i contribuenti. Una volta assicurato lo sconto promesso a chi guadagna tra i 20 e i 30 mila euro l’anno, i benefici dovrebbero scemare per esaurirsi sostanzialmente intorno ai 35 mila euro, invece che all’attuale soglia delle detrazioni per lavoro dipendente fissata a 55 mila euro. In questo modo i costi dell’intera operazione risulterebbero un po’ più contenuti: meno dei 10 miliardi su base annua di cui si è parlato, intorno ai 6 nel periodo che va da maggio a dicembre.

Le privatizzazioni. Il Ministero dell’Economia è comunque intenzionato a dare piena copertura al taglio dell’imposta, attraverso i proventi della revisione della spesa (almeno 4 miliardi) e la maggiore Iva derivante dal pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione; verrà sfruttata anche la diminuzione della spesa per interessi. Al momento pare esclusa l’ipotesi di innalzare il deficit verso la soglia del 3 per cento in rapporto al Pil: in merito il confronto con l’Europa potrebbe avvenire in autunno, quando si sarà insediata la nuova commissione. È invece confermata l’intenzione di rafforzare il pacchetto di privatizzazioni, con l’obiettivo di portare i ricavi attesi oltre il livello oggi previsto dello 0,5 per cento del Pil ogni anno. Nel documento sarà anche rivista verso il basso la stima di crescita per quest’anno che dovrebbe scendere allo 0,7 – 0,8 per cento. Un po’ di più di quanto ipotizza il Fondo monetario nelle sue nuove previsioni: la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,6 per cento nel 2014 e all’1,1 nel 2015 (meno della Grecia che invece schizzerebbe al 2,9%).

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