Lavoro

Pensioni a rischio indigenza: solo il 15% avrà una rendita adeguata

Secondo una ricerca condotta da Natixis Global Asset Management la popolazione non stia risparmiando in modo adeguato per mantenere un livello di vita decoroso nell'età pensionabile
Secondo una ricerca condotta da Natixis Global Asset Management la popolazione non stia risparmiando in modo adeguato per mantenere un livello di vita decoroso nell’età pensionabile

Per molti è un pensiero da scacciare: l’idea che non sia lo Stato ad occuparsi in toto della nostra vecchiaia anche per chi non ha vissuto l’epoca d’oro delle pensioni calcolate con il sistema retributivo, rappresenta un costo psicologico eccessivo. Eppure milioni di italiani vanno incontro a una vecchiaia a rischio indigenza: a conti fatti la riformas Dini-Treu degli anni ’90 ha imposto una trasformazione (che la Monti-Fornero ha solo accelerato) che introducendo il sistema contributivo fa sì che la rendita pensionistica dipenda da quanto accantonato come contributi durante l’attività lavorativa, secondo il sistema contributivo. Ma chi si deve davvero preoccupare? E quanto si percepirà di pensione? Andiamo con ordine e partiamo dalla prima domanda, premettendo che proprio la riforma Dini-Treu ha fatto sì che il destino previdenziale di ciascun lavoratore possa risultare molto diverso da quello di tutti gli altri, mentre in passato chi aveva la stessa anzianità di servizio poteva trovarsi in situazioni non troppo differente da quella del collega, senza preoccuparsi più di tanto.

L’indagine. Secondo una ricerca condotta da Natixis Global Asset Management, società di gestione internazionale, l’85% degli investitori istituzionali italiani ritiene che la popolazione non stia risparmiando in modo adeguato per mantenere un livello di vita decoroso nell’età pensionabile. In altre parole, soltanto un sesto dei lavoratori potranno contare su entrate adeguate alle necessità future: una percentuale in linea con quanto emerso dalla recente indagine campionaria di Mefop sulle attese relative alle rendite pensionistiche dei lavoratori italiani.
Si accantona poco, in definitiva, e gli stessi portafogli utilizzati dai fondi pensione non sembrano costruiti per far fronte adeguatamente alle necessità future. Non a caso il 60% dei fondi pensione italiani – quelli di categoria, aperti e Pip – stanno implementando stili di gestione degli attivi correlate del peso delle passività (asset liability management); nel resto del mondo la quota di chi utilizza questi tipi di strategie si colloca al 46%. Da qui l’esigenza del 72% degli istituzionali italiani di rivedere i tradizionali approcci alla costruzione del portafoglio.

Ci troviamo in una situazione – dice Antonio Bottillo, Ad Italia di Natixis Global Asset Management – in cui i vecchi schemi si sono rivelati inadeguati a gestire l’andamento dei mercati e in cui circa la metà degli investitori (49%) è ancora alla ricerca di una nuova metodologia per costruire i propri portafogli“. Si attende tra l’altro l’imminente varo della riforma dei criteri e limiti di investimento che consentirà entro limiti e controlli specifici di utilizzare strategie di copertura, materie prime e attività in paesi definiti “emergenti” nel decreto precedente (nel 1996).

Le contromisure. Che fare, dunque? Come detto ogni profilo è individuale e personale e non è possibile generalizzare. Per questo è particolarmente utile consultare un pensionometro, in attesa che gli enti previdenziali forniscano a tutti i lavoratori una puntuale proiezione del loro destino previdenziale. Per avere un’idea di come correre ai ripari, può essere utile sintetizzare qualche calcolo e mettere in correlazione risparmio e rendimenti dei proprio portafogli previdenziali: secondo quanto calcolato da Epheso e Itinerari previdenziali, si può stimare che chi aderisce a un fondo pensione a 46 anni – vent’anni prima di andare in pensione – dovrà accantonare il 6,8% del proprio stipendio per puntare a far crescere i propri contributi del 3% annuo. Il risparmio cala però al 4,34% se aderisce dieci anni prima e a al 3% circa del suo stipendio (meno della metà), se aderisce a un fondo pensione da giovane e per quarant’anni. Chiaramente non si può avere grandi certezze sul proprio destino per diversi decenni, ma è utile capire l’impatto concreto delle nostre scelte (verificabili e modificabili con il motore di calcolo appena citati). Aderire presto richiede in sostanza di ridurre gli accantonamenti, a parità di rendimenti; al netto quindi di un altro elemento: più è lungo il percorso di adesione e maggiore è il rendimento cui è possibile puntare.
Perché il miglior gestore per le scelte previdenziali è, in definitiva, il tempo.

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