Lavoro

Pensioni: dal calcolo all’indicizzazione, tutte le novità 2014

Pensioni: dal calcolo all'indicizzazione, tutte le novità 2014
Gennaio è da sempre tempo di novità pensionistiche: tornano indicizzazione e contributo di solidarietà. Ma si alza l’età pensionabile per le donne

Gennaio è da sempre tempo di novità bancarie, fiscali e pensionistiche. Dopo la contestatissima riforma Fornero di due anni orsono, anche la legge di Stabilità di fine 2013 ha introdotto diverse novità per quanto riguarda il sistema pensionistico italiano: dal ritorno dell’indicizzazione e del contributo di solidarietà all’allungamento dell’età pensionabile delle donne. Senza scordare che il 2014 è anche il “compleanno” dell’introduzione delle “pensioni d’oro”, su cui il dibattito politico è tornato a concentrarsi nelle ultime settimane.

Lo scandalo delle pensioni d’oro. In tempi di crisi occorre far cassa dove possibile, e le cosiddette pensioni d’oro sono entrate giocoforza nel dibattito politico delle ultime settimane. Ancora non si chiamava decreto omnibus o milleproroghe, ma la sostanza era già chiara: a fine anno, tra Natale e Capodanno, un provvedimento ad hoc interveniva a far felice alcune mirate categorie di italiani. E in questo marketing politico la Prima Repubblica era maestra. Esattamente quarant’anni fa si metteva a punto uno dei provvedimenti che solo con il tempo diventò tra i più contestati, indicatore di come la politica sia capace di viaggiare in direzione opposta rispetto all’interesse collettivo.

Era il 29 dicembre 1973 quando il governo di Mariano Rumor inaugurò la controversa stagione delle baby pensioni, con un Dpr (decreto del presidente della Repubblica, all’epoca Giovanni Leone) destinato ai dipendenti pubblici che avessero lavorato per 14 anni, sei mesi e un giorno, se donne sposate e con figli; meno generose (si fa per dire) le condizioni per gli altri, ossia 20 anni per gli altri statali, 25 anni per i dipendenti degli enti locali (in epoca pre-federalismo, ancora pochi).

Andarono in pensione poco più che trentenni che avevano iniziato presto a lavorare, incassando oltre al denaro, quello che divenne un totem del sistema della contrattazione italiana: il diritto acquisito. Un “diritto” sancito da una norma legislativa, com’è d’uso, la cui copertura viene però data in carico alle generazioni future. Quanto? Secondo alcune stime si tratta di circa 7,5 miliardi di euro l’anno – una volta e mezzi l’Imu sulla prima casa -, destinati a un plotone di baby pensionati. Quanti? In totale circa 400 mila persone. I calcoli li ha fatti tempo fa la Confartigianato: in 17 mila hanno smesso di lavorare a 35 anni di età mentre altri 78 mila sono andati in pensione tra i 35 e 39 anni. E visto che la loro aspettativa di vita stimata è di circa 85 anni, i baby pensionati incassano durante la loro vita almeno il triplo di quanto hanno versato durante la loro attività lavorativa.
L’idea di varare questo provvedimento nacque alla vigilia delle elezioni amministrative in cui la Democrazia Cristiana, il partito di Rumor, fece il pieno di voti. Il 1973 era stato l’anno dello Yom Kippur, del Watergate e della crisi petrolifera e l’Austerity che proprio Rumor, il 2 dicembre precedente, aveva imposto con domeniche a piedi e tv spenta alle 22,45, per contrastare la carenza di energia. Eventi tutti entrati nei libri di storia ed usciti dalla cronaca e dalla contabilità. A differenza che in Italia, dove le baby pensioni sono contabilizzate come liabilities, uscite previste cioè, al pari delle pensioni minime e delle pensioni d’oro. Con tutto ciò che ne segue in termini di equità, per chi le pensioni percepisce e per chi le incassa.
E poi c’è l’effetto prodotto in modo indiretto dalle baby pensioni: ne hanno beneficiato le donne che sono uscite dal mondo del lavoro sottraendo il loro contributo all’economia reale, in termini di cultura e competenza, riducendo la domanda di servizi per la famiglia (asili nido, in primis), riducendo così la creazione di nuovi posti di lavoro che all’epoca erano meno “costosi” (vedi alla voce cuneo fiscale) di oggi; e quindi innalzando il tasso di tutela finanziaria del pubblico sul singolo, hanno ridotto la forza di intrapresa dei singoli nel tessuto sociale. Il che, insieme alle svalutazioni competitive e all’evasione fiscale, ha posto le basi del declino economico italiano di questi anni.
Franco Marini, all’epoca appena entrato nella segreteria Cisl, ricordava tempo fa al Messaggero: “Sì, è vero che non c’era nella classe politica né nel corpo della stato di allora una grande consapevolezza di quello che sarebbe accaduto, dell’impatto che l’allargamento del welfare avrebbe avuto sui conti pubblici. Però il provvedimento sulle baby pensioni causò sin da subito una forma di imbarazzo anche nel sindacato che a quel tempo aveva un fortissimo potere contrattuale nei confronti della politica. Era una norma squilibrata. Ci fu disagio nei confronti dei lavoratori privati che erano esclusi da quel trattamento. Anche se qualcuno riteneva che il baby pensionamento compensasse il fatto che i dipendenti del privato avessero avuto fino a quel momento salari molto più alti“.
A poco è servita la retromarcia decisa meno di dieci anno dopo il decreto Rumor, quando a Tangentopoli esplosa, un altro provvedimento omnibus di fine anno, il decreto legislativo n. 503 del 30/12/1992 (“Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell’articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421”), corse a cancellare la possibilità di smettere di lavorare e incassare una pensione ancora nel fiore degli anni (gli stessi, all’incirca, in cui i precari di oggi provano e riescono nelle migliori delle ipotesi a entrare nel mondo del lavoro). Restò il conto da pagare: un esborso per la previdenza pubblica pari a circa lo 0,4% del Pil nazionale l’anno.

Torna l’indicizzazione. Dopo il blocco di due anni alle indicizzazioni, voluto dalla riforma Monti-Fornero di fine 2011, torna l’adeguamento al costo della vita per le pensioni con un importo mensile lordo superiore a 1.486 euro (pari a 3 volte il minimo). Il ritorno, però, è relativo visto che si applica solamente fino alla soglia delle 6 volte il minimo, ossia 2.973 euro lordi al mese. Gli aumenti dovuti all’indicizzazione, inoltre, saranno resi magri da un tasso di inflazione basso.

Il contributo di solidarietà. Oltre all’indicizzazione c’è il ritorno del contributo di solidarietà. Il limite è stato fissato in 90 mila euro, lo stesso che la Corte Costituzionale aveva bocciato e cancellato la scorsa estate per incostituzionalità, in quanto riguardante solo una parte di pensionati e quindi sostanzialmente discriminante. Questa volta sarà del 6/12% sugli importi mensili lordi superiori ai 6.936 euro. Eventuali nuovi giudizi di incostituzionalità, secondo il Governo, saranno superati dal fatto che alla base di questa misura c’è la motivazione di ridistribuire queste risorse a favore dei ceti più deboli. Il contributo è fissato nel 6% per la soglia di pensione compresa fra 14 e 20 volte il minimo (90.168 – 128.811 euro) e per il 12% fra 20 e 30 volte il minimo (128.811 – 193.217 euro). Oltre le 30 volte il minimo, il contributo di solidarietà arriva al 18%.

Donne, pensione più lontana. L’età necessaria alle donne per andare in pensione è stata alzata, a partire dal 1° gennaio 2012, a 62 anni. Nel 2013 si sono aggiunti ulteriori 3 mesi per via dell’adeguamento delle previsioni di vita, mentre nel 2014 si salirà a 63 anni e 9 mesi. E chi nel 2014 non avrà ancora l’età, dovrà accumulare almeno 42 anni e 6 mesi di contributi che scendono a 41 anni e 6 mesi per le donne. Inoltre le donne potranno scegliere fino al 2015 di andare in pensione a 57 anni di età con 35 anni di contributi; il prezzo da pagare è un calcolo dell’assegno pensionistico con il solo sistema contributivo e, quindi, un taglio del cedolino del 25-30%.

Chi va in pensione nel 2014. Per ottenere la pensione di vecchiaia, nel 2014 sono necessari 66 anni e 3 mesi per gli uomini, 63 anni e 9 mesi per le donne dipendenti e 64 anni e 9 mesi per le donne autonome. Se si vuole accettare la pensione anticipata, nel 2014, sono necessari 42 anni e 6 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 6 mesi di contributi per le donne.

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