Diritto

Non sempre è obbligatorio allegare il processo verbale all’accertamento

Non sempre è obbligatorio allegare il processo verbale all'accertamento
In virtù dell’attuale legislazione, non sussiste un obbligo generalizzato di allegazione dell’atto cui l’accertamento fa rinvio nell’ottica della motivazione per relationem, essendo ciò necessario solo in determinati casi, ossia se l’atto non è conosciuto o ricevuto dal contribuente e sempre che non se ne riproduca, nel provvedimento, il contenuto essenziale

In virtù dell’attuale legislazione, non sussiste un obbligo generalizzato di allegazione dell’atto cui l’accertamento fa rinvio nell’ottica della motivazione per relationem, essendo ciò necessario solo in determinati casi, ossia se l’atto non è conosciuto o ricevuto dal contribuente e sempre che non se ne riproduca, nel provvedimento, il contenuto essenziale.

Con la sentenza n. 20551 del 6 settembre scorso, la Corte di Cassazione pone in evidenza la chiarezza della vigente normativa ed esclude che l’Ufficio sia, in linea di principio, obbligato all’allegazione del processo verbale di constatazione al quale si aggancia, secondo lo schema della motivazione per relationem, l’avviso di accertamento.

Per cogliere appieno la coerente soluzione offerta dai Supremi Giudici, è opportuno vagliare le disposizioni sul tema che si sono succedute nel tempo.

Prescindendo dal periodo anteriore all’entrata in vigore della legge n. 241/1990 – caratterizzato dalla costruzione di un obbligo di motivazione ad opera della giurisprudenza – l’attenzione deve essere focalizzata sull’art. 3 della suddetta legge sul procedimento amministrativo, laddove era prevista non solo la necessità di illustrare le ragioni del provvedimento finale ma anche, ove mai i motivi risultassero da altro atto richiamato, l’obbligo di indicare e rendere disponibile tale atto.

Il citato articolo, in mancanza di una normativa generale e di ampio respiro di natura tributaria, costituiva il punto di riferimento anche per i rapporti tra fisco e contribuenti, sicché, ammessa la così detta motivazione per relationem proprio volgendo lo sguardo a quanto espresso nella legge n. 241/1990, dubbi sorgevano circa l’imprescindibilità dell’allegazione dell’atto al quale, nel provvedimento, l’Amministrazione Finanziaria compiva rimando.

Al riguardo, la stessa Cassazione non mostrava un saldo indirizzo univoco, sebbene molta enfasi venne data alla soluzione secondo cui fosse sufficiente che gli atti oggetto di richiamo, lungi dal dovere essere nella disponibilità del contribuente, fossero dallo stesso conoscibili, se del caso attivando la procedura di accesso (orientamento, questo, legato alla risalente sentenza n. 12204 del 28 dicembre 1990, resa a Sezioni Unite).

La cristallizzazione, nell’art. 7, legge n. 212/2000, di una disposizione normativa in tema di obbligo di motivazione dei provvedimenti tributari (peraltro forgiata sull’art. 3 della L. n. 241/1990), pose al centro dell’interesse e del dibattito la previsione statutaria che, in materia di motivazione per relationem, testualmente sanciva, nel secondo periodo del comma 1: “Se nella motivazione si fa riferimento ad un altro atto, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama“.

Sulla scorta della riportata enunciazione, si ritenne che sussistesse un generalizzato obbligo di allegazione, così da fare recisamente tramontare ogni ipotesi di ammissibilità della tesi della mera conoscibilità, imponendosi, apparentemente, anche di allegare gli atti già giunti a conoscenza dei contribuenti. La stessa Amministrazione finanziaria, al fine di adeguarsi al nuovo dettato legislativo, raccomandava prudenzialmente agli Uffici locali di unire, all’atto impositivo o sanzionatorio, quello oggetto di rinvio (circolare n. 150/E del 1° agosto 2000), sebbene già in possesso del destinatario.

In sede di attuazione dello Statuto del Contribuente, il D.Lgs. n. 32/2001 ha portato un encomiabile equilibrio in materia. Riformulando, tra gli altri, l’art. 42, D.P.R. n. 600/1973, l’art. 56, D.P.R. n. 633/1972, l’art. 52, D.P.R. n. 131/1986, l’art. 4, D.Lgs. n. 346/1990 e l’art. 16, D.Lgs. n. 472/1997 (concernenti le principali imposte erariali e le sanzioni), il citato decreto ha inserito l’inciso per il quale il dovere di allegazione sussiste solo se l’atto non è conosciuto o ricevuto dal contribuente e sempre che non se ne riproduca, nel provvedimento, il contenuto essenziale.

La Cassazione, nella sentenza in esame, risolve la lite alla luce di quest’ultimo intervento normativo che, tra l’altro, ha portato l’Amministrazione Finanziaria a rivedere le proprie istruzioni (si veda la circolare n. 77/E del 3 agosto 2001), onde renderle conformi al mutato (e più razionale) quadro.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 20551/2013

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *