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NASpI ridotta nel 2017: previsto rifinanziamento

NASpI ridotta nel 2017: previsto rifinanziamento
La nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) che farà il suo esordio in maggio avrà una durata fino a 24 mesi nei primi due anni di applicazione per poi scendere a 8 mesi nel 2017

La nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) che farà il suo esordio in maggio avrà una durata fino a 24 mesi nei primi due anni di applicazione per poi scendere a 8 mesi nel 2017. E scatterà subito, cioè già da quest’anno, e non più dal 2016, la riduzione del 3% dell’assegno a partire dal primo giorno del quarto mese di fruizione del sussidio. Sempre da quest’anno, poi, scatta il tetto sulla contribuzione figurativa. È con questo accordo che il Governo, ieri, ha inviato alla Ragioneria generale dello Stato il testo finale del secondo decreto legislativo di attuazione del Jobs Act. La bollinatura è arrivata in serata e permetterà la trasmissione del decreto alle commissioni Lavoro di Camera e Senato insieme con il gemello che contiene le regole del contratto a tutele crescenti. Anche questo decreto, già certificato dalla Ragioneria, contiene alcuni ritocchi e un chiarimento atteso dagli operatori: l’onere della prova in caso di impugnazione di un licenziamento ritenuto illegittimo sarà a carico del lavoratore solo limitatamente alla dimostrazione dell’insussistenza del fatto materiale contestato. Mentre l’articolo sul contratto di ricollocazione è stato espunto dal primo decreto per trasferirlo nel testo del decreto sugli ammortizzatori sociali che dovrà passare al vaglio anche della Conferenza unificata Stato-regioni.

L’intesa raggiunta dopo settimane di confronto tra i tecnici che hanno lavorato al dossier ammortizzatori è stata suggellata da un impegno politico: quello di reperire già con la prossima legge di Stabilità le risorse che consentiranno di confermare a 24 mesi la durata massima della NASpI. Nella versione attuale la riforma dei sussidi contro la disoccupazione involontaria prevede oneri per 869 milioni quest’anno che salgono a 1,7 miliardi nel 2016 e 1,9 nel 2017 che verranno finanziati utilizzando il fondo da 2,2 miliardi della Stabilità 2015.

Le novità rispetto al testo approvato dal Consiglio dei Ministri alla vigilia di Natale sono diverse ma tutto sommato di piccola portata, segno evidente che alla fine le stime dei tecnici di Lavoro e palazzo Chigi hanno avuto la meglio. Alla NASpI, ovvero l’assegno mensile di disoccupazione fino a un massimo di 1.300 euro condizionato alla partecipazione dei percettori a programmi di attivazione lavorativa o riqualificazione professionale, si accederà avendo congiuntamente almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 4 anni e 30 giornate di lavoro effettivo (contro le 18 della prima versione) nei 12 mesi che precedono l’inizio della disoccupazione. Confermato il tetto alla contribuzione figurativa, pari a 1,4 volte l’assegno massimo NASpI, ovvero 1.800 euro circa.

Anche l’Asdi partirà in maggio: l’assegno sperimentale di disoccupazione che scatta a NASpI scaduta per i lavoratori più marginali (previsto l’accesso via Isee) durerà fino a un massimo di 6 mesi e varrà fino al 75% dell’ultimo assegno NASpI. Per finanziare questo ammortizzatore, che vale come anello di collegamento con le politiche di contrasto alla povertà, sono stanziati 200 milioni nel 2015 e altrettanti nel 2016. L’Inps prenderà in considerazione le domande Asdi in base all’ordine cronologico di presentazione.

Infine la Dis-coll, ovvero la nuova indennità di disoccupazione, sempre sperimentale, per collaboratori fino a 6 mesi e con un tetto a 1.300 euro come la NASpI: vi potrà accedere chi ha cumulato 3 mesi di contribuzione dal 1° gennaio 2014 ed entro la data della disoccupazione, con in più un mese di contribuzione nell’anno solare in cui si verifica la perdita dell’impiego oppure un rapporto di collaborazione pari ad almeno un mese e che abbia determinato un reddito pari almeno alla metà dell’importo (650 euro) che dà diritto all’accredito di un mese di contribuzione.

Una modifica, e due chiarimenti tecnici, hanno riguardato anche il decreto legislativo con la disciplina del nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i neo assunti. Il braccio di ferro con la Ragioneria ha portato a specificare nel provvedimento i costi della conciliazione “rapida” per evitare il contenzioso. Il decreto prevede infatti che la somma (da 1 mensilità fino a un massimo di 18 mensilità) che il datore offre al lavoratore è completamente esentasse. A differenza di oggi, dove le somme accettate in conciliazione Fornero sono soggette a imposizione fiscale. Ebbene, per quest’anno, le minori entrate previste sono state conteggiate in 2 milioni, che salgono a 7,9 milioni per il 2016, 13,8 milioni per il 2017, fino ad arrivare a 37,2 milioni a decorrere dall’anno 2014. Anche qui la copertura arriverà dal fondo di 2,2 miliardi per il 2015, 2,2 miliardi per il 2016 e 2 miliardi per il 2017 previsto nella legge di Stabilità appena approvata.

Un chiarimento importante è arrivato poi sul fronte dell’onere della prova, che resta a carico del datore rispetto «alla legittimità del motivo addotto per il licenziamento», mentre passa in capo al lavoratore solamente «rispetto all’insussistenza del fatto materiale contestato» (l’unica fattispecie dove rimane in vigore la tutela reale). Oggi, spiega Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro alla Sapienza di Roma, «è il datore che deve provare la sussistenza del fatto posto alla base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo. Da domani invece la dimostrazione diretta ai fini della reintegra spetterà al lavoratore perchè, in concreto, chiede qualcosa di più rispetto al regime ordinario della tutela monetaria».
L’altro chiarimento fornito dal Governo è quando si ha diritto all’indennizzo minimo (4 mensilità) per evitare licenziamenti nella prima fase del contratto a tutele crescenti. E cioè: «Nel caso in cui il rapporto di lavoro abbia una durata inferiore ai 2 anni».

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