Lavoro

Pensioni, gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale: recuperi a partire da 4.700 euro

Pensioni, gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale: recuperi a partire da 4.700 euro
Recuperi che potranno andare dai 4.700 euro circa per pensionati con assegni che valgono fino a quattro volte il minimo a più di 10mila euro per pensionati con assegni che valgono dieci volte il trattamento minimo. Questo il conto che dovrà fronteggiare l’Erario e che dovranno incassare i pensionati sopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità del mancato adeguamento all’inflazione per il biennio 2012-2013

Dopo la sentenza n. 70/2015 della Corte Costituzionale che ha bocciato il mancato adeguamento delle pensioni per il biennio 2012-2013 (i più ricorderanno la manovra per via della famosa lacrima della Fornero), il Governo si trova adesso a dover affrontare un nuovo allarme rosso per i conti pubblici. I recuperi non si limitano alle due annualità ma determinano un effetto a cascata per i periodi seguenti. Ci sono subito 5,5 milioni di euro da restituire ai pensionati per via dell’indicizzazione perduta nel biennio 2012-2013 (quando il tasso variò tra il 2,6% e l’1,9%). Un impatto a regime che può salire fine a 10-12 miliardi, per superare integralmente il blocco della perequazione per le pensioni fino a tre volte il minimo Inps.
I recuperi potranno andare dai 4.700 euro circa per pensionati con assegni che valgono fino a quattro volte il minimo a più di 10mila euro per pensionati con assegni che valgono dieci volte il trattamento minimo.
Inoltre, la sentenza della Consulta dovrebbe far rivivere le modalità perequative previste dalla precedente normativa (art. 69 della legge n. 388/2000).

Il Governo, nei prossimi giorni, si riunirà per decidere come affrontare l’emergenza. Che potrebbe far scattare nuovamente le clausole di salvaguardia previste dall’ultima legge di Stabilità: manovra che, lo si ricorderà facilmente per la forte polemica provocata, aveva previsto la possibilità di un aumento progressivo dell’IVA dal 2016 fino al 2018, partendo da un innalzamento (per l’IVA ordinaria) dal 22 al 24% fino a toccare quota 25,5%. Oltre a ciò, nelle clausole di salvaguardia è contemplato l’aumento delle accise sulla benzina già a partire da questa estate. Insomma, il rischio di un aumento generalizzato dei prezzi, scongiurato solo poche settimane fa con l’approvazione dell’ultimo Def, sembra ora tornare con un’urgenza ancora più preoccupante.

Il Governo potrebbe decidere di rivedere le stime del proprio indebitamento, portando il deficit dal 2,5% al 2,8% (previo accordo con i vertici europei). Sempre meno di quel 3% imposto dall’UE, ma comunque riportandolo di nuovo in zona “cesarini”. La misura, peraltro, potrebbe non essere sufficiente perché riuscirebbe a coprire solo i primi 4,8 miliardi a cui l’erario dovrà fare fronte nel breve.

Una manovra bis per questa estate? Al momento, questa ipotesi sembra essere stata scartata, ma di certo dal 2016 sarà necessaria una nuova copertura a regime da inserire nella prossima legge di Stabilità (quella del 2017), attraverso nuove tasse o ulteriori riduzioni della spesa pubblica.

Ora ripartiranno i contatti con Bruxelles, a cui il Governo dovrà chiedere il nulla osta per un nuovo sforamento del debito. L’esito della trattativa non è scontato, poiché con il Def appena inviato a Bruxelles il Governo si era impegnato a ridurre il deficit dal 3% del 2014 al 2,6% e a garantire almeno 10 miliardi di risparmi con la spending review.

L’interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio la censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico, induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività.
Corte Costituzionale – Sentenza N. 70/2015

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