Diritto

Ottiene denaro con la minaccia di trattenere i documenti d’identità: concussione o induzione?

Concussione per il controllore del treno che, rilevate delle irregolarità, si sia fatto dare del denaro, con la minaccia di trattenere i documenti di identità
Concussione per il controllore del treno che, rilevate delle irregolarità, si sia fatto dare del denaro, con la minaccia di trattenere i documenti di identità

Integra il reato di concussione, anche dopo le modifiche introdotte dalla legge 6 novembre 2012 n. 190, il comportamento del controllore del treno che, dopo avere contestato delle irregolarità ad alcuni passeggeri, si sia fatto dare del denaro, con la minaccia di trattenere i documenti di identità dagli stessi esibiti.

Nel comportamento sopra descritto, la Cassazione ha ritenuto ravvisabile il reato di concussione (articolo 317 c.p.), anche dopo le modifiche introdotte dalla legge 6 novembre 2012 n. 190 [che ha scorporato dall’articolo 317 c.p. la condotta in precedenza punita a titolo di concussione per induzione, costruendo la nuova fattispecie incriminatrice regolata dall’articolo 319-quater c.p., che punisce l’induzione indebita a dare o promettere utilità], evidenziando a supporto che risultava essere stata posta in essere una indebita attività “costrittiva” e che era stato minacciato un “male ingiusto”, rappresentato dal trattenimento indebito dei documenti di identità.

Come è noto, dalla Sezione VI della Cassazione, con ordinanza del 9 maggio 2013, ha rimesso alle Sezioni Unite la questione relativa all’individuazione del criterio di distinzione e di reciproca delimitazione tra la riformata figura della concussione (articolo 317 c.p.) e la nuova fattispecie di induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319-quater c.p.).

L’udienza davanti alle Sezioni unite è fissata il prossimo 24 ottobre 2013.

Ciò a fronte dei tre diversi orientamenti fin qui formatasi nella giurisprudenza di legittimità.

Il primo si esprime nel senso che la distinzione delle due fattispecie dipenderebbe dal differente atteggiarsi della condotta dell’agente, laddove nella costrizione si sarebbe in presenza di una vera e propria minaccia, mentre l’induzione sarebbe integrata da una più blanda o tenue attività di suggestione, di persuasione o di pressione morale, tale da lasciare al destinatario una maggiore libertà di determinazione in ordine alla possibilità di non accedere alla richiesta del pubblico funzionario.

Si tratta di un orientamento che, in altri termini, individua l’elemento di distinzione tra la condotta di costrizione, tipica della concussione, e quella di induzione, punita ex articolo 319-quater del c.p., nella “intensità” della pressione prevaricatrice e, quindi, nel maggiore o minore grado di coartazione morale esercitato sulla vittima.

Poiché l’induzione lascia un margine di scelta al destinatario, questo spiega la previsione della punizione anche del privato che si determini a dare o a promettere denaro o altra utilità, giusta la previsione del comma 2 dell’articolo 319-quater c.p. (cfr. Cassazione, Sezione VI, 4 dicembre 2012, Nardi).

Per il secondo orientamento, invece, vista la incertezza che può derivare da un discrimine basato sul criterio spiccatamente soggettivo del margine di scelta lasciato al destinatario della pretesa, la distinzione dovrebbe dipendere da un dato oggettivo, rappresentato dalla natura giusta o ingiusta del pregiudizio prospettato, sicchè sussisterebbe la concussione allorchè venga prospettato al privato un pregiudizio oggettivamente ingiusto, mentre sarebbe ravvisabile l’induzione nel caso in cui venga prospettato al privato la possibilità di trarre dal compimento o dal non compimento dell’atto di ufficio un vantaggio indebito (cfr. Cassazione, Sezione VI, 5 dicembre 2012, Roscia).

Il terzo orientamento rappresenta una sorta di mediazione tra gli altri due, patrocinando una interpretazione in forza della quale ciò che dovrebbe assumere rilievo sarebbe l’effetto determinato dalla condotta del pubblico ufficiale, così dovendosi ravvisare la concussione nel caso in cui sia venuta meno la libertà di autodeterminazione del privato, dovendosi configurare, invece, l’induzione nel caso in cui sia residuato un significativo margine di autodeterminazione nel privato o perché la pretesa gli è stata rivolta con un’aggressione più tenue e/o in maniera solo suggestiva ovvero perché egli è interessato a soddisfare la pretesa del pubblico ufficiale per conseguire un indebito beneficio (cfr. Cassazione, Sezione VI, 11 febbraio 2013, Melfi).

Qui la Corte, non ha inteso rimettere la questione alle Sezioni unite [l’udienza si è svolta in data anteriore a quella in cui poi la stessa VI Sezione ha inviato gli atti alle Sezioni unite] per l’ineccepibile considerazione che, quale che fosse l’opzione interpretativa da seguire, nella specie ricorrevano comunque i presupposti della concussione: per la coartazione che avevano subito le vittime e per il pregiudizio ingiusto che le medesime accedendo alla pretesa volevano evitare.

Per l’effetto è stato rigettato il ricorso, ritenendo non rilevante il novum normativo di cui alla legge n. 190 del 2012, per l’impossibilità di qualificare il fatto – come preteso dalla difesa – come induzione illecita ex articolo 319-quater c.p. [qualificazione, va detto per incidens, che nello specifico avrebbe importato l’annullamento della sentenza per essere il reato estinto per prescrizione].

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