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Parcelle dimezzate al legale per cause sulla legge Pinto

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La controversia nella quale si chiede l'applicazione della legge Pinto è di minima complessità e non richiede un impegno particolare da parte del legale, tanto da potere giustificare un drastico abbattimento della parcella
La controversia nella quale si chiede l’applicazione della legge Pinto è di minima complessità e non richiede un impegno particolare da parte del legale, tanto da potere giustificare un drastico abbattimento della parcella

Poco più di 500 euro. È quanto liquidato all’avvocato che ha patrocinato davanti alla Cassazione una causa per il riconoscimento dell’eccessiva durata del processo. Lo stabilisce la stessa Cassazione con la sentenza n. 724 depositata ieri che sancisce non solo l’applicazione dei parametri, ma anche il loro dimezzamento.

La controversia nella quale si chiede l’applicazione della legge Pinto, infatti, nella lettura della Corte, è di minima complessità e non richiede un impegno particolare da parte del legale, tanto da potere giustificare un drastico abbattimento della parcella.
In questione c’era la durata (14 anni) di un giudizio amministrativo indirizzato a ottenere un diverso inquadramento da parte di una dipendente del ministero della Sanità. Una lunghezza sicuramente eccessiva che, tuttavia, la Corte d’appello di Messina aveva liquidato in soli 6 milioni. Pochi, ha riconosciuto la Cassazione. Che ha riconteggiato il risarcimento in oltre 7 milioni più interessi e si è successivamente soffermata sulla parcella da liquidare all’avvocato.
Su questo punto la Cassazione ha precisato innanzitutto che dovranno essere applicati i parametri, visto che si tratta di una liquidazione successiva al 23 agosto 2012, data in cui è entrato in vigore il decreto del ministero della Giustizia n. 140 del 2012 con gli importi del nuovo sistema che ha sostituito le “vecchie” tariffe.
Quanto all’importo, poi, la sentenza osserva che, tenuto conto del valore della controversia, e dello scaglione di riferimento (fino a 25mila euro per i procedimenti davanti alla Corte di cassazione) e considerata la «minima complessità della controversia» sulla base della ponderazione richiesta dall’articolo 4 del decreto ministeriale n. 140 del 2012, la cifra deve essere di 505,75 euro (180 per la fase di studio, 112,50 per quella introduttiva, e 213,25 per quella decisoria).
La Cassazione, sempre con una sentenza depositata ieri, la n. 130, ha poi stabilito che il commercialista che svolge attività di perito in un fallimento ha diritto al compenso secondo i parametri e non con i criteri utilizzati invece per i consulenti tecnici. La sentenza ha così accolto il ricorso presentato dal professionista contro la pronuncia del tribunale di Latina che aveva messo in evidenza soprattutto la ripetitività dell’attività prestata e applicato il tariffario dei consulenti tecnici d’ufficio e non quella dei dottori commercialisti. La Cassazione però ricorda che l’attività svolta dal consulente di parte nell’ambito del processo ha una natura tipicamente difensiva, anche se di carattere tecnico, dal momento che punta a sottoporre al giudice elementi a favore della parte assistita. Si tratta quindi di un contratto d’opera professionale il cui compenso deve essere liquidato sulla base delle tariffe professionali e non su quella dei consulenti la cui attività non è collegata a un contratto professionale.

Corte di Cassazione – Sentenza n. 724 del 14 gennaio 2013 Corte di Cassazione – Sentenza n. 730 del del 14 gennaio 2013
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