Diritto

Omesso versamento ritenute: decisivo il comportamento del datore

Omesso versamento ritenute: decisivo il comportamento del datore
Prima di contestare l’omesso versamento il giudice è tenuto a tenere in debita considerazione alcuni elementi pro imputato quali l’aver impegnato il patrimonio personale costituendo garanzie reali o aver chiesto la rateizzazione dell’importo dovuto

Nella crisi di impresa, l’impegno del patrimonio personale dell’imprenditore con la costituzione di garanzie, l’azzeramento del compenso di amministratore e la richiesta di rateazione delle ritenute non versate ancor prima dell’accertamento fiscale e del procedimento penale devono essere attentamente valutate dal giudice di merito ai fini della sussistenza o meno del dolo nel reato di omesso versamento di ritenute. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 31930 del 22 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Genova confermava la pronuncia emessa dal Tribunale, con la quale il legale rappresentate di una s.r.l. veniva ritenuto responsabile del delitto di cui all’art. 10-bis del D.Lgs. n. 74/2000 (Omesso versamento di ritenute certificate), e condannato alla pena di 4 mesi di reclusione; allo stesso veniva inoltre contestato di non aver versato le ritenute risultanti dalle certificazioni rilasciate ai dipendenti.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il legale rappresentante, censurando la decisione della Corte territoriale per avere confermato la condanna pur a fronte di plurimi e documentati elementi che dimostrerebbero l’assenza del dolo del reato o, più precisamente, la forza maggiore che avrebbe determinato l’omissione; in particolare, dagli atti risulterebbe che l’imputato aveva patito una gravissima ed improvvisa crisi di liquidità, a fronte della quale aveva privilegiato il pagamento delle retribuzioni e dei debiti verso le banche, ed aveva solo rinviato il versamento di quanto dovuto all’Erario. Questo, peraltro, sarebbe comunque avvenuto tempestivamente nella misura di 2/3, mentre la parte restante sarebbe stata oggetto di richiesta – accolta – di rateizzazione, già prima della comunicazione dell’irregolarità fiscale. Ancora, l’imputato, per fronteggiare la crisi di liquidità, avrebbe impegnato il patrimonio personale, oltre che rinunciato agli emolumenti quale amministratore. Circostanze, queste indicate, che la Corte avrebbe del tutto disatteso, rendendo una motivazione carente ed illogica.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal legale rappresentante. Al riguardo, la Suprema Corte premette che, per l’integrazione della fattispecie quanto alla sussistenza dell’elemento soggettivo, risulta sufficiente il dolo generico, ossia la coscienza e volontà di non versare all’Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato. Il debito verso il Fisco è, ovviamente, collegato all’erogazione degli emolumenti ai collaboratori: ogni qualvolta il sostituto d’imposta effettua tali erogazioni, sorge a suo carico l’obbligo di accantonare le somme dovute all’Erario, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione tributaria.

Ciò premesso, costituisce costante indirizzo di legittimità quello per cui, nel reato in esame, l’imputato può invocare la assoluta impossibilità di adempiere il debito di imposta, quale causa di esclusione della responsabilità penale, a condizione che provveda ad assolvere gli oneri di allegazione concernenti sia il profilo della non imputabilità a lui medesimo della crisi economica che ha investito l’azienda, sia l’aspetto della impossibilità di fronteggiare la crisi di liquidità tramite il ricorso a misure idonee da valutarsi in concreto; occorre, cioè, la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di una improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili.

Nel caso di specie, avrebbe errato la Corte territoriale nel non avere esaminato plurimi elementi oggetto del gravame, rilevanti alla luce dell’indirizzo interpretativo appena richiamato.
In particolare, la sentenza – dopo aver affermato che l’imputato non aveva “documentato nulla di specifico in ordine alla situazione finanziaria della società” -, ha sostenuto che il mancato versamento delle ritenute era stato dovuto a “libera strategia imprenditoriale“, avendo egli “preferito pagare i debiti con gli Istituti bancari piuttosto che versare le ritenute alla fonte”; la pronuncia ha quindi richiamato l’investimento per 5,5 milioni di euro, sottolineando che “la scelta imprenditoriale di accedere al credito in misura consistente per espandere l’operatività dell’azienda è la fonte della perdita di esercizio del 2007”. La stessa pronuncia, però, avrebbe del tutto omesso l’esame di altre circostanze sottoposte all’attenzione della Corte, e documentate nel ricorso, quali: 1) avere impegnato il patrimonio personale costituendo garanzie reali, 2) avere chiesto la rateizzazione dell’importo dovuto prima di qualsivoglia accertamento fiscale e prima dell’insorgere del procedimento penale; 3) avere dimezzato e poi annullato il compenso di amministratore.

Elementi – conclude la Suprema Corte -, che la Corte di Appello avrebbe dovuto verificare, siccome proposti e documentati, al fine di accertare la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, alla luce della giurisprudenza sopra richiamata.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 31930/2015

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