Diritto

Omesso versamento di ritenute sotto soglia ancora reato senza decreti attuativi

Omesso versamento di ritenute sotto soglia ancora reato senza decreti attuativi
La Cassazione ribadisce il proprio orientamento ritenendo ancora applicabile la disciplina del 1983 nonostante la delega al Governo sulla depenalizzazione

L’omesso versamento delle ritenute previdenziali viene in rilievo con una grande frequenza, a maggior ragione in questo momento storico di crisi economica e di scarsa liquidità delle imprese, tanto è vero che la Corte di Cassazione è spesso chiamata a pronunciarsi su tale illecito. Il 23 luglio 2015 la Suprema Corte ha depositato due sentenze sul punto, la n. 32355/2015 e n. 32337/2015.

Elemento comune delle due pronunce è rappresentato dalla questione sulla depenalizzazione della condotta ai sensi dell’art. 2, comma 1-bis, del D.L. n. 463/1983, alla luce dell’apprezzamento sistematico e congiunto della recente giurisprudenza della Corte Costituzionale. In particolare viene citata la sentenza n. 139/2014 della Consulta che ha richiamato, in relazione alla norma citata, il principio generale di necessaria offensività della condotta. Inoltre, viene presa in considerazione la legge (art. 2 della legge n. 67/2014) che ha delegato il Governo a depenalizzare in illecito amministrativo il reato in questione se l’omesso versamento non eccede il limite complessivo di 10.000 euro annui.

Pur non essendo ancora stati emanati i decreti attuativi, si discute infatti se tale delega abbia valore meramente formale, ovvero sia una fonte direttamente produttiva di norme giuridiche e dunque debba essere considerata già operativa.

La Cassazione ribadisce, tuttavia, la linea interpretativa che ritiene ancora applicabile la disciplina del 1983. La tesi suggestiva in favore di una attuale depenalizzazione è già stata seguita da diverse pronunce di merito (Trib. Avezzano del 16 ottobre 2014, Trib. Asti del 30 giugno 2014 e Trib. Bari del 16 giugno 2014, nonchè dal Trib. Lucca del 16 ottobre 2014 che ha dato origine ad una delle sentenze in commento).

La Suprema Corte, tuttavia, aveva avuto precedentemente occasione di censurare tale ricostruzione – con la sentenza n. 20547/2015 – in relazione ad un ricorso analogo a quelli trattati nelle pronunce depositate il 23 luglio 2015. Anche in relazione ad altro reato (si trattava della contravvenzione prevista dall’art. 10-bis del D.Lgs. n. 286/1998 in materia di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato), la Cassazione aveva affermato che le condotte comprese nella legge delega non possono ritenersi abrogate per effetto diretto di questa.

Le due pronunce in commento ripercorrono entrambe le medesime motivazioni. Da un lato, la Corte Costituzionale nella sentenza citata ha ritenuto legittimo l’art. 2, comma 1-bis, del D.L. n. 463/1983 anche se non prevede alcuna soglia di punibilità. D’altra parte, la volontà del legislatore delegante non è da intendersi come immediata depenalizzazione del reato, bensì come conferimento al Governo di un potere legislativo di cui regola la durata e le modalità di esercizio , nonché, in certa misura, lo stesso contenuto.

L’art. 2 della legge n. 67/2014 (in vigore dal 17 maggio 2015) delega il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi per la riforma della disciplina dei reati e per la contestuale introduzione di sanzioni amministrative o civili in ordine alle fattispecie e secondo i principi e i criteri specificati nella medesima legge. In particolare, riguardo alle omesse ritenute si ritiene la necessità di attribuire rilevanza meramente amministrativa alla condotta che abbia ad oggetto versamenti inferiori al limite complessivo di 10.000 euro annui, preservando altresì il principio per cui il datore di lavoro andrà esente da qualunque sanzione (anche amministrativa), nel caso in cui provveda al versamento entro il termine di 3 mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.

L’esclusione della possibilità di dichiarare l’assoluzione degli imputati per il reato di omesso versamento di ritenute previdenziali “sottosoglia” deriva dall’irragionevolezza delle potenziali conseguenze che comporterebbe un’eventuale soluzione in senso assolutorio (secondo la formula per cui il fatto non è previsto dalla legge come reato). Con la mancanza attuale dei decreti attuativi (che dovrebbero prevedere i corrispondenti illeciti amministrativi) si arriverebbe, infatti, ad una totale impunità di tali condotte.

Momento consumativo è il 16 del mese successivo a quello della ritenuta.

Riguardo all’illecito di cui all’art. 2, comma 1-bis, del D.L. n. 463/1983 la sentenza in commento opera alcune altre interessani precisazioni. Il reato in oggetto – omissivo e di natura istantanea – si consuma il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è stata operata la ritenuta (tra le altre, Cass. n. 10974/2012 e n. 615/2011). Chiaramente superato viene, viceversa, ritenuto l’orientamento precedente (Cass. n. 10469/2005), che identificava il momento consumativo nella scadenza del termine dei tre mesi dalla conoscenza del debito contributivo; versamento che, se effettuato, integrerebbe invece solo una causa di non punibilità, senza incidere sul perfezionamento del reato stesso.

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