Diritto

Perde il credito d’imposta l’azienda che licenzia il personale

Perde il credito d'imposta l'azienda che licenzia il personale
L’azienda che licenzia per giusta causa o per giustificato motivo il nuovo assunto perde il credito d’imposta in quanto l’applicazione delle agevolazioni previste dalla normativa di riferimento è subordinata al mantenimento, nel periodo agevolato, del livello occupazionale raggiunto con le nuove assunzioni

L’azienda che licenzia per giusta causa o per giustificato motivo il nuovo assunto perde il credito d’imposta. È quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 12160 del 30 maggio 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da un ricorso proposto da una società dinanzi alla CTP di Matera avverso il provvedimento con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva revocato il credito di imposta ex art. 4 L. n. 449/97, precedentemente riconosciuto alla detta società a seguito di incremento del livello occupazionale esistente; siffatta revoca era stata determinata dall’accertata circostanza che la società, dopo l’avvenuta assunzione di un dipendente, non aveva mantenuto detto livello nel periodo agevolato 1-10-1997/31-12-2000 (un lavoratore era stato licenziato per giusta causa o giustificato motivo e l’altro si era dimesso).

A sostegno del ricorso la società deduceva che la riduzione del livello occupazionale era del tutto indipendente dalla sua volontà e, quindi, secondo quanto previsto dalla circolare del Ministero delle Finanze n. 219/E del 1998, non costituiva violazione del predetto art. 4.

L’adita CTP accoglieva il ricorso.

In sede di gravame, a conferma della statuizione del giudice di primo grado, la CTR Basilicata rigettava l’appello dell’Ufficio; in particolare la CTR rilevava, in conformità con la sua menzionata circolare, che l’ipotesi di riduzione del personale comportante ex L. n. 449/1997 la revoca del credito di imposta fosse solo e soltanto quella dipendente dalla volontà del datore di lavoro, e non quindi quella determinata da cause non imputabili a detta volontà (dimissioni del lavoratore) o nelle quali la volontà non si era formata liberamente (licenziamento per motivi di salute).

Avverso detta sentenza proponeva ricorso per Cassazione l’Agenzia delle Entrate.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’ufficio. Per condiviso principio già espresso, si legge nella sentenza, “in tema di credito d’imposta riconosciuto per l’incremento dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, secondo i requisiti e per l’ambito territoriale di cui all’art. 4 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, la relativa revoca, connessa alla riduzione del livello occupazionale raggiunto, è legittima ed opera in modo obiettivo, cioè anche se tale riduzione sia indipendente dalla volontà del datore di lavoro (…) e salvo che si verifichi la reintegrazione da parte dell’impresa del precedente livello degli occupati” (Cass. 8736/2013; v. anche 23769/2013 e 4933/2013).

Nello specifico va, infatti, evidenziato che la L. n. 449 del 1997, art. 4, comma 5, lett. c, condiziona espressamente l’applicazione delle agevolazioni previste dalla normativa di riferimento al mantenimento, nel periodo agevolato, del livello occupazionale raggiunto con le nuove assunzioni; di conseguenza, atteso il tenore letterale e l’indubbia ratio della norma, costituita dall’incentivazione alla stabile occupazione in particolari aree del territorio, rimane, come detto, del tutto indifferente, ai fini della decadenza dal credito di imposta, la circostanza che i rapporti di lavoro così instaurati siano cessati per fatti non imputabili alla volontà del datore di lavoro.

Nessuna rilevanza in senso contrario può, invece, essere attribuita alla richiamata circolare, non essendo essa fonte di diritto ma atto unilaterale della P.A., destinato ad indirizzare e disciplinare in modo uniforme l’attività dei propri organi (conf. Cass. 23769/82013 e Cass. 2850/2012).

La CTR, ritenendo che la riduzione del personale si era verificata per causa non dipendente dalla volontà del lavoratore, ed affermando, quindi, per tale motivo, l’illegittimità della disposta revoca del credito d’imposta, non ha fatto corretto uso di tale principio. Per questo motivo la Suprema Corte accoglie il ricorso compensando le spese di lite.

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