Diritto

Non risponde penalmente l’azienda in crisi che non riesce a fronteggiare i debiti col Fisco

Non risponde penalmente l'azienda in crisi che non riesce a fronteggiare i debiti col Fisco
L’azienda che, travolta dal periodo di crisi economica, non riesca più a pagare i propri debiti col fisco, non ne risponde penalmente

Un diritto, per una volta, attento alla realtà del Paese e, in particolare, del mondo delle imprese. Si consolida l’orientamento favorevole alla cancellazione del rischio penale per le aziende che, in difficoltà, non riescono più a pagare il fisco. Dopo le pronunce, nei mesi scorsi, dei tribunali di Milano e Novara, adesso arriva quella di Catania che ha prosciolto lo scorso 3 giugno un imprenditore dall’accusa di non avere versato, per l’anno 2007, ritenute per un importo di quasi 63mila euro.

L’azienda (assistita dallo studio Zangara) opera nel settore del confezionamento di capi d’abbigliamento con commesse che arrivano da ditte come Armani, Versace, Moschino, Diesel. Come emerso nel corso del dibattimento da testimonianze concordi, negli ultimi anni, il volume delle commesse si è drasticamente contratto. Sino al punto da dimezzare gli originari 500 dipendenti e da metterne oltre 200 in cassa integrazione.
Una crisi che l’autorità giudiziaria valuta come reale e coerente con la (triste) esperienza di questi anni. Sottolinea, infatti, la pronuncia come le grandi marche sono sempre più propense alla delocalizzazione della produzione in Paesi esteri dove la produzione è assai più a buon mercato soprattutto sotto il profilo del costo del lavoro. Una prassi che, per quanto riguarda l’azienda siciliana, ha dato luogo anche a contenziosi con le ditte committenti che avevano, a volte in maniera del tutto improvvisa, proceduto a risoluzioni contrattuali.
La “botta” subìta aveva avuto effetti gravi, rendendo complicato per l’impresa il rispetto degli impegni con i fornitori e la gestione del lavoro. Sul fronte del rispetto degli obblighi fiscali si è poi aperto un contenzioso con il concessionario che, dovendo intraprendere l’attività di recupero, ha iniziato le procedure esecutive. Su questo versante l’azienda aveva tentato di proporre una rateizzazione del debito senza però che nel corso del procedimento sia poi emerso se il beneficio era poi stato effettivamente concesso.
«Da ciò è evidente – sottolinea il Got del tribunale di Catania – che la ditta dell’X si è trovata come altre in una situazione di crisi economica originata da un lato dalla revoca delle commesse e dall’altro dall’aggressione dell’ente di riscossione. In questo contesto – ne conclude il giudice – la condotta dell’imprenditore ha costituito solo una diretta conseguenza».
Dopo questa ricostruzione dei fatti, non ci sono elementi per ritenere che l’imputato abbia voluto sottrarsi con dolo al versamento di quanto dovuto e segnato dal capo d’imputazione (sugli importi non vi è stata contestazione). Al contrario, ci sono elementi per ritenere che l’inadempimento tributario, osserva ancora il Got, si è verificato per cause indipendenti dalla sua volontà. In sostanza «non vi sono elementi chiari in ordine alla volontà di frodare il fisco, ma vi sono chiari elementi che dimostrano la sua obiettiva impossibilità a fronteggiare i debiti anche con l’erario».
Su queste basi arriva ora l’assoluzione che in precedenza il tribunale di Catania aveva pronunciato altre due volte in casi analoghi ma non identici negli anni passati (il 9 luglio 2010 e il 13 maggio 2011). Nei due precedenti catanesi, infatti, le aziende interessate avevano, dopo una fase di difficoltà provveduto a saldare il debito con l’amministrazione finanziaria oppure a procedere a un piano di versamenti a rate. Ora, invece il proscioglimento emesso dal Got è intervenuto in un caso dove la crisi dell’azienda aveva nei fatti determinato un inadempimento senza prove certe di successivi pagamenti.

ALCUNI PRECEDENTI

Lo Stato non paga. Con due sentenze, entrambe del 7 gennaio scorso, il Gip di Milano ha prosciolto un imprenditore e una cooperativa accusate di omesso versamento di ritenute. In entrambi i casi, a mancare è uno degli elementi costitutivi del reato, il dolo, perché gli imputati, creditori della pubblica amministrazione per importi assai rilevanti, si sono attivati (invano) per ottenere quanto sarebbe spettato. Con uno Stato che da una parte, come debitore, si è confermato del tutto inadempiente e dall’altra, come esattore, ha richiesto con insistenza gli importi dovuti.

Effetto crisi. Il giudice unico di Novara lo scorso 21 marzo ha detto di no alla richiesta del pubblico ministero, che aveva chiesto la condanna a cinque mesi di detenzione per il legale rappresentante di una coop al quale veniva imputato il mancato versamento di ritenute e Iva per il 2006.
Il giudice, nell’affrontare il tema della colpevolezza del rappresentante, ha sottolineato in termini generali, come deve essere escluso il dolo del reato di omesso versamento quando il sostituto d’imposta non ha potuto adempiere all’obbligazione tributaria perché la società affrontava una situazione di grave mancanza di liquidità per fattori del tutto estranei alla sfera di controllo dell’imprenditore.

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