Diritto

Ok «limitato» al cambio di mansioni

Ok «limitato» al cambio di mansioni
Spostare un dipendente da una mansione ad un’altra è un’operazione da attuare con attenzione, nel perimetro delle disposizioni in materia e dei principi fissati dalla giurisprudenza, se il datore non vuole correre il rischio di contenziosi e – in caso sfavorevole – di risarcimenti

Spostare un dipendente da una mansione ad un’altra è un’operazione da attuare con attenzione, nel perimetro delle disposizioni in materia e dei principi fissati dalla giurisprudenza, se il datore non vuole correre il rischio di contenziosi e – in caso sfavorevole – di risarcimenti. A maggior ragione, se le imprese vorranno sperimentare la sottoscrizione di accordi aziendali sulla produttività, basati sul Dpcm del 22 gennaio scorso (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 29 marzo).

Tra le quattro aree nelle quali i contratti collettivi di lavoro aziendali o territoriali possono agire, allo scopo di fruire della detassazione della retribuzione di produttività, c’è l’attivazione di interventi «in materia di fungibilità delle mansioni e di integrazione delle competenze, anche funzionali a processi di innovazione tecnologica».
Questa formulazione porta in primo piano il tema dell’equivalenza delle mansioni, disciplinato dall’articolo 2103 del Codice civile: il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore, che ha successivamente acquisito, o a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione.

In sostanza, lo ius variandi del datore di lavoro trova un limite nella duplice esigenza di:

  • garantire il livello retributivo già raggiunto;
  • rispettare l’equivalenza delle nuove mansioni a quelle svolte precedentemente dal lavoratore, per salvaguardare il suo livello professionale e le conseguenti prospettive di miglioramento.

La Cassazione, con la sentenza n. 8527 del 14 aprile 2011, ha precisato che per la verifica del legittimo esercizio del potere direttivo del datore di lavoro, deve essere valutata l’omogeneità tra le mansioni successivamente attribuite ed effettivamente svolte e quelle di originaria appartenenza, sotto il profilo della loro equivalenza in concreto rispetto alla competenza richiesta, al livello professionale raggiunto e all’utilizzazione del patrimonio professionale acquisito dal dipendente nella pregressa fase del rapporto. Quindi, precisa la sentenza, si dovrà seguire un percorso logico articolato in tre fasi tra loro interdipendenti:

  • individuazione delle mansioni previste in via astratta dalla legge e dal contratto collettivo applicabile;
  • accertamento delle mansioni concretamente svolte dal lavoratore;
  • comparazione tra le mansioni astratte e quelle effettivamente svolte dal dipendente.

Al centro della vicenda, un’azienda che ha dovuto risarcire un dipendente per non avergli offerto un’adeguata formazione per l’uso di un elaboratore elettronico. In pratica, la Corte ha ritenuto non equivalenti le nuove mansioni rispetto a quelle svolte prima. Lo svolgimento delle nuove mansioni, senza idonea istruzione, dunque, ha comportato una lesione alla dignità e al prestigio professionale del dipendente.

Nella sentenza n. 250 del 12 gennaio 2012, la Cassazione offre invece una lettura legata all’uso del bagaglio professionale acquisito dal lavoratore durante il rapporto di lavoro anche nello svolgimento delle nuove mansioni. Un collaudatore di vetture, impiegato in un’azienda automobilistica, dopo un corso di riqualificazione professionale, era stato spostato al reparto cassoni, per svolgere la nuova mansione di aiuto fabbro. La Suprema Corte, respingendo il ricorso dell’azienda, conferma la pronuncia di merito poiché nel giudizio era stato correttamente accertato che l’uomo, quando svolgeva le mansioni di collaudatore, incrementava progressivamente il proprio bagaglio professionale. Diversamente, nell’espletare le mansioni di aiuto fabbro, le conoscenze acquisite non potevano essere utilizzate e, quindi, erano andate via via diminuendo.

Con la sentenza n. 4301 del 21 febbraio 2013, la Cassazione ha affermato infine che è legittimo adibire a mansioni inferiori il dipendente pubblico per esigenze di servizio, quando è assicurato in modo prevalente e assorbente l’espletamento delle attività legate alla qualifica di appartenenza. Lo svolgimento di mansioni inferiori per esigenze organizzative, che comportino un impiego di energie lavorative di breve durata, conclude la Corte, non incide sullo svolgimento in modo prevalente delle mansioni di appartenenza.

Mansioni inferiori per salvare il posto, ma con uguale retribuzione. Un lavoratore è licenziato poiché rifiuta un’offerta alternativa di mansioni inferiori con riduzione della retribuzione. Il rifiuto non riguarda la mansione inferiore, ma la riduzione del livello stipendiale. Così, il dipendente impugna il licenziamento dinanzi al Tribunale di Milano. Accogliendo
il ricorso il tribunale, con sentenza 22 gennaio 2012 n. 345 afferma che, nell’ipotesi di soppressione della posizione lavorativa, per la salvaguardia del posto di lavoro è lecito il patto con il quale, in deroga al divieto posto dall’articolo 2103 del Codice civile, si assegna al licenziando una posizione di profilo professionale inferiore. Per il livello retributivo opera invece, in ogni caso, il principio dell’irriducibilità della retribuzione, che non ammette deroghe se non per quelle componenti retributive volte a compensare particolari modalità della prestazione lavorativa che non fossero più presenti a causa della modifica (indennità di trasferta, indennità di cassa e così via).

Bagaglio pregresso da accrescere. Un’impiegata di un’azienda telefonica è spostata al servizio di call center. La lavoratrice agisce in giudizio per ottenere il risarcimento del danno da demansionamento e per essere reintegrata nelle mansioni precedenti. La vicenda arriva in Cassazione. Accogliendo il ricorso, la Corte con sentenza 29 settembre 2008 n. 24293 afferma che, in caso di mutamento di mansioni, il giudizio di equivalenza deve tenere conto, oltre che del dato «oggettivo» (equivalenza statica), rappresentato dall’appartenenza delle mansioni di provenienza e di quelle di destinazione allo stesso livello di inquadramento contrattuale, anche del principio per cui le mansioni di destinazione devono consentire l’utilizzazione o il perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizie acquisite nella fase pregressa del rapporto. Da considerare, poi, il grado di autonomia del dipendente e la sua posizione nel contesto organizzativo (equivalenza dinamica).

Nessuna deroga alla regola generale. Un contabile di un’azienda di servizi chiede, per motivi di cure, di essere trasferito all’ufficio fatturazioni, in un’altra sede. Dopo pochi mesi, il lavoratore si lamenta del demansionamento subito con il trasferimento e ricorre al giudice del lavoro, ottenendo un cospicuo risarcimento del danno. La vicenda arriva in Cassazione: respingendo il ricorso della ditta, la Corte con sentenza 14 aprile 2001, n. 8527, afferma che l’articolo 2103 del Codice civile è una norma imperativa e, dunque, non può essere derogata. Conseguentemente, l’assegnazione a mansioni inferiori determina, sempre e comunque, l’obbligo per il datore di risarcire il danno patrimoniale al lavoratore. La circostanza che l’impiegato avesse fatto valere la dequalificazione qualche mese dopo la sua assegnazione a nuove mansioni e che egli stesso avesse chiesto di essere assegnato all’ufficio commerciale dell’azienda, è irrilevante ai fini della protezione accordata dalla norma civilistica.

Nel passaggio dal pubblico al privato. La Cassazione ha affrontato anche il caso del passaggio dei lavoratori impiegati in un’azienda transitata dal settore pubblico a quello privato. Le indicazioni contenute nelle tabelle di riferimento adottate con accordo sindacale, sono, per la Corte, elemento decisivo di riferimento per l’inquadramento nella nuova gestione solo e in quanto l’equivalenza delle posizioni lavorative – messe a confronto – sussista realmente. Non basta un’equivalenza convenzionale: bisogna fare una ponderata valutazione della professionalità del lavoratore per salvaguardare,
in concreto, il livello professionale acquisito e garantire l’accrescimento delle sue capacità (Cassazione sentenza n. 23877/2009). In tema di riclassamento, in un caso di fusione per incorporazione di società di trasporto aereo, la Cassazione (sentenza n. 26150/2011) ha affermato che non deve operare un’indiscriminata fungibilità dei compiti, tale da mortificare la professionalità degli interessati (Cassazione, sentenza 1 marzo 2011, n. 4991).

Ammesso lo ius variandi. Una lavoratrice agisce nei confronti di una Onlus, impegnata nella cura delle persone, per ottenere il riconoscimento di un contratto a tempo indeterminato. In pratica, il contratto a termine era stato stipulato in sostituzione di un’altra dipendente assunta a tempo indeterminato, assente dal servizio perché incaricata temporaneamente in qualifica superiore e contemporaneamente trasferita presso un’altra struttura dell’ente. La Cassazione, con sentenza 19 marzo 2013, n. 6787, respingendo il ricorso della dipendente, afferma che il lavoratore assunto con contratto a tempo determinato, per la sostituzione di un lavoratore assente con diritto alla conservazione del posto, non deve essere necessariamente destinato alle stesse mansioni o allo stesso posto del lavoratore assente, poiché la sostituzione ipotizzata dalla norma va intesa nel senso più confacente alle esigenze dell’impresa.

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