Diritto

Omesso versamento IVA: niente forza maggiore se causato dal mancato pagamento alle scadenze mensili

Omesso versamento IVA: niente forza maggiore se causato dal mancato pagamento alle scadenze mensili
Non si può invocare la forza maggiore quando l’inadempimento tributario, sanzionato sul piano penale, sia stato provocato anche dal mancato pagamento alle scadenze mensili e dunque da una situazione di illegittimità. L’inadempimento penalmente rilevante può essere attribuito a forza maggiore solo quando deriva da fatti non imputabili all’imprenditore che non ha potuto porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà. Infine, la mancanza di provvista per l’adempimento tributario non può essere fatta valere a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta imprenditoriale indirizzata a fronteggiare una crisi di liquidità

In tema di crisi di liquidità dovuta a forza maggiore, tale da non consentire il corretto adempimento dell’obbligazione tributaria, è necessario che siano assolti precisi oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto della non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l’azienda, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto. Occorre cioè la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, arche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8352 del 25 febbraio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Lecce ha confermato la condanna alla pena di quattro mesi di reclusione inflitta dal Tribunale ad una contribuente, riconosciuta responsabile del delitto di cui all’art. 10-ter del D.Lgs. n. 74/2000 (omesso versamento di IVA) perché, quale legale rappresentante di una S.r.l., aveva omesso di versare l’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale presentata per l’anno di imposta 2005.

Il giudice di prime cure aveva affermato che la dedotta crisi di liquidità dell’impresa non aveva sicuri agganci probatori e che in ogni caso essa non integrava la forza maggiore che, secondo la tesi difensiva, avrebbe incolpevolmente impedito il versamento dell’IVA.
La decisione del Tribunale si fondava su una precisa ricostruzione fattuale che traeva a sua volta alimento dall’esame delle lettere raccomandate con cui l’imputata aveva sollecitato il pagamento di fatture per prestazioni rese nell’anno 2005 rimaste insolute,

Il giudice di prime cure ne aveva tratto le seguenti conclusioni:
a) l’importo totale delle fatture asseritamente non pagate era nettamente inferiore rispetto all’ammontare dell’IVA non versata;
b) l’invio delle raccomandate non provava la mancata riscossione dei crediti né che la società avesse agito per il recupero delle somme dovute, come invece risultava avesse fatto per il mancato pagamento delle fatture emesse nel 2007.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla contribuente. Sul punto, gli Ermellini ricordano come sia necessario che siano assolti precisi oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto della non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l’azienda, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto.
Occorre cioè la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, arche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili.

Il dolo del reato in questione (omesso versamento di IVA) è integrato dalla condotta omissiva posta in essere nella consapevolezza della sua illiceità, non richiedendo la norma, quale ulteriore requisito, un atteggiamento antidoveroso di volontario contrasto con il precetto violato.
L’oggettiva impossibilità di adempiere può avere rilevanza solo se dovuta a causa di forza maggiore che, come noto, esclude la suitas della condotta.

Secondo la costante giurisprudenza della Suprema Corte, la forza maggiore rileva come causa esclusiva dell’evento, mai quale causa concorrente di esso; essa sussiste solo e in tutti quei casi in cui la realizzazione dell’evento stesso o la consumazione della condotta antigiuridica è dovuta all’assoluta ed incolpevole impossibilità dell’agente di uniformarsi al comando, mai quando egli si trovi già in condizioni dì illegittimità.

Poiché la forza maggiore postula la individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, sì da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi in alcun modo ad un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’agente, la Suprema Corte ha sempre escluso che le difficoltà economiche in cui versa il soggetto agente possano integrare la forza maggiore penalmente rilevante.
Costituisce corollario di queste affermazioni il fatto che nel reati omissivi integra la causa dì forza maggiore l’assoluta impossibilità, non la semplice difficoltà di porre in essere il comportamento omesso.

Ne consegue che:
a) il margine di scelta esclude sempre la forza maggiore perché non esclude la volontà della condotta;
b) la mancanza di provvista necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria penalmente rilevante non può pertanto essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta politica imprenditoriale volta a fronteggiare una crisi di liquidità;
c) non si può invocare la forza maggiore quando l’inadempimento penalmente sanzionato sia stato con-causato dal mancato pagamento alle singole scadenze mensili e dunque da una situazione di illegittimità;
d) l’inadempimento tributario penalmente rilevante può essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore che non ha potuto tempestivamente porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico.

Nel caso di specie, la ricorrente aveva optato per il mancato versamento periodico dell’IVA in base ad una propria scelta imprenditoriale, ammettendo, così, la suitas della condotta e di versare in una delle condizioni che la giurisprudenza della Suprema Corte ha sempre ritenuto inidonea ad integrare la causa di forza maggiore.
La politica della sistematica perpetrazione dell’illecito amministrativo-tributarlo, quale strumento di gestione della crisi di liquidità, non può giustificare – continuano gli Ermellini – la forza maggiore che s’invoca al momento della scadenza del termine c.d. lungo, come se tale forza maggiore non affondasse le sue radici in una situazione di persistente illegittimità voluta dal contribuente.

Da quì, il rigetto del ricorso e la conseguente condanna al pagamento delle spese di giudizio.

In tema di crisi di liquidità dovuta a forza maggiore, tale da non consentire il corretto adempimento dell’obbligazione tributaria, è necessario che siano assolti precisi oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto della non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l’azienda, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto. Occorre cioè la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, arche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 8352/2015

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