Diritto

Non si possono assimilare altri documenti alla fattura ai fini penali

Non si possono assimilare altri documenti alla fattura ai fini penali
Non si può attribuire rilevanza penale a tutti i documenti che hanno anche solo una minima attinenza con la fattispecie tributaria

Si perfeziona il reato di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti solo in presenza di una fattura così come qualificata dal Testo Unico in materia di IVA (art. 21, D.P.R. n. 633/1972). In particolare, le caratteristiche che la fattura deve avere a norma di legge (data e numerazione, indicazione dell’emittente, numero di partita Iva, oggetto dell’operazione etc.) consentono di attribuire al documento una fede fiscale “privilegiata”. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con la sentenza della Terza sezione penale n. 50628 depositata il 3 dicembre 2014.

IL FATTO
Un imprenditore, in qualità di legale rappresentante di un’impresa, veniva imputato per il reato di emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ai sensi dell’art. 8 del D.Lgs. n. 74/2000.
In sostanza, secondo l’accusa, l’imputato avrebbe emesso dei falsi documenti contabili nei confronti di una società, al fine di far poi detrarre a quest’ultima costi in realtà non sostenuti.
L’imprenditore veniva condannato sia in primo grado che in appello.
Avverso la sentenza della Corte di Appello, la difesa dell’imputato proponeva ricorso in Cassazione evidenziando, tra le altre cose, che la condotta non poteva farsi rientrare nella fattispecie di reato prevista dall’art. 8.
Infatti, una fattura si intende formata solo quando presenta tutti i contenuti previsti dall’art. 21, comma 2, del D.P.R. n. 633/72, mentre, nel caso in esame, l’imprenditore avrebbe consegnato un bollettario in bianco.
Pertanto, si sarebbe avuta una illegittima estensione della norma a fatti non tipicamente riconducibili alla fattispecie prevista dall’art. 8.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’imprenditore. In particolare, nell’affrontare la questione, la Suprema Corte ricorda che la riforma dei reati tributari non ha fornito una definizione specifica del concetto di fattura; definizione che invece è contenuta altrove, nel D.P.R. n. 633 del 1972. Il legislatore tributario, prosegue la sentenza, attribuisce una sorta di «fede privilegiata alla fattura, come si rileva dai numerosi e precisi obblighi di registrazione e annotazione, nonchè dal rilievo probatorio congiunto in ambito Iva e imposte sui redditi». Condizione necessaria è però che si tratti di una fattura a tutti gli effetti. La norma penale, ricorda la Cassazione, incrimina la falsità ideologica e non quella materiale della fattura e punisce chi «emette o rilascia» fatture o altri documenti per operazioni inesistenti.

Serve cioè una condotta attiva, che si perfeziona attraverso la consegna o la spedizione a un terzo, potenziale utilizzatore, della documentazione che attesta il sostenimento di costi per attività mai poste in essere. Nell’individuazione della documentazione rilevante si sono confrontati un orientamento estensivo che punta sulla assimilazione alla fattura nel segno della funzionalità, quando alla fattura stessa possono sostituirsi oppure integrarla, e una linea più rigorosa alla quale aderisce la pronuncia della Corte. La sentenza infatti ricorda l’interpretazione in base alla quale non si può attribuire rilevanza penale a tutti i documenti che hanno anche solo una minima attinenza con la fattispecie tributaria.

Nel caso esaminato, allora, la conclusione della Cassazione è di escludere che possa essere qualificata come fattura un documento privo delle caratteristiche del D.P.R. n. 633/72 e neppure come documento a questa parificabile. E allora, se non è fattura, neppure può essere considerata come «emessa» nell’accezione prevista dall’art. 8 del D.Lgs. n. 74/2000.

Piuttosto, è il terzo cui il documento in bianco è stato consegnato che ha provveduto successivamente a formare la fattura falsa. «Difetta dunque – osserva la Corte -, nella fattispecie concreta, la condotta di “emissione”, dovendosi piuttosto parlare di “formazione” da parte di un soggetto diverso dall’emittente».

Approfondimento

L’art. 8 del D.Lgs. n. 74/2000 punisce chiunque, al fine di consentire a terzi l’evasione delle imposte sui redditi o sul valore aggiunto, emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. La condotta sanzionata è speculare a quella dell’art. 2 (utilizzazione di fatture o documenti per operazioni inesistenti). In questo caso, però, la violazione concerne il cedente o il prestatore del servizio e, quindi, colui che emette il documento.
Il reato è integrato anche se successivamente alla ricezione della fattura il contribuente che dovrebbe utilizzarla decide di non tenerne conto in sede di dichiarazione. Si tratta, infatti, di un reato istantaneo che si consuma al momento dell’emissione delle fatture.
Inoltre, va evidenziato che l’art. 1 del D.Lgs. n. 74/2000 afferma che per “fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” si intendono le fatture o gli altri documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie, emessi a fronte di operazioni non realmente effettuate in tutto o in parte o che indicano i corrispettivi o l’imposta sul valore aggiunto in misura superiore a quella reale, ovvero che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi.
Nella relazione al decreto si legge, poi, che la nozione di “fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” offerta dalla lettera a) dell’art. 1 è in larga misura allineata a quella emergente dalla lettera d) dell’art. 4, D.L. n. 429/82: si tratta, cioè, delle fatture e dei documenti aventi rilievo probatorio analogo in base alle norme tributarie attestanti in tutto o in parte operazioni prive di riscontro nella realtà.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 50628/2014

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