Diritto

Pensione di inabilità civile: prima del 2013 influisce solo il reddito del coniuge

Pensione di inabilità civile: prima del 2013 influisce solo il reddito del coniuge
Ai fini dell’accertamento del requisito reddituale, previsto per la concessione della pensione di inabilità civile prima delle modifiche del 2013, non assume rilievo il reddito percepito da familiari dell’invalido diversi dal coniuge

In tema di pensione di invalidità e delle relative prestazioni assistenziali, ai fini dell’accertamento del requisito reddituale, previsto per la concessione della pensione di inabilità civile prima delle modifiche del 2013, non assume rilievo il reddito percepito da familiari dell’invalido diversi dal coniuge. Ai fini del superamento dei limiti reddituali previsti per la concessione della pensione di inabilita civile a favore degli invalidi totali, è escluso quindi che debba farsi riferimento al complesso dei redditi percepiti da tutti i componenti del nucleo familiare dell’invalido, poiché il cumulo è stato contemplato dalla normativa di riferimento soltanto in relazione al reddito (eventuale) del coniuge del soggetto assistito. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11550 del 4 giugno 2015.

IL FATTO
Un ricorrente chiedeva, dinanzi al Tribunale, nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze e dell’Inps, l’accertamento del proprio diritto alla pensione di inabilità civile ed all’indennità di accompagnamento, con la conseguente condanna all’erogazione delle relative prestazioni.
Costituitisi in giudizio, gli enti convenuti contestavano la fondatezza della domanda.
Acquisita documentazione e disposta consulenza tecnica d’ufficio, il giudice adito dichiarava il diritto del ricorrente all’indennità di accompagnamento a decorrere dal 1° maggio 2004, condannando l’Inps al pagamento della relativa prestazione, con rivalutazione secondo gli indici Istat ed interessi legali sui ratei scaduti dal 121° giorno successivo.
Avverso tale decisione ha proposto appello il ricorrente chiedendo, in parziale riforma dell’impugnata sentenza, l’accoglimento integrale delle domande proposte col ricorso introduttivo, in particolare con riferimento alla pensione di inabilità non esaminata dal primo giudice.
La Corte d’Appello ha rigettato il gravame, ritenendo insussistente il requisito reddituale calcolato in base ai redditi dell’intero nucleo familiare.
Contro la sentenza l’interessato ha proposto ricorso per cassazione, in particolare sostenendo che la Corte territoriale, ritenendo che il limite reddituale andava calcolato tenendo conto del reddito dell’intero nucleo familiare “come richiesto dalla normativa vigente“, fosse incorsa in errore non avendo specificato quale fosse tale normativa, evidenziando comunque che la normativa di riferimento non prevedeva il cumulo del reddito dell’inabile con quello del suo nucleo familiare, potendosi semmai calcolare solamente i redditi del coniuge (art. 14-septies del decreto-legge n. 663/79).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal ricorrente. Sul punto, ribadiscono gli Ermellini che “ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale previsto per la concessione della pensione di inabilità civile ai sensi della legge n. 118 del 1971, art. 12, secondo la disciplina anteriore all’entrata in vigore del decreto-legge n. 76 del 2013, art. 10, commi 5 e 6, convertito in legge n. 99 del 2013, non assume rilievo il reddito percepito dai familiari dell’invalido diversi dal suo coniuge” (Cass. n. 697/14, Cass. ord. n. 6534/14, Cass. ord. n. 26120/14).

Il principio – prosegue la Suprema Corte – segue la linea interpretativa già affermata con altre precedenti pronunce, rese con riferimento alla disciplina anteriore alle modifiche del 2013, secondo cui, ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale per l’assegnazione della pensione di inabilita agli invalidi civili assoluti, assume rilievo non solamente il reddito personale dell’invalido, ma anche quello (eventuale) del coniuge del medesimo, onde il beneficio va negato quando l’importo di tali redditi, complessivamente considerati, superi il limite determinato con i criteri indicati dalla normativa.

Sulla base di tale orientamento – affermano gli Ermellini – deve quindi escludersi che, ai fini del superamento dei limiti reddituali previsti per la concessione della pensione di inabilità civile a favore degli invalidi totali, debba farsi riferimento al complesso dei redditi percepiti da tutti i componenti del nucleo familiare dell’invalido, poiché, come si è visto, il cumulo è stato contemplato dalla normativa di riferimento soltanto in relazione al reddito (eventuale) del coniuge del soggetto assistito.

Ed invero il riconoscimento, nel vigente sistema di sicurezza sociale, di meccanismi di solidarietà particolari, concorrenti con quello pubblico, quale quello proprio del nucleo familiare, se da un lato giustifica la previsione del cumulo tra i redditi dell’invalido e quelli del suo coniuge, dall’altro non può condurre di per sé all’introduzione, in via interpretativa, di un allargamento della platea dei soggetti il cui reddito andrebbe tenuto presente ai fini del superamento del requisito reddituale, posto che in tale modo si concretizzerebbe una non consentita modificazione del quadro legislativo.

Parimenti – conclude la Suprema Corte – deve considerarsi che, in difetto di una diversa esplicita statuizione normativa, alla previsione di cui alla legge n. 33/1980, art. 14-septies, comma 5, che contempla, ai fini della concessione dell’assegno di invalidità civile, l’esclusione “del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte“, non può essere attribuita, in relazione alla pensione di inabilità, una valenza estensiva dei soggetti i cui redditi debbano essere coacervati ai fini de quibus, nel senso, cioè, di ricomprendere i redditi di tutti i componenti il nucleo familiare dell’invalido e non soltanto quello del suo coniuge (così Cass. n. 697/14 citata).

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 11550/2015

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