Diritto

Non è reato negare l’assegno alla figlia invalida ma «abile»

Sfugge alla condanna penale, per violazione degli obblighi di assistenza familiare, il padre che non mantiene la figlia maggiorenne invalida, ma non inabile al lavoro
Sfugge alla condanna penale, per violazione degli obblighi di assistenza familiare, il padre che non mantiene la figlia maggiorenne invalida, ma non inabile al lavoro

Sfugge alla condanna penale, per violazione degli obblighi di assistenza familiare, il padre che non mantiene la figlia maggiorenne invalida, ma non inabile al lavoro. In questi casi, se sussistono i presupposti, l’omesso sostentamento potrebbe costare al genitore solo un illecito civile. Il reato, infatti, scatta solo nelle ipotesi di mancato versamento dell’assegno, disposto in favore di figli minorenni, o inabilitati a svolgere un’attività lavorativa. Ad affermarlo è la Cassazione con la sentenza n. 23581 del 30 maggio scorso.

Protagonista della vicenda, un uomo condannato, all’esito di giudizio abbreviato, confermato in appello, per aver fatto mancare alla figlia minorenne i mezzi di sussistenza, non corrispondendole il mensile stabilito. Inosservanza del dovere di assistenza, proseguito – precisa l’accusa – anche dopo che la ragazza, peraltro affetta da gravi problemi di salute, che la rendevano bisognosa di cure, ha raggiunto la maggiore età. Secondo i giudici di merito, l’inabilità permanente a un impiego – riconosciutale nella misura del 46%, risultante dal verbale di visita medica acquisito agli atti – era circostanza nota al padre, così come lo stato di bisogno della madre affidataria. Di qui, la responsabilità dell’imputato in base all’articolo 570, comma 2, n. 2, del Codice penale.

Ricorre la difesa: la giovane, rileva il legale, non è inabile al lavoro nei termini richiesti dalla legge, ma solo parzialmente invalida, come accertato dalla commissione medica provinciale. Non sussisterebbe, pertanto, l’elemento costitutivo richiesto per la configurazione del reato, di cui deve essere dichiarata cessata la permanenza, non ravvisandosi alcun delitto per la mancata corresponsione del dovuto, successiva al compimento dei 18 anni.
Concorda la Cassazione, che accoglie il ricorso. Il reato contestato – chiariscono i giudici – si configura solo se l’obbligato non assolve al dovere di mantenere i figli di «età minore» o maggiorenni «inabili al lavoro». Il comportamento rilevante per il Codice penale – afferma la Corte – ha un contenuto «soggettivamente e oggettivamente più ristretto di quello delle obbligazioni previste dalla legge civile». Sul piano civilistico, spiegano i giudici, il genitore separato è tenuto, in base all’articolo 155-quinquies del Codice civile, a concorrere al mantenimento anche della prole ormai adulta, se economicamente non indipendente. La giurisprudenza, del resto, è costante nel ribadire come l’obbligo di provvedere alle esigenze dei figli non cessi automaticamente con la maggiore età (si veda la sentenza di Cassazione n. 1773/2012). Tuttavia, l’articolo 155-quinquies del Codice civile, ricorda la Cassazione, è applicabile, per espressa previsione del comma 2, anche «ai figli maggiorenni portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 194/92». E se l’articolo 155-quinquies del Codice civile fornisce la «cornice per l’interpretazione del precetto penale», allora l’inabilità al lavoro va intesa come «condizione imprescindibile per la configurabilità del reato». Su queste premesse, si fonda la decisione della Corte: inabile è solo il soggetto cui sia stata riconosciuta una «totale e permanente inabilità lavorativa» e non le persone – come la figlia dell’imputato – cui venga riscontrata una riduzione di capacità al lavoro, inferiore o pari al 74 per cento. In questo caso, dalla violazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno deriverà un illecito civile, quanto meno per condotte successive al raggiungimento della maggiore età da parte della prole.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 23581/2013

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