Lavoro

Pensioni: scatti, integrazioni e timori su Renzi: cosa cambia nel 2014

Pensioni: scatti, integrazioni e timori su Renzi: cosa cambia nel 2014
Il Commissario Carlo Cottarelli ha messo nel mirino anche i pensionati, che potrebbero trovarsi obbligati a elargire risorse per incrementare gli stipendi dei lavoratori dipendenti

Fra le ormai famigerate slide di Matteo Renzi non c’era l’attesa controriforma Fornero, eppure per il 2014 non sono poche le modifiche previste alla normativa sulle pensioni, in gran parte dovute proprio agli effetti della legge del 2011. Il contestato pacchetto di regole previdenziali varato a suo tempo dal governo Monti, infatti, contempla regolari scatti di anzianità, o di requisiti contributivi, con il passaggio da un anno all’altro. Tuttavia le variazioni non dipendono solo da quella riforma, ma anche dagli effetti degli ultimi provvedimenti emanati dal Governo Letta, su tutti la Legge di Stabilità 2014, in cui hanno trovato spazio novità rilevanti in particolare sugli assegni di chi la pensione già la percepisce. Ma milioni di iscritti alla gestione previdenziale si chiedono anche cosa sarà dei loro assegni dopo la presentazione del “Jobs Act” di Renzi, giacchè i pensionati non solo sono rimasti esclusi dal “bonus” Irpef che riguarderà solo i lavoratori fio a 1.500 euro netti al mese, ma hanno anche preso atto del fatto che le pensioni potrebbero tornare a essere il “bancomat” per finanziare tutte le misure ancora sprovviste di idonea copertura, come ha ventilato il commissario per la spending review Carlo Cottarelli.

Vediamo nel dettaglio cosa cambia nel 2014 e cosa potrà accadere nei prossimi mesi.

Anzianità donne. Per le lavoratrici del settore privato c’è l’effetto della convergenza anagrafica dei ritiri dal lavoro tra uomini e donne, principio stabilito proprio dalla legge Fornero del 2011. Dovrebbe essere il 2018 la data della totale convergenza fra i due generi, per il 2014 le lavoratrici dipendenti private saliranno un ulteriore gradino dovendo maturare 63 anni e 9 mesi di anzianità per poter accedere al trattamento pensionistico, ossia un anno e mezzo in più rispetto a quanto previsto fino al 2013. Manterranno invece le soglie precedenti per l’addio alla carriera lavorativa quelle nate prima del 30 settembre 1951. Novità anche per le donne lavoratrici professioniste o autonome: ulteriore sbalzo di anzianità minima per la pensione, che nel 2014 approda a 64 anni e 9 mesi, addirittura un anno in più rispetto a quanto valido fino al 2013. Il prossimo aggiustamento scatterà nel 2016, allorchè verrà aggiunto un altro anno ai minimi pensionabili, portando la quota di anzianità per le autonome a 65 anni e 9 mesi.

Anzianità uomini. Poche novità invece per gli uomini impiegati nel settore privato: per loro rimangono validi i requisiti di 66 ani e 3 mesi. In attesa dell’aggiornamento alla speranza di vita, previsto dalla riforma Fornero, che li investirà (come le donne) nel 2016.

I contributi. Sia uomini che donne dovranno lavorare nel 2014 un mese in più per accedere al trattamento pensionistico: per gli uomini saranno necessari almeno 42 anni e 6 mesi versati nelle casse dell’Inps, per le donne 41 anni e 6 mesi di contributi. Indici, questi, che non saranno immuni rispetto al coefficiente di speranza di vita, aggiornato al 2016.

Integrazione alla minima. Col 2014 cambiano anche i parametri di reddito per il calcolo dell’integrazione alla pensione minima, che saranno tarati in base al minimo stesso. Partendo dalla quota retributiva, che riguarda tutte le annualità antecedenti al 31 dicembre 2011, si tiene conto sia della retribuzione che può essere erogata tramite assegno di pensione (cioè la media delle mensilità percepite nell’ultima fase lavorativa), sia degli anni effettivi di contributi maturati. L’integrazione viene quindi riconosciuta pari al 2% per ogni anno di versamento, ma solo quando la somma resta ad un livello inferiore al minimo stabilito per legge. Per il riconoscimento dell’integrazione, poi, è necessario non avere ulteriori fonti di reddito ai sensi dell’imponibile Irpef, e un reddito famigliare di coppia che deve rientrare sotto la soglia di quattro volte il minimo stabilito. Non vengono invece considerati come concorrenti ai fini del reddito: la casa di proprietà, eventuali Tfr e competenze arretrate sottoposte a tassazione separata.

Limiti all’integrazione. La pensione minima per il 2014 è stabilita in 501,38 euro mensili. Sulla base di questo conteggio si vengono a creare le conseguenti soglie di reddito: 13.035,88 euro è il limite di reddito individuale oltre il quale viene esclusa l’integrazione – 26.071,76 euro è il tetto di reddito famigliare di coppia che esclude dal diritto all’integrazione – 6.517,94 euro è il massimo personale al di sotto del quale l’integrazione viene completamente riconosciuta – 19.553,82 è quello cumulato che permette il massimo di integrazione. Nelle fasce intermedie – da 6.517,94 a 13.035,88 euro per i redditi personali e da 19.553,82 a 26.071,76 per il reddito di coppia – viene corrisposta un’integrazione completa o parziale, secondo l’importo calcolato per l’assegno. Il quale, in caso di coppia coniugata, sarà sempre stabilito sulla base dei redditi cumulati.

Gli effetti della Legge di Stabilità. Con l’ultima legge di bilancio approvata dall’esecutivo guidato da Enrico Letta prima della “spallata” renziana, vengono introdotti nuovi blocchi alle indicizzazioni fino a sei volte il minimo, con conferma al 95% per la fascia entro i 2 mila euro al mese. Approvato anche il contributo di solidarietà per le cosiddette pensioni d’oro: è previsto che venga prelevato il 65 dalle pensioni pari a almeno quattordici volte il minimo, mentre si passerà al 12% per la parte al di sopra del minimo moltiplicato per venti, fino al 18% per la quota in esubero nelle pensioni almeno trenta volte le minime. Vietati infine i cumuli da pensione e reddito oltre i 150 mila euro, oltre il quale scatta la riduzione dell’assegno previdenziale.

I timori per la spending review di Renzi. Le più recenti vicende politiche hanno messo sul chi va là anche i pensionati che non godono delle cosiddette pensioni d’oro: la copertura per i 10 miliardi da destinare al taglio del cuneo fiscale per i lavoratori che guadagnano fino a 1.500 euro nette al mese non sono infatti ancora chiaramente individuate, e molto ci si attende dalla spending review del commissario Carlo Cottarelli il quale ha messo nel mirino anche i pensionati, che potrebbero trovarsi obbligati a elargire risorse per incrementare gli stipendi dei lavoratori dipendenti. Inizialmente sembrava che i destinatari della misura di prelievo straordinario fossero solo i pensionati d’oro, ma a rientrare tra le grinfie del Tesoro potrebbero essere tutti i pensionati che percepiscano almeno 2 mila euro al mese lordi di pensione. Se così fosse, ovviamente, saremmo di fronte a un intervento che riguarda una parte consistente dei pensionati italiani: la possibilità di un così vasto coinvolgimento ha già fatto scattare sull’altolà i sindacati che, dopo aver accolto positivamente le misure sul lavoro, sono tornati a preoccuparsi dei più anziani che l’occupazione l’hanno ormai abbandonata da tempo. E del resto secondo i dati Inps l’82% delle pensioni erogate non arriva a 1.500 euro lordi, mentre il 95% è sotto i 2.500. Tanto che Renzi ha dovuto fare marcia indietro annunciando che gli assegni fino a 3.000 euro “non si toccano”, e confermando implicitamente che se anche l’intervento sulle pensioni fosse confermato l’asticella andrà comunque alzata e le entrate sperate diminuite.

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