Diritto

Offerta di un nuovo posto di lavoro: arresta il danno originato dal licenziamento?

Offerta di un nuovo posto di lavoro: arresta il danno originato dal licenziamento?
La Corte di Appello ha applicato d’ufficio, l’art. 1227, secondo comma, cod. civ., senza che al riguardo fosse stata sollevata alcuna eccezione: l’offerta del datore di lavoro di accedere ad un nuovo posto di lavoro è stata ritenuta idonea ad “arrestare il danno” originato dal licenziamento. La sentenza viene cassata dagli Ermellini con rinvio al giudice indicato nel dispositivo

La Corte di Appello ha applicato d’ufficio, l’art. 1227, secondo comma, cod. civ., senza che al riguardo fosse stata sollevata alcuna eccezione: l’offerta del datore di lavoro di accedere ad un nuovo posto di lavoro è stata ritenuta idonea ad “arrestare il danno” originato dal licenziamento. La sentenza viene cassata dagli Ermellini con rinvio al giudice indicato nel dispositivo.

In particolare i fatti narrano di un lavoratore che era stato assunto, quale operaio edile, il 7 gennaio 2004 dalla D. S.r.l. con contratto a tempo determinato, poi trasformato a tempo indeterminato, quale operaio edile e di essere stato licenziato per giustificato motivo oggettivo con telegramma ricevuto in data 8 aprile 2005, confermato da successiva lettera. Il lavoratore deduceva la nullità del licenziamento in quanto intimato in periodo di malattia e comunque l’illegittimità dello stesso e chiedeva la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro, con le conseguenti statuizioni ex art. 18 St. lav.

Il Tribunale adito dichiarava illegittimo il licenziamento e ordinava la reintegra del ricorrente nel posto di lavoro, condannando la società al risarcimento del danno pari alle retribuzioni globali di fatto dalla data del licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegra.

La società impugnava la sentenza e la Corte d’Appello di Venezia confermava le predette statuizioni, ad eccezione di quella relativa alle retribuzioni, che escludeva per il periodo successivo al 29 settembre 2005, data in cui il datore di lavoro aveva proposto al lavoratore l’assunzione presso un cantiere edile di Messina, proposta che non aveva avuto alcun riscontro.

Determinava poi la Corte anzidetta l’importo della retribuzione mensile cui aveva diritto il lavoratore in € 2.068,03.

Per la riforma di questa sentenza la società D. ha proposto ricorso per Cassazione sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso il lavoratore, proponendo altresì ricorso incidentale affidato a due motivi.

Per la parte di maggiore interesse in questa sede si rileva la seguente posizione espressa dagli Ermellini richiamando quanto già espresso in passato: in tema di risarcimento del danno, l’ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell’evento dannoso (di cui al primo comma dell’art. 1227 cod. civ.) va distinta da quella (disciplinata dal secondo comma della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso danneggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione.

Mentre nel primo caso il giudice deve procedere d’ufficio all’indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso, la seconda di tali situazioni forma oggetto di un’eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costituisce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede (Cass. 25 maggio 2010 n. 12714; Cass. 2 marzo 2012 n. 3240 e, in precedenza, Cass. 2 aprile 2001 n. 4799; Cass. 29 luglio 2003 n. 11672).

Nella specie la sentenza impugnata, d’ufficio, in applicazione dell’art. 1227, secondo comma, cod. civ., senza che al riguardo fosse stata sollevata alcuna eccezione, ha ritenuto che l’offerta della società, peraltro in un cantiere inattivo (“che stiamo per aprire a Messina“), fosse idonea ad “arrestare il danno” non considerando che la relativa questione, in quanto eccezione in senso stretto, avrebbe dovuto essere proposta dalla parte.

La sentenza impugnata, in accoglimento del motivo in esame, assorbito il secondo, deve pertanto sul punto essere cassata, con rinvio al giudice indicato in dispositivo, il quale nell’attenersi al principio sopra indicato, provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *