Diritto

Omesso versamento dell’Iva? il rischio ”fallimento” non esclude la condanna

Omesso versamento dell'Iva? il rischio ''fallimento'' non esclude la condanna
Il rischio fallimento non esclude l’integrazione del reato di omesso versamento dell’Iva, non potendo assumere rilievo scriminante il grave stato di decozione finanziaria nella quale può trovarsi a versare l’impresa dell’imprenditore rinviato a giudizio

Il rischio fallimento non esclude l’integrazione del reato di omesso versamento dell’Iva, non potendo assumere rilievo scriminante il grave stato di decozione finanziaria nella quale può trovarsi a versare l’impresa dell’imprenditore rinviato a giudizio.

Lo ha stabilito la terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19751 depositata l’11 luglio 2013.

Nel caso di specie un imprenditore è stato rinviato a giudizio per il reato di cui all’art. 10-ter del D.lgs. n. 74/2000, con l’accusa di aver omesso di versare l’Iva dovuta in base alla dichiarazione annuale per un ammontare di oltre 60 mila euro.

Nel corso del giudizio di primo grado, l’imputato ha cercato di difendersi assumendo, quale causa giustificativa dell’omesso versamento dell’imposta, il grave stato di decozione finanziaria nel quale versava la sua azienda. In particolare, l’imprenditore ebbe ad effettuare ingenti pagamenti in favore di alcuni suoi fornitori e creditori al fine di placare una serie di istanze di fallimento ripetutamente minacciate.

La difesa ha, quindi, sottolineato l’assenza dell’elemento soggettivo del reato contestato in quanto escluso dalla situazione di oggettiva impossibilità a versare l’imposta, l’imputato essendo risultato inadempiente nei suoi rapporti con l’Erario senza il suo volere.

Il Tribunale, tuttavia, ha disatteso gli argomenti dell’imprenditore, ritenendo accertata la rilevanza penale della sua omissione, per l’effetto condannandolo alla pena della reclusione, oltre alle pene accessorie.

La sentenza del giudice di primo grado è stata, peraltro, confermata dalla Corte d’Appello, adita in sede di gravame nella speranza di ottenere una riforma della condanna pronunciata di primo grado.

La Corte territoriale ha invero avallato l’apprezzamento del Tribunale, nella parte in cui non potevano dirsi sussistenti cause di giustificazioni atte ad escludere l’antigiuridicità delle scelte dell’imputato, né l’elemento psicologico poteva assumersi inconsistente in virtù dello stato di insolvenza paventato dalla difesa.

La Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi in ultima istanza, con ricorso presentato personalmente dall’imputato. Quest’ultimo ha ribadito agli ermellini tutta la sua buona fede e i motivi che lo hanno costretto a non versare l’Iva.

Anche in questa sede, tuttavia, l’imprenditore si è imbattuto nell’ennesimo “no” dei giudici.

La Corte capitolina ha rigettato il ricorso per palese inammissibilità dei motivi: l’imputato, nel censurare l’apprezzamento della Corte territoriale sotto il profilo della mancata assunzione e valutazione di una prova decisiva ai fini della controversia (ossia lo stato di decozione finanziaria più volte richiamato), si è infatti limitato a veicolare nel giudizio di legittimità le censure già avanzate innanzi ai giudici di secondo grado, ed estranei alla giurisdizione di legittimità ai sensi dell’art. 591, co. 1, lett. c), c.p.p..

Richiamando un consolidato orientamento giurisprudenziale, la Corte ha osservato come debba ritenersi inammissibile per genericità il ricorso per cassazione “i cui motivi si limitino a enunciare ragioni ed argomenti già illustrati in atti o memorie presentate al giudice a quo, in modo disancorato dalla motivazione del provvedimento impugnato” ovvero quando il ricorso si risolva in una pedissequa reiterazione dei motivi già dedotti in appello, e puntualmente disattesi dal giudice di merito: in detti casi – hanno spiegato i giudici di legittimità – i motivi proposti si rivelano meramente “apparenti”, poichè non contengono critica alcuna nei confronti della sentenza oggetto di ricorso.

Ma, in disparte gli argomenti di tipo processuale, i giudici del Palazzaccio hanno statuito finanche sulla tesi svolta dalla Corte d’Appello, laddove questa ha negato il rilievo “scusante” della situazione economica nella quale verteva l’imputato in occasione della consumazione dell’omissione criminosa, confermandone la piena correttezza.

La sentenza in esame, dunque, si oppone a quel filone interpretativo, vieppiù delineatosi nell’ambito della giurisprudenza dei Tribunali di merito, secondo cui il grave stato economico finanziario ed il rischio fallimento dell’impresa possono costituire circostanze escludenti la ricorrenza dell’elemento soggettivo atto ad integrare il delitto di omesso versamento dell’Iva.

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