Diritto

Per detrarre un costo di impresa serve la prova dell’inerenza

Per detrarre un costo di impresa serve la prova dell’inerenza
Costituisce onere del contribuente provare l’inerenza del costo e la sua strumentalità rispetto all’attività svolta dal contribuente medesimo, non essendo sufficiente la natura imprenditoriale dell’attività svolta dallo stesso

Costituisce onere del contribuente provare l’inerenza del costo e la sua strumentalità rispetto all’attività svolta dal contribuente medesimo, non essendo sufficiente la natura imprenditoriale dell’attività svolta dallo stesso. Lo ha affermato la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 2335 del 9 febbraio 2015, emessa in tema di detrazione di costi reddituali.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato tra una società e l’Agenzia delle Entrate. La CTR confermava la sentenza resa dalla CTP con la quale era stato respinto il ricorso proposto dalla contribuente avverso il provvedimento di irrogazione sanzioni per il mancato pagamento di IRES e IVA relative all’anno 2004, in relazione alla indebita detrazione del costo rappresentato dall’acquisto di un’imbarcazione da diporto.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la società, sostenendo, per quanto qui di interesse, l’erroneità della decisione della CTR nel ritenere integrabile il costo di cui sopra.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società contribuente. In particolare, osservano gli Ermellini, con riferimento al caso di specie, che la contribuente, a fronte della valutazione espressa dal giudice di merito in ordine alla non inerenza del costo per l’imbarcazione da diporto nell’attività effettivamente svolta dall’appellante, aveva prospettato una critica astratta alla decisione volta a sostenere tesi che non hanno alcuna valenza rispetto al caso concreto esaminato dal giudice di appello e alla decisione adottata dalla CTR, tralasciando invece di offrire alla Corte di Cassazione l’evidenziazione di quegli elementi che avrebbero dovuto dimostrare l’erroneità delle conclusioni alle quali era giunta la CTR.

Sul punto occorre muovere dalla norma di riferimento, costituita dall’art. 19, D.P.R. n. 633/1972 il quale statuisce che per determinare l’imposta dovuta è detraibile dall’ammontare dell’imposta relativa alle operazioni effettuate, quello dell’imposta assolta o dovuta dal soggetto passivo o a lui addebitata a titolo di rivalsa in relazione ai beni ed ai servizi importati o acquistati nell’esercizio dell’impresa. La formulazione della norma, considerata alla luce delle disposizioni originarie previste dall’art. 5, punto 6 della legge di delega per la riforma tributaria 9 ottobre 1971, n. 825 (che stabiliva, come criterio direttivo, la detrazione dell’imposta “in dipendenza di atti relativi alla produzione e al commercio di beni e servizi imponibili”), indica chiaramente che opera la detrazione prevista quando vi sia correlazione tra attività esercitata dal soggetto passivo ed i beni e/o servizi acquistati, i quali perciò devono necessariamente inerire all’impresa, anche se non è richiesta la loro utilizzazione effettiva. Per inciso, la normativa comunitaria, (art. 17, par. 2 della VI direttiva), stabilisce che il diritto alla detrazione compete “nella misura in cui beni e servizi si utilizzano per porre in essere operazioni soggette ad imposta o alle stesse assimilate”.

La disposizione in esame riguarda, pertanto, tutti i beni dell’impresa, anche quelli non strumentali in senso proprio, purché destinati alle finalità della produzione o dello scambio nell’esercizio dell’attività dell’impresa. Ai fini della detraibilità dell’imposta, l’onere di provare le circostanze di fatto rilevanti per il sorgere del cosiddetto diritto alla detrazione è a carico del soggetto che tale diritto, nell’ambito del computo dell’imposta, allega o comunque intende far valere, in applicazione alla regola generale posta dall’art. 2697 c.c., del fatto giuridico da cui discende il suo preteso diritto, gli elementi costitutivi per l’esercizio del diritto, cioè che gli acquisti effettuati riguardino l’attività specifica oggetto dell’impresa nella loro destinazione concreta ed esclusiva.

Nel caso ci si trovi in presenza di una società, poi, l’ambito di operatività dell’impresa deve essere valutato con riferimento a tutte le attività (anche quelle al momento non esercitate) indicate nell’oggetto sociale, in vista delle quali la società è stata costituita e al cui esercizio i soci sono tenuti a concorrere.

Inoltre, non è condivisibile la linea interpretativa che vede identificato un bene come “posto al servizio dell’impresa”, e perciò, di riflesso, detraibile. In merito, la Cassazione ha bocciato tale interpretazione, in quanto la stessa si palesa priva di concreta aderenza al dato normativo ed alla connotazione oggettiva del tributo in questione; il diritto alla detrazione presuppone un rapporto di inerenza dell’operazione all’esercizio dell’attività del soggetto passivo d’imposta con esclusiva relazione alla destinazione del bene all’impresa (nel caso di specie era stato detratto da parte di un impresa esercente il commercio all’ingrosso di alimentari, il costo per la costruzione di un campo da tennis per il relax dei propri dipendenti).

Tanto premesso, quindi, con riferimento al caso di specie, la Cassazione, nel riprendere i predetti principi, ha respinto la tesi difensiva, osservando come la contribuente si fosse totalmente astenuta dal criticare la valutazione espressa dalla CTR al fine di dimostrarne la contrarietà a legge.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo la conseguenze pratiche della sentenza: non spetta all’Amministrazione finanziaria, che contesti il diritto del contribuente alla detrazione dell’imposta, provare che i beni e i servizi cui ineriscono le imposte assolte sono stati destinati ad operazioni esenti, ma al contribuente provare che detti beni e servizi sono stati in effetti destinati allo svolgimento di operazioni soggette ad imposta.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 2335/2015

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