Diritto

Pignoramento presso terzi: sul vizio della cartella presupposta decide il giudice tributario

Pignoramento presso terzi: sul vizio della cartella presupposta decide il giudice tributario
Quando il ricorrente vuole far valere il vizio della cartella di pagamento sottesa all’atto di pignoramento presso terzi, competente è il giudice tributario

Quando il ricorrente vuole far valere il vizio della cartella di pagamento sottesa all’atto di pignoramento presso terzi, competente è il giudice tributario. E’ questo il principio di diritto affermato dalla CTP di Potenza con la sentenza n. 495 del 13 maggio 2014, con la quale affronta la discussa quaestio di quale sia la giurisdizione competente in ipotesi di impugnativa di atti dell’esecuzione forzata qualora il ricorrente intenda far valere la nullità dell’atto presupposto (nel caso di specie cartella di pagamento).

IL FATTO
Un contribuente proponeva ricorso avverso il pignoramento presso terzi effettuato ai suoi danni da Equitalia. In particolare, deduceva che l’atto di pignoramento era illegittimo, stante l’omessa notifica della cartella di pagamento, che avrebbe dovuto essergli notificata in Milano, dove egli si era trasferito in data 13 settembre 2007.

Equitalia, invece, eccepiva l’inammissibilità del ricorso, non rientrando il pignoramento nel novero degli atti impugnabili, nonché l’infondatezza del medesimo, in quanto la cartella di pagamento era stata ritualmente notificata.

LA DECISIONE DELLA CTP POTENZA
La Ctp accoglie il ricorso del contribuente. Vero è che, a norma dell’art. 2 primo comma, D.P.R. n. 546 del 1992, “restano escluse dalla giurisdizione tributaria (…) le controversie riguardanti gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento”; vero è anche che, ai sensi dell’art. 19 dello stesso D.P.R., il pignoramento non è menzionato tra gli atti impugnabili. Tuttavia i giudici di merito, in riferimento al rapporto tra le due su citate disposizioni, rilevano che l’art. 2 costituisce la sedes materiae per individuare i confini della giurisdizione tributaria, delineati essenzialmente attraverso l’indicazione dei tributi oggetto di controversia, con i relativi accessori. Tali confini, prima con l’art. 12, legge n. 448/2001, poi con l’art. 3-bis, D.L. n. 203/2005, si sono ampliati fino a comprendere le controversie aventi ad oggetto, innanzitutto, “i tributi di ogni genere e specie, comunque denominati”, e sempre che si tratti di controversie in cui sia ravvisabile un rapporto di natura effettivamente tributaria, cioè concernente prestazioni patrimoniali di natura tributaria, al fine di evitare la violazione del divieto costituzionale di istituire giudici speciali (cfr. Corte Cost. sentenze n. 64 e n. 130 del 2008, n. 238 del 2009, n. 39 del 2010; Cass. SS.UU. n. 20323/2012); si tratta, quindi, di una giurisdizione attribuita in via esclusiva e ratione materiae, indipendentemente dal contenuto della domanda e dalla tipologia di atti emessi dall’Amministrazione finanziaria (Cass. Sez. Un. n. 20889 del 2006; n. 27209 del 2009).

L’art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992 attiene, invece, specificamente alla proponibilità della domanda dinanzi al giudice tributario, e contiene il “catalogo”(anch’esso arricchitosi nel tempo) degli “atti impugnabili”, cioè degli atti che, se ritualmente notificati, comportano, in ragione della loro natura immediatamente impositiva, l’onere della impugnazione, a pena della cristallizzazione della pretesa in essi contenuta; tuttavia, la norma è suscettibile, in presenza di determinate condizioni, di interpretazione estensiva, in ossequio alle norme costituzionali di tutela del contribuente (artt. 24 e 53 Cost.) e di buon andamento della P.A. (art. 97 Cost.).

Dalle considerazioni che precedono, discende che il dettato di cui all’art. 19, mentre per un verso rafforza la tesi in base alla quale occorre l’esercizio del potere impositivo mediante un atto proveniente da un soggetto investito di detta potestas – d’altro canto, però, “non può evidentemente condurre a precludere l’accesso del cittadino alla tutela giurisdizionale ogni qual volta esista un atto che si riveli comunque idoneo, in ragione del suo contenuto, a far sorgere l’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c.”, come d’altronde si verificherebbe in ipotesi in cui il giudice ordinario correttamente negasse la propria giurisdizione in favore di quello tributario, e dall’altro quest’ultimo dichiarasse il ricorso improponibile per la non riconducibilità dell’atto stesso all’elenco dell’art. 19.

Il sistema così delineato comporterebbe che, in caso di riscossione di crediti tributari, gli atti preliminari all’inizio dell’esecuzione fiscale non siano impugnabili dinanzi al giudice dell’esecuzione, ma dinanzi al giudice tributario, mentre sarebbero sottratte alla giurisdizione dello stesso le controversie attinenti alla fase dell’esecuzione forzata.

È altresì vero però che qualora la notifica della cartella di pagamento sia stata omessa ovvero sia stata irregolarmente effettuata, il primo atto di manifestazione esterna della pretesa tributaria iscritta a ruolo è un atto esecutivo (nel caso di specie pignoramento).

In tale ottica, è d’uopo considerare che nel caso di specie la reazione del contribuente ha investito un pignoramento presso terzi, cioè un atto dell’esecuzione che a norma dell’art. 2 sarebbe escluso dalla giurisdizione del giudice tributario.
Invero, l’oggetto sostanziale della controversia è costituito dalla nullità della notifica della cartella di pagamento mediante la quale l’ente creditore ha esercitato la pretesa tributaria. Laddove la nullità del pignoramento è soltanto la conseguenza della nullità della notifica.
In sostanza quindi il ricorrente fa valere il vizio della cartella di pagamento tale da rendere illegittimo l’eseguito pignoramento, in quanto la mancata notificazione di essa comporta un vizio della sequela procedimentale dettata dalla legge.

Tale controversia, a parere dei Giudici, non può che rientrare nella giurisdizione delle Commissioni tributarie, atteso che il controllo delle cartelle esattoriali, spetta al giudice quando le cartelle riguardino, come nella specie tributi (Cfr. Cass. 5994 del 2012).

La stessa Suprema Corte ha affermato il principio che la giurisdizione del giudice tributario include anche la controversia relativa ad una opposizione all’esecuzione nella specie attuata con un pignoramento presso terzi promosso con riguardo al mancato pagamento di tasse automobilistiche, quando oggetto del giudizio sia la fondatezza del titolo esecutivo (Cass. SS.UU. 5 luglio 2011, n. 14667).

Venendo al merito della controversia, la CTP osserva che a fronte del motivo di opposizione proposto dal contribuente (nullità del pignoramento presso terzi per nullità/omissione della notifica della cartella di pagamento), Equitalia ha dedotto che la cartella di pagamento sarebbe stata ritualmente notificata, ai sensi dell’art. 26 D.P.R. n. 602/73 e 140 c.p.c., e che la stessa “non è mai stata impugnata nei termini di rito, con l’effetto che le somme sono incontestabili”. Evidenzia, al riguardo, “come la residenza del contribuente, alla data di notifica della cartella era quella indicata in cartella, così come si evince dal certificato di residenza allegato.

Ciò posto, i giudici di merito osservano che Equitalia ha prodotto in giudizio copia di un avviso di ricevimento di una raccomandata sul quale, oltre all’annotazione del codice fiscale del contribuente, risulta il numero della cartella di pagamento, nonché l’annotazione “art. 140 cpc 702”. L’avviso non reca alcuna sottoscrizione, né alcuna menzione dell’avvenuta esecuzione delle formalità previste dall’art. 140 c.p.c., e – prima ancora — delle circostanze che avrebbero impedito la consegna dell’atto al destinatario o ad una delle persone indicate dalla norma.

Ora, com’è noto, il perfezionamento della notifica effettuata ai sensi dell’art. 140 c.p.c. richiede il compimento di tutti gli adempimenti stabiliti da tale norma (deposito della copia dell’atto nella casa del comune dove la notificazione deve eseguirsi, affissione dell’avviso di deposito alla porta dell’abitazione – o dell’ufficio o dell’azienda – del destinatario, notizia del deposito al destinatario mediante raccomandata con avviso di ricevimento): formalità che non risultane essere state eseguite nella fattispecie. Così come non è documentato non solo l’indirizzo presso cui sarebbe stata tentata la notifica, ma neanche il motivo per cui si sarebbe fatto ricorso a tale forma di notificazione. Ma v’è di più! La mancata sottoscrizione dell’avviso da parte del soggetto che avrebbe provveduto alla notifica e la mancanza dell’indicazione della data in cui questa sarebbe avvenuta rendono la stessa inesistente. Se a ciò si aggiunge, poi, che dal certificato storico di residenza prodotto in giudizio dal ricorrente risulta che lo stesso, alla data in cui sarebbe avvenuta la notifica suddetta (secondo quanto indicato dalla resistente) era già emigrato per Milano occorre concludere nel senso che la cartella di pagamento non risulta in alcun modo (validamente) notificata.
Considerazioni del tutto analoghe andrebbero effettuate se la notifica venne effettuata non ai sensi dell’art. 140 (come dedotto dall’Equitalia), sebbene a mezzo del servizio postale, come sembrerebbe potersi dedurre dall’esistenza di un avviso di ricevimento (cfr. artt. 7 e 8 L. n. 890 del 1982).

In accoglimento del proposto ricorso, la Corte dichiara pertanto la nullità del pignoramento presso terzi effettuato da Equitalia.

CTP Potenza – Sentenza N. 495/2014

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