Diritto

Niente IVA sui canoni derivanti dalla gestione del demanio marittimo

I canoni derivanti dalla gestione del demanio marittimo sono esclusi dal pagamento dell'IVA
I canoni derivanti dalla gestione del demanio marittimo sono esclusi dal pagamento dell’Iva

In tema di operazioni imponibili ai fini dell’Iva, i canoni derivanti dalla gestione del demanio marittimo sono esclusi dal pagamento dell’Iva, in quanto tutte le operazioni, da un punto di vista soggettivo, sono effettuate dall’Autorità portuale, che non è un soggetto passivo Iva, in quanto ente pubblico non economico, ed essendo tale attività ricompresa nelle finalità istituzionali dell’ente non commerciale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11261 del 29 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una decisione con cui la Commissione Tributaria Centrale ha respinto il ricorso dall’Agenzia delle Entrate ed accolto il ricorso incidentale proposto dall’Autorità Portuale di Savona avverso la sentenza della Commissione Tributaria di secondo grado, annullando l’avviso di rettifica, ai fini Iva, relativo all’anno 1985, con cui era stata recuperata a tassazione l’indebita detrazione d’imposta di £ 16.765.000 ed applicate le conseguenti sanzioni per i proventi riscossi dall’ente medesimo a titolo di canoni per la concessione di beni demaniali, ritenendo trattarsi di operazioni escluse dall’Iva essendo espressioni di attività di tipo pubblicistico.

L’Agenzia delle Entrate impugna la decisione della Commissione Tributaria Centrale per aver errato nel riconoscere l’esenzione dei canoni derivanti dalla gestione del demanio marittimo, anziché dichiararne esclusione dell’Iva, in quanto tutte le operazioni, da un punto di vista soggettivo, devono ritenersi effettuate da un soggetto passivo Iva, in quanto ente pubblico economico, con conseguente detraibilità dell’imposta scontata sulle operazioni passive.
L’Autorità Portuale di Savona eccepisce l’illegittimità dell’atto di determinazione delle pene pecuniarie a fronte dell’atteggiamento dell’Amministrazione finanziaria e la sussistenza di una causa di non punibilità per le obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito delle disposizioni tributarie in esame e a seguito della sanatoria prevista dall’art. 9 della legge n. 154/1988.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, osservano gli Ermellini che la legge n. 84/1994, concernente il riordino della legislazione in materia portuale, ha istituito nei porti ivi indicati (tra cui quello di Savona) delle Autorità portuali, stabilendo che tali organismi “subentrano” alle organizzazioni portuali nella proprietà e nel possesso dei beni e in tutti i rapporti in corso. La medesima legge dispone che l’Autorità portuale ha personalità giuridica di diritto pubblico ed è dotata di autonomia di bilancio e finanziaria.

Dal contenuto di tale disposizione di legge si ricava, conformemente con l’opinione quasi unanime dalla dottrina giusnavigazionistica, che le Autorità portuali rientrano nella categoria degli enti pubblici non economici (tenuto conto, soprattutto, dei compiti loro assegnati: v., al riguardo, l’art. 1, comma 1, lett. a, b e c) non perseguendo finalità economiche nel senso che non agiscono per la produzione di un utile ma si limitano a conseguire il pareggio tra costi e ricavi.
Non costituiscono, quindi, esercizio di attività commerciale le funzioni statali svolte in via istituzionale, nella fattispecie, dalle Autorità portuali con conseguente esenzione dall’applicazione dell’Iva.

Nel caso di specie – proseguono gli ermellini -, l’atto impositivo riguardava la concessione di beni del demanio marittimo. Con riferimento agli atti di concessione demaniali rilasciati dalle autorità portuali, rilasciati previa erogazione di un corrispettivo per il servizio, ai fini della esenzione Iva occorre accertare se tale attività possa ritenersi ricompresa nelle finalità istituzionali dell’ente non commerciale, quale è l’autorità portuale.
Per la Suprema Corte, le attività svolte dalle Autorità portuali (quali, ad esempio, la concessione delle banchine portuali, peraltro obbligatoria ex lege,) sono riconducibili nell’alveo delle funzioni statali e non possono essere ricompresi nell’ambito di una attività di impresa, dovendo essere funzionali e correlate all’interesse statale al corretto funzionamento delle aree portuali, concretandosi in poteri conferiti esclusivamente a tal fine, con una discrezionalità vincolata, sottoposta a controlli da parte del Ministero dei Trasporti.

L’autorità portuale gestisce beni secondo un piano regolatore etero determinato e ha quali obiettivo di garantire la funzionalità del porto sostituendo allo Stato, cui appartiene la proprietà delle aree affidate, ad altro soggetto che, in quanto delegato dallo Stato, mediante una normativa specifica, persegue le funzioni e gli obiettivi istituzionali.
Anche se gli atti con i quali vengono assegnati il godimento delle aree demaniali ai singoli operatori sono assunti sulla scorta di valutazioni del concedente, ma pur sempre vincolate, tuttavia la natura istituzionale, e quindi, pubblica dell’autorità portuale appare prevalente, ai fini della esclusione della tassabilità, sia ai fini Ires che Iva, rispetto alle connotazioni relative all’esercizio d’impresa e i relativi canoni non costituiscono corrispettivi imponibili ai fini dell’imposta sul valore aggiunto non trattandosi, comunque, di attività di natura imprenditoriale ma istituzionale, per fini pubblici.

L’esclusione dal regime Iva, per la fattispecie in esame sarebbe, inoltre, affermata dalla giurisprudenza della stessa Corte (cfr. Cass. Sez. 5, sentenza n. 4925 del 27 febbraio 2013). Tale conclusione sarebbe aderente ai principi del diritto comunitario in quanto ai sensi dell’art. 4, n. 5, della VI direttiva 17 maggio 1977, n. 77/388/Cee, “gli Stati, le regioni, le province, i comuni e gli altri organismi di diritto pubblico non sono considerati soggetti passivi per le attività od operazioni che esercitano in quanto pubbliche Autorità, anche quando, in relazione a tali attività od operazioni percepiscono diritti, canoni, contributi o retribuzioni”. Trattasi di principi, vincolanti, aderenti alla normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato e posti anche a tutela della concorrenza che costituisce un fondamentale principio dell’Ordinamento comunitario, ai sensi dell’art. 4, comma 1, del Trattato che stabilisce infatti che si deve realizzare “un’economia di mercato aperta e di libera concorrenza”.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 11261/2015

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