Diritto

L’omessa risposta al questionario consente la difesa

La mancata risposta al questionario non preclude la possibilità per la difesa di produrre documenti sia nelle successive fasi istruttorie che in contenzioso.

È quanto emerge dalla sentenza n. 74/27/2013 della Ctr Lombardia.

La controversia scaturisce da un accertamento sintetico. Nel ricorso in Ctp, la contribuente ha dimostrato, attraverso l’esibizione di documenti, che alcuni anni prima le erano stati accreditati oltre 8milioni di euro a seguito dell’alienazione di una partecipazione sociale, e che una consistente parte di quella somma era stata trasferita in una gestione patrimoniale in titoli, poi notevolmente incrementata negli anni. I giudici della Ctp hanno accolto il ricorso ma l’Agenzia delle Entrate ha presentato appello perché ha ritenuto che la ricorrente, non avendo dato corso al questionario inviatole, era decaduta dalla possibilità di produrre quei documenti ai sensi dell’articolo 32 del Dpr n. 600/1973.

Il collegio di secondo grado non condivide, però, questa interpretazione e dà atto che la contribuente non si era sottratta al dovere di collaborazione con l’ufficio, dal momento che già nella fase pre-contenziosa aveva versato «copiosa documentazione» senza che ciò producesse alcun esito positivo. La Commissione regionale afferma che l’omessa risposta al questionario non poteva comportare effetti preclusivi, perché la facoltà di allegazione si perde solo se l’amministrazione abbia effettuato una richiesta (o ricerca) di atti per i quali è prevista la tenuta obbligatoria, a cui sia seguito un rifiuto (o l’occultamento) da parte del contribuente. E questo perché, in tali casi, è il comportamento del contribuente, che si sottrae alla prova nella fase che viene prima del giudizio, a fornire «validi elementi per dubitare della genuinità di documenti che abbiano a riaffiorare nel corso del giudizio», e quindi a giustificare la loro inutilizzabilità.
In appello l’amministrazione finanziaria ha puntato anche sulla tardività della produzione, sostenendo che in primo grado la ricorrente aveva depositato i documenti oltre il termine di venti giorni prima della data di trattazione (articolo 32, comma 1, del D.lgs n. 546/1992).
La sentenza n. 74/27/2013 respinge anche tale censura e osserva che, ammesso che la produzione fosse irrituale, il documento poteva essere legittimamente valutato in appello, come disposto dall’articolo 58 del D.lgs n. 546/1992.

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