Diritto

No al licenziamento della cassiera inesperta che lascia uscire il cliente senza pagare la spesa

Illegittimo il licenziamento della cassiera di un supermercato che, come "mero errore materiale", lascia uscire il cliente senza pagare la spesa
Illegittimo il licenziamento della cassiera di un supermercato che, come “mero errore materiale”, lascia uscire il cliente senza pagare la spesa

Grava sul datore di lavoro l’onere di provare la giusta causa o il giustificato motivo (soggettivo) del licenziamento e, di conseguenza, egli avrà altresì l’onere di provare l’elemento soggettivo della condotta addebitata al lavoratore (in questo caso una cassiera). Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12882 del 9 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da una dipendente avverso il licenziamento disciplinare irrogatole dalla datrice di lavoro, chiedendone la declaratoria di illegittimità e la condanna alla reintegra con risarcimento dei danni, nonchè il riconoscimento della nullità del contratto di formazione lavoro e della clausola di tempo parziale e lo svolgimento di mansioni superiori oltre che la condanna, per diversi titoli, al pagamento di differenze retributive.

La datrice di lavoro, dal canto suo, sosteneva la piena legittimità del licenziamento. In particolare, l’addebito era consistito nell’aver la lavoratrice, operando occasionalmente come cassiera di un supermercato, contabilizzato ad una cliente una spesa di importo pari ad euro 68,19, poi annullando lo scontrino relativo alla stessa e lasciando che la cliente, che inizialmente aveva offerto di pagare con una carta di credito rilevatasi non utile allo scopo (perché non funzionante o incapiente), portasse via la spesa in questione senza pagarla, allontanandosi dal supermercato.

La domanda relativa all’impugnativa di licenziamento veniva accolta dal Tribunale, che dichiarava la illegittimità del licenziamento e condannava la parte convenuta alla reintegra della lavoratrice ed al risarcimento del danno ex art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Avverso la sentenza, proponeva appello la datrice di lavoro, deducendo che il licenziamento era invece pienamente legittimo e censurava la sentenza di primo grado per la errata interpretazione della contestazione disciplinare sul punto relativo all’elemento soggettivo e per la errata valutazione degli addebiti, di cui non era stata adeguatamente considerata la gravità.

LA DECISIONE DELLA CORTE D’APPELLO
Tuttavia, anche la Corte di Appello rigettava il gravame, ritenendo che la condotta omissiva era consistita nel non aver impedito il prelievo della merce medesima da parte della cliente ed implicitamente anche di non aver immediatamente denunciato il fatto al datore di lavoro o ad un suo incaricato. Per la Corte territoriale non era desumibile dalla condotta della lavoratrice l’esistenza di un intento doloso diretto a favorire la cliente nella sottrazione indebita della spesa acquistata. Ed infatti – ha ulteriormente osservato la Corte territoriale – era risultato pacificamente che la lavoratrice non fosse stabilmente addetta alla cassa, ma che nella circostanza sostituiva momentaneamente altra cassiera. Il difetto di una stabile assegnazione alle mansioni di cassiera – secondo la Corte d’Appello – impediva a priori l’esistenza di un intento doloso fraudolento diretto a danneggiare il datore di lavoro ed a favorire la cliente. Tale circostanza sminuiva altresì la gravità colposa della condotta, atteso che il mancato svolgimento stabile delle mansioni rendeva meno grave l’inadempimento, trattandosi di lavoratrice che affrontava una situazione lavorativa senza la necessaria esperienza. Ed allora ha ritenuto la Corte d’Appello che, nel caso concreto, la scelta di sanzionare le inadempienze della dipendente con il licenziamento era censurabile, perché la datrice di lavoro non aveva correttamente valutato la gravità dei fatti contestati, né aveva proporzionato ad essi la sanzione comminata. Le circostanze di fatto dell’addebito (aver impedito il prelievo della merce medesima da parte della cliente ed implicitamente anche la mancata immediata denuncia del fatto al datore o ad un suo incaricato) deponevano – secondo la Corte d’Appello – per un mero errore materiale nell’adempimento delle mansioni occasionalmente espletate, errore materiale che non assumeva quella particolare gravità necessaria a giustificare la sanzione espulsiva. La colpa della lavoratrice non era tale da legittimare il licenziamento essenzialmente perché non vi era alcuna prova di un intento doloso, mentre la colpa – questa invece sì sussistente – assumeva profili lievi in ragione della temporaneità dell’assegnazione alle mansioni. Inoltre la lavoratrice aveva dichiarato, senza che nessuna ulteriore prova acquisita l’avesse smentita, che al momento dei fatti contestati il Direttore dcl supermercato non era presente, e che il giorno successivo essa stessa si era comunque recata dal Direttore per chiarire la situazione.

Ha concluso la Corte d’Appello che gli addebiti mossi alla lavoratrice non integravano gli estremi della particolare gravità, prescritta quale concreta applicazione del canone della giusta causa, necessari al fine dell’irrogazione della sanzione espulsiva, né la lesione dell’elemento fiduciario del rapporto di lavoro era tanto grave da giustificare l’adozione della sanzione estrema del licenziamento.

Contro questa pronuncia ricorreva per cassazione la società.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte accoglie il ricorso presentato dalla cassiera. Indubbiamente – si legge nella sentenza – la circostanza che la lavoratrice solo occasionalmente si fosse trovata a svolgere mansioni di cassiera e che in particolare nell’episodio in questione aveva momentaneamente sostituito altra dipendente (questa sì abitualmente cassiera) rendeva poco plausibile l’ipotesi del comportamento intenzionale e doloso. Ma ciò non esauriva la valutazione dell’elemento soggettivo laddove la Corte d’Appello, con un evidente salto logico, degrada la colpa in “svista”, in errore di percezione, perché sintetizza l’episodio qualificandolo come «mero errore materiale»: così aderendo pienamente alla tesi della lavoratrice la quale, nella lettera di giustificazione, aveva sostenuto di non essersi accorta che la cliente, invece di riporre la spesa fatta, non potendola pagare con la carta di credito, l’avesse portata via allontanandosi dal supermercato.
Però la tesi del «mero errore materiale» non discende direttamente dalla ritenuta esclusione di elementi che avrebbero potuto deporre per una condotta dolosa.
Il comportamento minimo esigibile per chi svolge mansioni di cassiere ad un supermercato è quello di richiedere dagli avventori il pagamento della merce prelevata ovvero di pretendere la restituzione della merce ove il pagamento non possa aver luogo ovvero ancora di “reagire” in qualche modo nel caso in cui l’avventore mostri di volersi allontanare dall’esercizio commerciale portando con sé la merce prelevata e non pagata. L’ipotesi della “svista” (i.e. «mero errore materiale») in cui sarebbe incorsa la lavoratrice – la quale avrebbe sì invitato la cliente a depositare la spesa che non poteva pagare per essere risultata non funzionante o incapiente la sua carta di credito, ma poi non si sarebbe accorta che la cliente, disattendendo o equivocando il suo invito, si sarebbe avviata all’uscita del supermercato portando con sé la merce non pagata (che, per essere puntualmente elencata nella lettera di contestazione dell’addebito, era apprezzabilmente voluminosa) – avrebbe dovuto essere verificata ed approfondita: ben diversa è ad es. la situazione di un’unica cassa con avventori in fila che abbiano già depositato la merce prelevata e che premano per il pagamento della stessa e la situazione di plurime casse o di pochi avventori che avrebbero consentito alla lavoratrice di espletare le sue mansioni di cassiera con tranquillità e senza la pressione di clienti in fila. La prima rende plausibile la “svista”: la seconda assai meno.
Inoltre la prospettiva dell’«errore materiale» avrebbe richiesto anche un approfondimento di quella che sarebbe stata, il giorno dopo, la discovery del prelevamento ed asporto della merce non pagata. La Corte d’Appello si limita ad affermare che la lavoratrice si recò dal Direttore del supermercato «per chiarire la situazione», ma non indaga su come la stessa si sia accorta o sia venuta a conoscenza del suo errore. Nell’interrogatorio libero, la lavoratrice aveva dichiarato che il giorno dopo l’episodio in questione la cliente si recò al box informazioni del supermercato e le disse che «qualcuno l’aveva vista». E solo dopo la lavoratrice si recò dal Direttore del supermercato per «chiarire la situazione»: ma l’affermazione ambigua – “vista” nel senso di “scoperta” ? – avrebbe richiesto un chiarimento anche nel processo.
In sintesi, la Corte d’Appello, dopo aver motivatamente ritenuto non provato il dolo e l’intenzionalità della condotta, ha operato un salto logico nell’affermare che si era trattato di un «mero errore materiale», che può iscriversi alla fattispecie della colpa lieve, senza considerare le sopra richiamate circostanze al contorno per escludere l’ipotesi intermedia, quella della colpa cosciente (ossia aver negligentemente, ma consapevolmente, consentito alla cliente di allontanarsi dal supermercato con la spesa non pagata).
Questa carenza motivazionale e di indagine – che avrebbe potuto essere colmata con l’attivazione dei poteri officiosi del Giudice d’Appello – rende perplessa, e quindi inficia, anche la motivazione sulla ritenuta non proporzionalità della sanzione espulsiva (il licenziamento disciplinare) all’addebito.

Per questi motivi, il ricorso della lavoratrice viene accolto con cassazione della sentenza impugnata ma con rinvio alla Corte d’Appello che dovrà colmare la lacuna motivazionale sopra evidenziata, fermo restando, ovviamente, che grava sulla datrice di lavoro l’onere della prova della giusta causa o del giustificato motivo del licenziamento e quindi anche dell’elemento soggettivo della condotta addebitata alla lavoratrice.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 12882/2014

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