Diritto

Operazioni soggettivamente inesistenti: la prova della buona fede

Operazioni soggettivamente inesistenti: la prova della buona fede
L’Amministrazione finanziaria, ove contesti l’inesistenza di operazioni assunte a presupposto della deducibilità dei relativi costi e di detraibilità della relativa imposta, ha l’onere di provare, anche mediante presunzioni semplici, che dette operazioni, in realtà, non sono state effettuate, mentre, in presenza di siffatta prova, spetta al contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo altrimenti indeducibili

Nell’operazione soggettivamente inesistente spetta al contribuente provare l’ignoranza che altri sia il fornitore effettivo del bene o della prestazione. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 9546 del 12 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da una società avverso la sentenza della CTR della Calabria con la quale ha rigettato l’impugnazione dell’avviso di accertamento, relativamente all’Irpeg, Irap ed Iva per l’annualità 2003.

In particolare il giudice di secondo grado ha osservato che l’atto impositivo doveva ritenersi legittimo, perché emesso in base a confessioni stragiudiziali, oltre che ai vari rilievi ed anomalie riscontrati con esattezza dai funzionari erariali nel corso della verifica, come indicati nel Pvc, mediante i quali era emerso che i costi erano indeducibili, trattandosi di operazioni antieconomiche, compiute con fornitori del tutto privi di strutture ricettive. Inoltre si trattava di vendite addirittura sottocosto, con mancanza di documenti di trasporto, e anomalie varie.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, in particolare sostenendo che il giudice di appello avrebbe errato, non enunciando le ragioni, per le quali riteneva legittima la ripresa a tassazione dei costi, anche quelli attinenti agli pneumatici, agli acquisti dei servizi, pure attinenti all’immatricolazione dei veicoli, nonché gli altri inerenti alle varie autovetture, effettuati comunque in buona fede, senza cioè che la società fosse a conoscenza delle frodi carosello in cui era coinvolta.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dalla società. Sul punto, osservano gli Ermellini che in ipotesi di fatturazione per operazione soggettivamente inesistente, risolventesi nella diretta acquisizione della prestazione da soggetto diverso da quello che ha emesso fattura e percepito l’Iva in rivalsa, la prova che la medesima non è stata effettivamente resa dal fatturante, perché sfornito di dotazione personale e strumentale adeguata alla sua esecuzione, costituisce, di per sé, idoneo elemento sintomatico dell’assenza di “buona fede” del contribuente, poiché l’immediatezza dei rapporti (cedente o prestatore – fatturante – cessionario o committente) induce ragionevolmente ad escluderne l’ignoranza incolpevole circa l’avvenuto versamento dell’Iva a soggetto non legittimato alla rivalsa, né assoggettato all’obbligo del pagamento dell’imposta. Ne consegue che, in tal caso, sarà il contribuente a dover provare di non essere a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene o della prestazione era, non il fatturante, ma altri, dovendosi altrimenti negare il diritto alla detrazione dell’Iva versata, come nella specie.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 9546/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *