Fisco

Paletti al fisco sui controlli tramite le «liste» estere

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I giudici delimitano il campo di utilizzo delle informazioni acquisite da Stati stranieri e sfruttate dal fisco italiano per effettuare controlli e accertamenti

I giudici delimitano il campo di utilizzo delle informazioni acquisite da Stati stranieri e sfruttate dal fisco italiano per effettuare controlli e accertamenti. Il requisito discriminante è la modalità di acquisizione dei dati. La questione è tornata di estrema attualità in seguito alla diffusione delle varie liste di contribuenti italiani che hanno detenuto disponibilità finanziarie all’estero (Vaduz, Svizzera). Tali nominativi, infatti, sono stati fatti propri dalle autorità fiscali estere e sono stati successivamente comunicati alla nostra amministrazione finanziaria.
Si tratta, alcune volte, di notizie ricevute non attraverso i previsti canali di cooperazione internazionale (si veda l’articolo in basso) sulla cui utilizzabilità non vi è alcun dubbio, ma di acquisizioni irrituali, fuori dai citati canali. In queste ipotesi, cioè di acquisizione di dati informali, non dovrebbero esserci particolari dubbi sul fatto che un’ eventuale accertamento sia nullo, proprio perché le informazioni poste a base sono state irritualmente acquisite ovvero il tutto è avvenuto in violazione delle previste disposizioni nazionali e internazionali.

Il problema originario
Un caso particolare è rappresentato dalla lista Falciani (balzata recentemente più volte agli onori delle cronache), le cui informazioni sono state trasmesse alla nostra amministrazione in base alla direttiva comunitaria 77/799 e successive modifiche. Tuttavia diverse commissioni tributarie (da ultimo Ctp Milano, con la sentenza 236/05/12 depositata il 4 ottobre scorso) ma anche varie sezioni penali di Tribunali hanno ritenuto inutilizzabili tali informazioni. Ciò perché all’origine dell’acquisizione, i documenti erano stati sottratti fraudolentemente da parte del tecnico informatico (Falciani). Di conseguenza il successivo invio – anche attraverso i canali ufficiali di cooperazione, come avvenuto nel caso specifico – non può sanare la violazione inizialmente commessa.
Anche la sentenza 38753/2012 della sezione III penale della Cassazione ha chiarito che le notizie comunicate al Pubblico ministero sul possesso di disponibilità estere acquisite dal fisco italiano non possono essere distrutte nel corso del procedimento penale se non vi è prova della loro iniziale acquisizione illecita. Sarà il giudice nel corso del dibattimento a valutarne l’utilizzabilità. Nel caso della lista Falciani la prova dell’acquisizione illecita è ufficiale e rappresentata dalla sentenza dell’8 febbraio 2011 della Corte d’appello di Parigi che ha sancito l’illegittimità delle modalità attraverso cui le autorità francesi sono venute in possesso delle informazioni. I giudici francesi ne hanno così negato l’utilizzabilità. Questa decisione è stata poi confermata dalla Cassazione francese perché l’amministrazione fiscale è entrata in possesso della lista ben prima che fosse trasmessa da parte dell’autorità giudiziaria di Nizza, utilizzando così dati “trafugati” per condurre le indagini. Di conseguenza le prove raccolte sono state ritenute illecite.

I precedenti
La Falciani, però, non è l’unico caso in cui è stata contestata l’utilizzabilità dei dati acquisiti dalle amministrazioni finanziarie estere. Vanno ricordate, per esempio, le contestazioni sulle presunte frodi Iva tra operatori italiani e altri con residenza a San Marino. A tal proposito, si può citare quanto stabilito dalla Ctr Emilia Romagna, sezione 25, con la sentenza 15 dicembre 1999. I giudici hanno annullato l’avviso perché le informazioni acquisite dall’amministrazione finanziaria italiana presso la Repubblica del Titano erano assolutamente informali e quindi non utilizzabili ai fini dell’accertamento. Non esiste infatti uno strumento di cooperazione ai fini fiscali per lo scambio di informazioni tra le due amministrazioni.

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