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A Milano i negozi chiudono? Ma crescono ambulanti e vetrine online

I numeri della Camera di commercio sulla vendita al dettaglio sono negativi se si escludono ambulanti e imprese che si muovono su Internet
I numeri della Camera di commercio sulla vendita al dettaglio sono negativi se si escludono ambulanti e imprese che si muovono su Internet

«Un settore che segue le nuove tecnologie, ma in cui sopravvivono le modalità più antiche di vendita, come i mercatini». È un’immagine del commercio al dettaglio a Milano nelle parole di Erica Corti, membro di giunta della Camera di commercio. Nei primi sei mesi 2013 pochi tipi di attività hanno fatto registrare un saldo positivo tra aperture e chiusure: è il caso degli ambulanti, ma anche delle aziende che agiscono esclusivamente sul web e dei negozi di sigarette elettroniche (i cui dati, però, secondo l’associazione di categoria ANaFe vanno pesati attentamente).

Cifre da interpretare. I numeri della Camera di commercio sulla vendita al dettaglio sono negativi se si escludono ambulanti e imprese che si muovono su Internet: tra gennaio e giugno le attività cessate sono state 92 in più di quelle avviate. Saldo positivo, invece, per chi commercia in strada, in particolare alcuni prodotti: chincaglieria e bigiotteria (+120), tessuti e abbigliamento (+39), ortofrutta (+15). Le nuove attività online sono solo 7 in più di quelle che hanno abbandonato, ma in numeri assoluti la cifra delle iscrizioni è importante: 40 aperture, a testimonianza di un settore in crescita negli ultimi anni. Più difficile trovare cifre rassicuranti tra i negozi veri e propri. Al primo posto quelli che vendono “articoli da regalo e per fumatori”: 47 iscrizioni contro 5 chiusure, ma la dicitura fa sì che non possiamo dire quanti commercino effettivamente sigarette elettroniche.

Una lettura dalla Camera di commercio. «A Milano sta crescendo il settore ambulante – dice Erica Corti. – Da un lato richiede un investimento ridotto rispetto ad altri per aprire; dall’altro la crisi avvantaggia gli acquisti ai mercatini, che permettono alle famiglie di risparmiare». Sul commercio online, Corti spiega che in alcuni casi le aperture sono sostituzioni: imprese che chiudono l’attività in forma tradizionale e puntano sul web, anche per i minori costi (vedi l’affitto). L’andamento dei negozi di sigarette elettroniche è definito «positivo», ma con dubbi su presente e futuro per il trattamento fiscale sul comparto (la tassazione al 58,5% di cui si è parlato molto in queste settimane).

«Maltrattati dal fisco e dai media». L’associazione di categoria ANaFe ridimensiona anche i buoni dati sulla prima parte dell’anno. Ricorda che negli ultimi sei mesi ognuno dei brand più importanti ha chiuso in media due punti vendita tra Milano e l’hinterland. Al momento ciascuna azienda ha circa 9 negozi nel capoluogo e 16 nei dintorni, ma da aprile il fatturato è crollato di circa il 60%. «La situazione in città è disastrosa – dice Franco Spicciariello, portavoce ANaFe. – Due i motivi: un’aggressione mediatica basata anche su informazioni false e la polemica sul boom della tassazione, che ha spinto molti a mollare». Come spiegare quei 42 esercizi in più nati tra gennaio e giugno? «C’è un problema di classificazione dei negozi di sigarette elettroniche. Bisognerebbe che tutti aprissero con la stessa dicitura, ma al momento non è così. Fino ad allora non avremo un monitoraggio completo». Secondo Spicciariello nei prossimi mesi vedremo meno esercizi di questo tipo a Milano: «Un po’ per i problemi di cui parlavo, un po’ perché molti hanno visto un business in esplosione e hanno aperto senza esperienza imprenditoriale, senza fare ricerche di mercato. Tre o quattro negozi in poche centinaia di metri possono reggere a Montenapoleone, ma non in periferia».

Imprese a breve termine. Infine gli ambulanti. Il saldo positivo tra aperture e chiusure non esalta Luigi Leanza, segretario APECA (Associazione Provinciale Esercenti il Commercio Ambulante): «Molti avviano un’attività perché gli investimenti necessari non sono alti. Buona parte di queste aziende non dura molto. Pesano la scarsa professionalità e le difficoltà nel trovare i prodotti, oltre ai problemi linguistici, dato che spesso si tratta di imprenditori stranieri. L’esempio migliore è il boom dei venditori di chincaglieria: per partire serve una somma ridicola, ma col passare dei mesi non riesci a fare utili e chiudi. Qualche speranza in più me la dà il saldo positivo per i commercianti ortofrutticoli: magari parliamo di persone che lavoravano come dipendenti e si mettono in proprio. Essendo più preparate, hanno più possibilità di farcela». Forse oggi il commercio a Milano è più “ambulante” di un tempo. Di sicuro sembra anche più effimero.

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