Diritto

Omesso versamento IVA: legittimo il sequestro per equivalente sui conti correnti degli indagati

Omesso versamento IVA: legittimo il sequestro per equivalente sui conti correnti degli indagati
Scatta il sequestro diretto sui conti dell’imprenditore, senza preventiva escussione dei beni aziendali, se preleva dai conti della società denaro che serviva a pagare le imposte

In tema di reati tributari commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente non può essere disposto sui beni dell’ente, ad eccezione del caso in cui questo sia privo di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso il quale il reo agisca come effettivo titolare dei beni. Allorquando la illecita locupletazione si sostanzi in un mancato esborso, il sequestro dovrà necessariamente avvenire nella forma per equivalente e ciò, non solo perché il denaro è bene assolutamente fungibile, ma principalmente perché, in tal caso, esso non ha mai avuto una sua materialità fisica, ma è consistito in una immateriale entità contabile che, proprio perché non ha dato luogo a un esborso, non si è mai reificata in moneta contante. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11164 del 16 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale di Ferrara aveva rigettato le richieste di riesame proposte da alcuni indagati avverso il decreto di sequestro preventivo per equivalente emesso dal giudice per le indagini preliminari, in relazione ai reati loro contestati ai sensi degli artt. 5 e 10-ter del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (Dichiarazione omessa e Omesso versamento di IVA), avente ad oggetto beni mobili e immobili.

In particolare, ad avviso del Tribunale, i conti correnti delle società cooperative, alle quali era riferibile l’omesso versamento dell’IVA, dunque il profitto del reato inteso come risparmio di spesa, risultavano gestiti dagli imputati, i quali avevano prelevato rilevanti somme di denaro dai conti correnti di talune di esse.

La Corte di Cassazione aveva accolto il ricorso proposto dagli indagati sulla base della seguente motivazione: “Dalla semplice lettura del provvedimento impugnato, emerge che il Tribunale non ha, neanche per sommi capi, descritto la fattispecie al suo esame e si è per lo più limitato a richiamare massime giurisprudenziali relative alla possibilità di procedere al sequestro di somme di denaro depositate su conti correnti cointestati a soggetti non indagati, in quanto comunque nella disponibilità dell’indagato. Nè la motivazione circa il fumus commissi delicti può consistere nel semplice letterale richiamo – operato dal Tribunale (…) – agli elementi oggettivi e soggettivi risultanti nell’informativa della Guardia di Finanza e consistenti in svariate deposizioni testimoniali di operatori delle singole cooperative in ordine alla eterodirezione delle stesse rispetto alle operazioni oggetto della contestazione a giudizio e nella verifica delle operazioni dispositive a carico delle singole società, che ne denotano la disponibilità in capo ai medesimi gestori. Il Tribunale non chiarisce, infatti, quali siano gli elementi oggettivi e soggettivi in questione; non richiama, neanche in sintesi, il contenuto delle deposizioni testimoniali; non spiega come da tali deposizioni emerga la sostanziale disponibilità delle singole – non meglio indicate – società in capo ai medesimi gestori; non evidenzia come da tale ipotizzata disponibilità derivino indizi dei reati contestati”.

Nel ricorso per cassazione, per quello che interessa in questa sede, gli indagati hanno censurato la decisione del Tribunale del riesame per avere violato la norma che prevede che il sequestro deve primariamente vertere sui beni che costituiscono il profitto del reato, nel caso di specie consistenti nelle somme che le cooperative, in quanto persone giuridiche dotate di un loro patrimonio, avrebbero dovuto versare all’erario.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dagli imputati. Sul punto, la Suprema Corte richiama una precedente pronuncia a Sezioni Unite (Sez. U, n. 10561 del 30 gennaio 2014), in cui si è affermato il principio per cui “In tema di reati tributari commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente prevista dagli artt. 1, comma 143, legge n. 244 del 2007 e 322-ter cod. pen. non può essere disposto sui beni dell’ente, ad eccezione del caso in cui questo sia privo di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso il quale il reo agisca come effettivo titolare dei beni”.

In ogni caso, il denaro del quale è stato disposto il sequestro non era entrato nel patrimonio delle società cooperative in questione, andandosi a sommare con gli altri beni di esso facenti parte, ma, secondo l’ipotesi accusatoria, semplicemente non ne era uscito, perché, come ipotizzato dagli inquirenti, esso sarebbe stato illecitamente risparmiato, essendo il frutto della mancata corresponsione di imposte dovute. Ed in tal caso la Suprema Corte chiarisce che, allorquando la illecita locupletazione si sostanzi in un mancato esborso, il sequestro dovrà necessariamente avvenire nella forma per equivalente e ciò, non solo perché il denaro è bene assolutamente fungibile (di talché non avrebbe senso, come è ovvio, l’apposizione di un vincolo su taluni individuati beni nummari), ma principalmente perché, in tal caso, esso non ha mai avuto una sua materialità fisica, ma è consistito in una immateriale entità contabile che, proprio perché non ha dato luogo a un esborso, non si è mai reificata in moneta contante (Sez. 3, n. 49631 del 30 maggio 2014).

Ne consegue il rigetto del ricorso.

In tema di reati tributari commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica, il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente non può essere disposto sui beni dell’ente, ad eccezione del caso in cui questo sia privo di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso il quale il reo agisca come effettivo titolare dei beni.
Allorquando la illecita locupletazione si sostanzi in un mancato esborso, il sequestro dovrà necessariamente avvenire nella forma per equivalente e ciò, non solo perché il denaro è bene assolutamente fungibile, ma principalmente perché, in tal caso, esso non ha mai avuto una sua materialità fisica, ma è consistito in una immateriale entità contabile che, proprio perché non ha dato luogo a un esborso, non si è mai reificata in moneta contante.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 11164/2015

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