Diritto

Omesso versamento di ritenute previdenziali: legittimo il cumulo delle sanzioni

Omesso versamento di ritenute previdenziali: legittimo il cumulo delle sanzioni
Non viola il divieto del ne bis in idem l’applicazione della doppia sanzione, civile e penale, ad un’imprenditrice condannata per omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali

In caso di omissione delle ritenute previdenziali per i lavoratori la sanzione penale e quella amministrativa possono coesistere senza che si verifichi una violazione del divieto del ne bis in idem. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 31378 del 20 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il Tribunale di Brescia riteneva un’imprenditrice colpevole del reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali per i lavoratori dipendenti (art. 2 della legge n. 638/83) relative al periodo compreso tra marzo e dicembre 2007. La Corte d’Appello, in parziale riforma della decisione impugnata, escludeva la contestata recidiva e, per l’effetto, riduceva la pena originariamente inflittale a mesi sei di reclusione ed € 300,00 di multa, confermando nel resto.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputata, sollevando eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 649 c.p.p. per violazione del principio del ne bis in idem.
In particolare, la difesa sosteneva che l’imputata, per il medesimo fatto, aveva già subito la sanzione amministrativa prevista dall’art. 116 della legge n. 388/2000 e, dunque, non poteva subire anche la sanzione penale.
A tal proposito veniva richiamata la sentenza del marzo 2014 emessa dalla CEDU nella causa “Grande Stevens”, con cui la Corte aveva sancito che, una volta applicate nei confronti di un soggetto sanzioni amministrative (nella specie irrogate dalla Consob), al medesimo non possono essere irrogate anche sanzioni penali, altrimenti si violerebbe il principio che vieta il doppio giudizio e la doppia pena per lo stesso reato.
Con la precisazione che possono essere considerate “penali” anche le sanzioni ritenute amministrative dall’ordinamento italiano se particolarmente afflittive.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imprenditrice. L’art. 116, comma 8, lett. a), della legge n. 388 del 2000 onde recita testualmente: “I soggetti che non provvedono entro il termine stabilito al pagamento dei contributi o premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali, ovvero vi provvedono in misura inferiore a quella dovuta, sono tenuti:
a) nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge”.

La collocazione della norma in un complesso legislativo avente quale finalità, secondo l’intitolazione dell’art. 116, quella della adozione di misure atte a favorire l’emersione dei lavoro irregolare, esclude la natura penale della sanzione tanto più che il successivo comma 12 dello stesso articolo stabilisce il primato delle sanzioni penali previste per gli omessi versamenti di contributi o premi, rispetto alle sanzioni amministrative già previste che vengono invece abolite (“Ferme restando le sanzioni penali, sono abolite tutte le sanzioni amministrative relative a violazioni in materia di previdenza e assistenza obbligatorie consistenti nell’omissione totale o parziale del versamento di contributi o premi o dalle quali comunque derivi l’omissione totale o parziale del versamento di contributi o premi, ai sensi dell’articolo 35, commi secondo e terzo, della legge 24 novembre 1981, n. 689, nonché a violazioni di norme sul collocamento di carattere formale”). La tipologia della sanzione disciplinata dal ricordato comma 8 dell’art. 116 rientra quindi nel novero di quelle civili.

Ad avviso della Suprema Corte, mentre la sanzione prevista dall’art. 2, comma 1-bis. della legge n. 683/38 mira a tutelare il diritto del lavoratore in danno del quale il datore di lavoro si è appropriato delle somme a lui riservate (tanto che comunemente il delitto previsto dalla legge sopra ricordata viene accostato alla figura dell’appropriazione indebita), la sanzione contemplata nell’art. 116 citato ha effetti ristoratori verso l’INPS e dunque assume caratteri sostanzialmente, e non solo formalmente, civilistici.

Ciò esclude in radice la possibilità di considerare l’identità del fatto, come erroneamente prospettato dall’imputata, in quanto per identità del fatto non basta certo la medesimezza dell’avvenimento storico, ma occorre che siano identici tutti i tratti caratteristici.

Inoltre – precisano i giudici -, non può certo attribuirsi carattere di particolare affettività alla sanzione civile tale da farla assimilare ad una sanzione penale tenuto conto anche del limiti massimi insuperabili ai quali parametrare la sanzione irrogabile.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

L’art. 2 del D.L. n. 463/1983 punisce, con la reclusione fino a 3 anni e con la multa fino a 1.032,91 euro, il datore di lavoro che omette di versare le ritenute previdenziali ed assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti.
Tali ritenute, infatti, vanno versate e non possono essere portate a conguaglio con le somme anticipate, nelle forme e nei termini di legge, dal datore di lavoro ai lavoratori per conto delle gestioni previdenziali ed assistenziali, e regolarmente denunciate alle gestioni stesse (tranne che a seguito di conguaglio tra gli importi contributivi a carico del datore di lavoro e le somme anticipate risulti un saldo attivo a favore del datore di lavoro).
Il datore di lavoro non è punibile se provvede al versamento entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.
Il reato consegue ad una sanzione amministrativa e ad una cartella di pagamento inviati al datore di lavoro da parte dell’Ente previdenziale. Infatti, l’art. 116, comma 8, lett. a), della legge n. 388 del 2000 prevede che i soggetti che non provvedono entro il termine stabilito al pagamento dei contributi o premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali, ovvero vi provvedono in misura inferiore a quella dovuta, sono tenuti, al pagamento di una sanzione civile.
Pertanto, in caso di mancato versamento delle ritenute previdenziali, oltre alla sanzione amministrativa comminata dall’Ente previdenziale, il datore di lavoro si troverà ad affrontare anche un procedimento penale. Constatato l’omesso pagamento dei contributi dovuti, a fronte del mancato riscontro al sollecito, l’Ente previdenziale, infatti, ha provveduto a comunicare la notizia di reato alla Procura della Repubblica attraverso vera e propria denuncia.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 31378/2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *