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Operazioni IVA soggettivamente inesistenti: la ripartizione dell’onere probatorio tra Fisco e contribuenti

Operazioni IVA soggettivamente inesistenti: la ripartizione dell’onere probatorio tra Fisco e contribuenti
La ripartizione dell’onere probatorio tra Fisco e contribuente nelle procedure di accertamento relative alla contestazione di operazioni IVA soggettivamente inesistenti è al centro di un documento condiviso tra Fondazione Nazionale dei Commercialisti e Guardia di Finanza

La Fondazione Nazionale dei Commercialisti, in collaborazione con la Scuola di polizia tributaria della Guardia di Finanza, ha reso disponibile un documento di analisi sulle modalità di ripartizione dell’onere della prova tra Fisco e contribuenti, nell’ambito delle procedure di accertamento aventi ad oggetto la contestazione di operazioni IVA soggettivamente inesistenti. Il documento è frutto di un progetto condiviso tra i due organismi.

L’utilizzo di fatture (o documenti di analoga rilevanza probatoria) relative a operazioni non effettuate tra i soggetti indicati è una condotta esaminata da giurisprudenza e dottrina sotto profili molteplici. A fronte della apparente semplicità nozionistica che caratterizza il fenomeno, tuttavia, corrispondono molteplici problematiche.

In linea generale, i principi dell’onere probatorio applicabili anche alle obbligazioni tributarie sono indicati nell’art. 2697 del codice civile ai sensi del quale “chi vuole far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”. Pur collocandoci nel quadro di specialità che caratterizza il settore tributario, l’Amministrazione finanziaria non può “fuggire” dal suo ruolo di “attore sostanziale” in quanto portatrice di una pretesa formalizzata in un provvedimento amministrativo.

È evidente che, in via residuale o anche solo “preventiva”, spetterà al contribuente provare i fatti impeditivi, modificativi o estintivi la pretesa erariale.

Il principio secondo cui il diritto alla detrazione dell’IVA, afferente fatture soggettivamente inesistenti, non spetta solo quando il cessionario sia consapevole della natura soggettivamente inesistente dell’operazione intercorsa ovvero, usando la propria diligenza, avrebbe potuto ragionevolmente avvedersene (CGUE, 6 settembre 2012, C-324/11) può, oggi, senz’altro considerarsi consolidato. Lungo questa logica il disconoscimento della detrazione d’imposta, ritenuta una deroga al principio generale della neutralità dell’IVA, attribuisce all’ente impositore la competenza di provare, anche per la via di presunzioni gravi, precise e concordanti, che il contribuente, utilizzatore delle fatture soggettivamente inesistenti, sia stato consapevole, o avrebbe potuto esserlo in base all’ordinaria diligenza dell’operatore economico.

La giurisprudenza comunitaria, in sintesi, privilegia un sistema garantista del riconoscimento il diritto alla detrazione rispetto alla possibilità di prevedere meccanismi di contrasto oggettivo delle frodi.

Sul versante interno, la giurisprudenza di Cassazione è addivenuta solamente in tempi recenti a conclusioni analoghe, dopo aver sostenuto in un primo momento che l’onere di diligenza in mancanza di un atteggiamento attivo di rottura della catena fraudolenta, dovesse assimilarsi ad un “concorso passivonella frode.

In particolare, i giudici di legittimità continuano a sottolineare il differente atteggiarsi dell’onere probatorio a seconda che si tratti di un’operazione soggettivamente fittizia di tipo triangolare, non particolarmente sofisticata, o di una serie complessa di transazioni fittizie coordinate in una frode carosello.

Per le prime l’onere probatorio può esaurirsi, vista l’immediatezza dei rapporti, nella prova che il soggetto interposto è, tra l’altro, privo di dotazione personale; per i casi più complessi occorrerà dimostrare non solo gli elementi di fatto caratterizzanti la frode, ma anche la consapevolezza da parte del cessionario, e quindi, la sua connivenza nella frode, anche attraverso presunzioni semplici purché munite dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

Fondazione Nazionale Commercialisti – Documento 15 Giugno 2015

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