Lavoro

Pensioni: ecco le principali novità del 2014

Pensioni: ecco le principali novità del 2014
Numerose sono le novità che vengono introdotte nel nostro sistema previdenziale nel 2014: dall’età pensionabile delle lavoratrici del settore privato e delle autonome, ai nuovi requisiti per la pensione anticipata, all’indicizzazione dei trattamenti di quiescenza per le pensioni superiori a 1.486 euro lordi al mese (3 volte il minimo), al contributo di solidarietà alle aliquote contributive della gestione separata. Quest’anno dovrebbe poi finalmente partire la tanto annunciata “busta arancione”

Il 2014 si apre con una serie di significative novità immediate in ambito previdenziale e alcuni possibili progetti di riforma e iniziative comunicative.

Dopo molti stop and go dovrebbe infatti finalmente vedere luce, il progetto è allo studio di Ministero del Lavoro e Inps, la tanto annunciata “busta arancione” che dovrebbe informare i cittadini sul tasso di sostituzione atteso alla prima data di pensionamento utile. In pratica quanto si incasserà in percentuale rispetto all’ultimo stipendio. Una simulazione che sarà basata sull’ammontare dei contributi versati, sul livello retributivo atteso e sull’età in cui si lascerà il lavoro. Ma questa sarà solo una informazione di base. Il software che Inps e Ministero stanno testando, permetterà di effettuare una serie di simulazioni più «raffinate» sul proprio futuro pensionistico.

Età pensionabile delle donne. La prima modifica, prevista dalla riforma Monti-Fornero, riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato e del lavoro autonomo, in un percorso di progressiva equiparazione rispetto ai requisiti pensionistici degli uomini. Nel pubblico impiego vi è invece già l’equiparazione. Va rammentato a tal proposito come già nel 2008 il nostro Paese era stato sottoposto a procedura di infrazione alla luce della sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di Giustizia delle Comunità europee per la normativa in forza della quale i dipendenti pubblici avevano diritto a percepire la pensione di vecchiaia ad età diverse a seconda che fossero uomini e donne.

Nella fattispecie concreta la procedura d’infrazione non riguardava i dipendenti privati, perchè il regime previdenziale amministrato dall’Inps era considerato un regime cd. “legale”, di natura previdenziale in senso tecnico, conforme alla normativa comunitaria; il regime gestito all’epoca dall’Inpdap rientrava invece, secondo la Commissione e la Corte di Giustizia, tra i regimi cd. “professionali”, ovvero quei regimi nei quali il trattamento pensionistico è pagato direttamente dal datore di lavoro.

Con la legge n. 122/2010 si avviò allora un percorso di progressiva equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego. Dal 1° gennaio 2011 infatti il requisito di pensionamento al “femminile” è stato innalzato a 61 anni con un “gradone” a 65 anni dal 1 gennaio 2012 che, in base alla riforma Fornero è stato elevato a 66 anni incorporando i 12 mesi delle finestra, meccanismo “soppresso”.

Nel settore privato la riforma Fornero ha poi conferito ulteriore accelerazione nel percorso di equiparazione uomini/donne per quel che riguarda l’età di pensionamento. Dal 1° gennaio 2012 l’età per le lavoratrici dipendenti è salita a 62 anni; ulteriori “gradini” sono previsti nel 2014 con un’età pensionabile di 64 anni, che diventeranno poi 65 nel 2016 per attestarsi a 66 nel 2018. Per le lavoratrici autonome invece lo scalone del 2012 è stato di 3 anni e 6 mesi (63 anni e mezzo) con identico percorso evolutivo invece nel prosieguo rispetto alle dipendenti.

Nel 2014 le lavoratrici del settore privato potranno andare in pensione di vecchiaia solo dopo aver compiuto i 63 anni e 9 mesi, vale a dire 18 mesi in più rispetto ai requisiti previsti per il 2013 (62 anni e tre mesi); è richiesta comunque la presenza, se si hanno contributi accreditati prima del 1996, di almeno 20 anni di contributi. Se invece si è cominciato a versare dopo il 1996 è richiesto anche un importo di pensione di almeno 1,5 volte la soglia minima. In base a questo sistema, nel settore privato potranno andare in pensione di vecchiaia le donne con almeno 63 anni e 9 mesi di età. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici dirette) il limite di età nel 2014 è di 64 anni e 9 mesi. Quanto agli uomini, nel 2014 andranno in pensione con gli stessi requisiti del 2013 (66 anni e tre mesi).

Pensione anticipata. Prima della riforma Monti-Fornero il trattamento di anzianità, per chi non raggiungeva un minimo di 40 anni di contributi, si poteva ottenere combinando la famosa “quota 96”, con età di almeno 60 anni (quota 97 e almeno a 61 anni per gli autonomi). La quota avrebbe dovuto assestarsi definitivamente a “97” (con almeno 61 anni di età) dal 2013. Con il decreto Salva Italia si è trasformata la pensione di anzianità in pensione anticipata prevedendosi, nel 2012 42 anni e 1 mese, nel 2013, quando è scattato l’adeguamento alla speranza di vita, bisognava avere 42 anni e 5 mesi 2013 (41 anni e 5 mesi per le donne). Limite che viene elevato di un altro mese nel 2014; 42 anni e mezzo gli uomini e 41 e 6 mesi le donne. Qualora la si chiede prima di aver compiuto i 62 anni, l’assegno viene corrisposto, per la quota retributiva (per l’anzianità maturata sino al 2011), con una riduzione pari all’1 per cento per ogni anno di anticipo; percentuale che sale al 2 per cento, per ogni anno di anticipo che supera i 2.

Va aggiunto che secondo le indiscrezioni giornalistiche il Ministero del Lavoro starebbe studiando la possibilità di introdurre ulteriori connotati di flessibilità al meccanismo per consentire sia ai lavoratori che vogliono di lasciare in anticipo il lavoro rispetto ai requisiti attuali, ma anche per le imprese che potrebbero avere la necessità di ringiovanire il proprio personale. Lo schema oggetto di verifica di fattibilità è quello del cosiddetto «prestito pensionistico». Come funzionerebbe?

Il lavoratore potrebbe lasciare anticipatamente il lavoro senza però andare giuridicamente in pensione; ma incasserebbe un assegno pari ad una certa percentuale del suo stipendio pagato dall’Inps eventualmente con il contributo della stessa azienda. Dal momento in cui, maturati i requisiti per la pensione, si incomincia ad incassare l’assegno previdenziale, quest’ultimo verrebbe decurtato di una cifra (che secondo le ipotesi circolate potrebbe oscillare tra il 10 e il 15 per cento) per poter restituire i soldi ottenuti in prestito nei due anni precedenti. Possibile alternativa in fase di approfondimento è quella della cosiddetta staffetta generazionale. In questo caso i lavoratori più anziani vedrebbero trasformati i loro contratti in part time con una contribuzione figurativa a carico dello Stato in modo da non incidere sulla futura pensione, dando così la possibilità alle imprese comunque di far entrare giovani nel mercato del lavoro.

Il meccanismo di indicizzazione. Dopo il blocco di due anni voluto dalla riforma Monti-Fornero, con il 2014 si riattiva l’adeguamento al costo della vita per le pensioni superiori a 1.486 euro lordi al mese (3 volte il minimo), un ritorno comunque in forma limitata che non va oltre i 2.973 euro lordi (6 volte il minimo). Insomma aumenti magri, anche perché nel 2013 il tasso d’inflazione è stato relativamente basso.

Con la legge di Stabilità 2014, fermo restando l’adeguamento al 100 per cento per le pensioni fino a 3 volte il minimo, si scende al 95 per per i trattamenti fra 3 e 4 volte; al 75 per cento per gli importi compresi fra 4 e 5 volte; e al 50 per cento per quelli superiori a 6 volte. A quelle d’importo superiore a questo limite viene offerto un piccolo contentino di 14,70 euro, che il maxiemendamento ha voluto inserire all’ultima ora per timore che annullando la perequazione si rischiava una pronuncia di incostituzionalità. Le riduzioni riguardano l’intero assegno e non solo la parte eccedente la soglia garantita.

Il contributo di solidarietà. Assieme all’indicizzazione è tornato anche il contributo di solidarietà sulle cosiddette pensioni d’oro che la scorsa estate la Corte Costituzionale aveva cancellato. Questa volta sarà del 6-12 per cento sugli importi superiori a 6.936 euro lordi al mese (91.251 euro all’anno).

Il contributo viene riproposto per finanziare un sussidio a favore dei più poveri, motivazione che dovrebbe consentire, secondo il Governo, di superare eventuali nuovi giudizi di costituzionalità. Il contributo è fissato nel 6 per cento per la parte di pensione compresa fra 14 e 20 volte il minimo (91.251 – 130.359 euro lordi annui), che sale al 12 per cento sugli importi fra 20 e 30 volte il minimo (130.359 – 195.538 euro lordi annui) e al 18 per cento sulle quote oltre 30 volte.

Gestione separata Inps. Aumenta di un punto l’aliquota contributiva dovuta nel 2014 dai parasubordinati che si attesta al 28,72 per cento, entro il massimale imponibile di 100.222 euro. Resta ferma invece l’aliquota per i professionisti senza cassa con l’aliquota che resta ferma al 27,72% come l’anno scorso (2013). Ma si tratta solo di un rinvio degli aumenti, che ricominceranno dal prossimo anno e peraltro con un incremento doppio (2 per cento), fino a portare l’aliquota contributiva alla vetta del 33,72% a partire dal 1° gennaio 2018.

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