Diritto

Operazioni soggettivamente inesistenti: onere della prova al Fisco

Operazioni soggettivamente inesistenti: onere della prova al Fisco
In caso di fatture che l’Amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, si deve ritenere che non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva. Incombe, invece, sull’Amministrazione che adduce la falsità del documento e quindi l’inesistenza di un maggiore imponibile l’onere di dimostrare che l’operazione commerciale, oggetto della fattura, in realtà non è mai stata posta in essere

In caso di fatture che l’Amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, si deve ritenere che non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva. Incombe, invece, sull’Amministrazione che adduce la falsità del documento e quindi l’inesistenza di un maggiore imponibile l’onere di dimostrare che l’operazione commerciale, oggetto della fattura, in realtà non è mai stata posta in essere. Tale prova è raggiunta dall’Amministrazione allorché questa fornisca oggettivi elementi per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni fittizie. Lo ha affermato la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce con la sentenza n. 186/02/15 del 16 gennaio 2015.

IL FATTO
Una società impugnava l’avviso di accertamento per IRES, IRAP e IVA, relativo all’anno di imposta 2006, con il quale, a seguito di verifica della Guardia di Finanza, veniva contestata la contabilizzazione di fatture soggettivamente inesistenti nelle scritture della società.

Avverso l’atto impositivo la società proponeva tempestivo ricorso dinanzi alla competente Commissione Tributaria Provinciale eccependo il difetto di motivazione dell’avviso di accertamento, la mancanza dell’onus probandi e, nel merito, la corretta deducibilità dei costi sostenuti e documentati da fatture, relativi ad operazioni effettivamente poste in essere.

L’Agenzia delle Entrate, da parte sua, nel costituirsi in giudizio, insisteva per la fondatezza del recupero e la legittimità dell’avviso di accertamento impugnato.

LA DECISIONE DELLA CTP DI LECCE
Ebbene, la CTP di Lecce, nel richiamare principi di diritto già consolidati, ha accolto le doglianze della parte ricorrente dichiarando l’illegittimità dell’atto impositivo.
Infatti, il collegio giudicante, diversamente da quanto sostenuto dall’Ufficio, ha ritenuto reali ed esistenti le operazioni poste in essere dalla società ricorrente con altre società e ditte e ciò in considerazione dell’ampia documentazione prodotta dalla contribuente in giudizio (fatture, assegni, etc.), del fatto che l’Amministrazione non aveva fornito la prova dell’inesistenza delle operazioni (così come richiesto, secondo il consolidato orientamento della Corte di Cassazione (Cass. n. 9108/2012; Cass. n. 17959/2013), e non aveva dimostrato che la ricorrente fosse a conoscenza della frode posta in essere da terzi (Corte di Giustizia UE, 21 giugno 2012, cause n. C-80/11 e C-142/11; Cassazione n. 8009/2012 e n. 18446/2012).

Nello specifico i giudici, hanno osservato che “in caso di fatture che l’Amministrazione ritenga relative ad operazioni inesistenti, si deve ritenere che non spetta al contribuente provare che l’operazione è effettiva (…). Incombe, invece, sull’Amministrazione che adduce la falsità del documento e quindi l’inesistenza di un maggiore imponibile l’onere di dimostrare che l’operazione commerciale, oggetto della fattura, in realtà non è mai stata posta in essere. Tale prova è raggiunta dall’Amministrazione allorché questa fornisca oggettivi elementi per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni fittizie (cfr. Cass. n. 9108/2012, n. 17959 del 24 luglio 2013)”.

Tanto premesso, il collegio giudicante ha concluso che se di inesistenza si deve parlare, tale è un’inesistenza soggettiva e che, pertanto, ai sensi dell’art. 8 del D.L. n. 16/2012 dà diritto alla detrazione dei costi sostenuti.

Correttamente, perciò, la CTP di Lecce, una volta qualificate le operazioni come soggettivamente inesistenti, ha affermato: “Tanto rilevato, alla contribuente deve essere riconosciuta la relativa detrazione Iva, considerato che, in presenza di fatture soggettivamente inesistenti, l’Amministrazione finanziaria per contestare l’indeducibilità dell’imposta sul valore aggiunto deve dimostrare che il contribuente era a conoscenza della frode posta in essere da terzi”.

CTP Lecce – Sentenza N. 186/02/2015

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