Diritto

Non è impugnabile l’atto atipico privo degli elementi della pretesa fiscale

Non è impugnabile l'atto atipico privo degli elementi della pretesa fiscale
Ove un atto atipico non contenga gli elementi della pretesa fiscale, esso non può valere come surrogato dell’atto tipico impugnabile

Non può considerarsi impugnabile un atto che manchi della esplicitazione della pretesa tributaria, e che non contenga neppure l’indicazione della somma dovuta per il tributo (con le addizionali e gli accessori), malgrado l’interpretazione estensiva degli atti impugnabili in ossequio alle norme costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento della pubblica amministrazione e in conseguenza dell’allargamento della giurisdizione tributaria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15029 del 17 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la CTR del Piemonte accoglieva l’appello di un contribuente avverso la decisione della CTP che aveva dichiarato l’inammissibilità di un suo ricorso contro una comunicazione del proprio Comune relativa alla Tarsu dell’anno 2004. Con tale comunicazione il Comune, considerando la denuncia del contribuente finalizzata a variare la superficie imponibile, aveva confermato una anteriore iscrizione a ruolo facente riferimento a superficie maggiore (225 mq.), oggetto di avviso di accertamento divenuto definitivo per mancata opposizione.

La Commissione Tributaria osservava che l’atto era da qualificare come avviso di accertamento, e non come semplice comunicazione, visto che aveva recato la dicitura “accerta” e indicato il termine perentorio per il ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria. Lo riteneva dunque impugnabile e lo annullava, perché mancante degli elementi essenziali identificativi della tariffa applicata e della relativa delibera, dell’indicazione della maggior somma dovuta per il tributo, con le addizionali e gli accessori, e dell’avvertenza in ordine alla facoltà di formulare istanza di accertamento con adesione. Condannava il Comune alle spese processuali.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione il Comune, in particolare sostenendo che la comunicazione oggetto del processo costituiva un mero diniego alla variazione della superficie imponibile, e dunque non era tesa a contestare la dichiarazione del contribuente mediante attribuzione di una base imponibile diversa da quella già iscritta a ruolo.
Ne discendeva, quindi, un vizio di motivazione della sentenza sul punto decisivo della natura dell’atto impugnato, che era stato superficialmente qualificato come avviso di accertamento in base al riscontro di aspetti formali, senza valutazione del se tali aspetti avessero effettiva valenza tributaria in quanto idonei a esprimere una pretesa impositiva specifica.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune. Sul punto, osservano gli Ermellini come erroneamente la Corte territoriale abbia qualificato la comunicazione del Comune come accertamento della superficie imponibile in base a circostanza neutre, come l’indicazione del termine per ricorrere e l’uso del verbo “accerta”. In realtà, la comunicazione era conseguita a un’iscrizione a ruolo a sua volta conseguente ad accertamento divenuto definitivo, e non conteneva i dati essenziali a esprimere la pretesa definitiva quanto all’importo del tributo.

Ove un atto atipico non contenga gli elementi della pretesa fiscale, esso non può valere come surrogato dell’atto tipico impugnabile.

Secondo un indirizzo ormai consolidato, in tema di contenzioso tributario l’elencazione degli “atti impugnabili”, contenuta nell’art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, pur dovendosi considerare tassativa, va interpretata in senso estensivo, in ossequio alle norme costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento della pubblica amministrazione, e in conseguenza dell’allargamento della giurisdizione tributaria operato con la legge n. 448 del 2001.

Tuttavia per effetto di simile estensione è riconosciuta la facoltà di ricorrere al giudice tributario avverso gli atti adottati dall’ente impositore che, con l’esplicitazione delle concrete ragioni (fattuali e giuridiche) che la sorreggono, portino comunque a conoscenza del contribuente una ben individuata pretesa tributaria.
La ragione è che in tal caso non vi è necessità di attendere che la stessa pretesa, ove non sia raggiunto lo scopo dello spontaneo adempimento cui è naturalmente preordinato l’atto notificato, si vesta anche della forma lato sensu autoritativa di uno degli atti dichiarati espressamente impugnabili dall’art. 19 citato.

In sostanza, rientra nel novero dei provvedimenti impugnabili l’atto con cui l’Amministrazione comunica al contribuente una pretesa tributaria ormai definita, ancorché tale comunicazione non si concluda con una formale intimazione di pagamento sorretta dalla prospettazione in termini brevi dell’attività esecutiva, bensì con un invito bonario a versare quanto dovuto.

Viceversa, non può considerarsi impugnabile un atto che manchi della esplicitazione della pretesa detta, e che – come la Commissione Tributaria ha affermato nel caso di specie – non contenga neppure l’indicazione della somma dovuta per il tributo (con le addizionali e gli accessori).

Ed è anzi privo di ogni costrutto logico-giuridico affermare l’impugnabilità di un atto sul presupposto della connotazione contenutistica impositiva e poi annullarlo perché privo di quella connotazione contenutistica.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Ove un atto atipico non contenga gli elementi della pretesa fiscale, esso non può valere come surrogato dell’atto tipico impugnabile.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 15029/2015

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